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I missili nel Golfo ridisegnano il mercato globale dell’alluminio 

Gli attacchi con droni e missili alle fonderie del Golfo mandano in tilt l’alluminio globale. I prezzi volano ai massimi storici e l’Occidente si contende le scarse forniture canadesi rimaste.

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Il Medio Oriente brucia e le schegge geopolitiche colpiscono direttamente i gangli dell’industria pesante mondiale. Gli attacchi sistematici con droni e missili balistici contro i colossi metallurgici del Golfo Persico hanno mutilato le catene logistiche, spingendo i prezzi dell’alluminio a massimi drammatici. Senza questa materia prima, interi comparti industriali in Occidente rischiano la paralisi operativa immediata.

I paesi del  Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) non è solo sabbia e idrocarburi. Rappresenta una quota strategica pari all’8% della capacità globale di produzione di alluminio primario, come fa notare Kpler. Oggi, a causa dei conflitti cinetici regionali, questa immensa macchina industriale sta girando a scartamento ridotto, sfornando appena i due terzi del suo potenziale effettivo.

Le vie del mare sono diventate trappole esplosive per il commercio. Il blocco del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz ha interrotto l’afflusso vitale di allumina verso le fonderie regionali, costringendo giganti del calibro di Emirates Global Aluminium (EGA), Aluminium Bahrain (Alba) e Qatalum a fare i salti mortali logistici per sopravvivere.

La raffineria di Al Taweelah, fiore all’occhiello di EGA, ha perso l’accesso alle importazioni marittime di bauxite. Per non spegnere gli impianti, i produttori hanno dovuto inventare soluzioni disperate: transiti fantasma a luci spente tramite navigazione “dark” attraverso il canale di Hormuz, trasporti terrestri via camion dai porti di Fujairah e Sohar, e complessi trasbordi straordinari in India. Tutto questo ha un costo enorme. La logistica di guerra pesa sui bilanci industriali come un macigno e gonfia i costi di produzione.

La data critica è il 28 marzo 2026. Quella notte, una salva di missili e droni ha centrato gli impianti strategici di Al Taweelah (capacità di 1,50 milioni di tonnellate annue) e Alba (1,60 milioni di tonnellate). Parliamo di infrastrutture che insieme coprono quasi la metà della produzione complessiva del Golfo. Il mercato globale è andato nel panico finanziario.

Le quotazioni del London Metal Exchange (LME) sono schizzate ai massimi storici dal febbraio 2022, epoca dell’invasione russa dell’Ucraina. Anche se gli spiragli di tregua hanno parzialmente raffreddato i prezzi di borsa nelle ultime settimane, il danno strutturale resta: il mercato dell’alluminio registrerà un pesante deficit d’offerta per tutto l’anno in corso.

La reazione delle due sponde dell’Atlantico evidenzia due modi opposti di subire la crisi energetica e geopolitica. Negli Stati Uniti, il premio sull’alluminio del Midwest ha toccato il record storico di 2.623 dollari a tonnellata il 27 maggio scorso, mantenendosi ben al di sopra dei livelli pre-conflitto.

Prezzi alluminio LME

A Washington, tuttavia, il problema vero non sono solo i missili degli ayatollah. La politica commerciale americana, bloccata sui dazi protettivi della “Section 232”, continua a isolare il mercato interno mantenendo i prezzi elevati. Inoltre, c’è un paradosso ironico e tutto moderno che frena la produzione interna degli Stati Uniti: la fame insaziabile dei server.

I produttori storici come Alcoa e Century Aluminium stanno scoprendo che è molto più redditizio vendere le proprie centrali elettriche e le fonderie dismesse ai giganteschi data center dell’intelligenza artificiale piuttosto che rimettersi a produrre metallo reale. L’economia virtuale sta letteralmente cannibalizzando la manifattura pesante.

Dall’altra parte dell’oceano, l’Europa si ritrova in una condizione strutturalmente peggiore. La transizione ecologica e la dipendenza cronica dalle importazioni la rendono estremamente fragile. Avendo eliminato l’alluminio russo e subendo le chiusure programmate di Mozal in Mozambico (marzo 2026) e di Norðurál in Islanda, il Vecchio Continente è a corto di materie prime.

I costi energetici strutturalmente insostenibili, esasperati dalla crisi energetica del 2022, rendono impossibile riattivare la produzione locale. Casi come il parziale riavvio dell’impianto Slovalco di Hydro rappresentano mosse isolate e insufficienti. Il grafico delle forniture continentali parla chiaro.

Per compensare i 2,86 milioni di tonnellate che arrivavano annualmente dal Golfo, le aziende europee si sono lanciate in una vera e propria caccia all’alluminio canadese a basso contenuto di carbonio. Nel 2025 le esportazioni del Canada verso l’Unione Europea hanno superato il milione di tonnellate, registrando una crescita shock del 353% su base annua.

Questa corsa europea ha sottratto metallo prezioso agli Stati Uniti, riducendo i flussi commerciali storici tra Canada e USA del 22%, scesi a 5,30 milioni di tonnellate. Le catene di fornitura occidentali sono ormai in aperta competizione fratricida per accaparrarsi le risorse rimaste.

Chi guadagna davvero da questo disastro geopolitico? Ovviamente i produttori asiatici. La Cina ha risposto alla domanda globale aumentando la produzione interna fino al record di 3,83 milioni di tonnellate a maggio. Pechino rischia però di sfondare il tetto massimo di produzione di 45 milioni di tonnellate che si era autoimposta per motivi ecologici, costringendo il governo a ispezioni ambientali e chiusure forzate.

Anche l’Indonesia sta cercando di cavalcare l’onda dei prezzi alti. Il gruppo Tsingshan ha ordinato ai produttori di nichel di Weda Bay di tagliare l’output per cedere energia elettrica alle fonderie di alluminio. Ma questi sforzi asiatici saranno lenti: la scarsità globale di alluminio ci accompagnerà per tutto il 2026 e peserà sull’industria fino al 2027. In questo i produttori industriali europei che utilizzano alluminio si troveranno ancora più in difficoltà.

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