Seguici su

EconomiaEuropaGermania

I colossi industriali tedeschi chiedono il ritorno alle 40 ore settimanali, con un taglio a due cifre delle paghe

Pubblicato

il

Il modello tedesco è a un bivio drammatico: o si torna a lavorare di più o la sua potente industria manifatturiera rischia di scomparire. I vertici delle più grandi multinazionali della Germania hanno lanciato un vero e proprio ultimatum sociale, chiedendo di cancellare la storica settimana lavorativa di 35 ore per passare subito a 40 ore, senza aumenti salariali. 

La crisi non è più un timore lontano, ma una voragine che inghiotte tra i 12.000 e i 15.000 posti di lavoro industriali ogni mese. L’allarme è scattato ai massimi livelli dirigenziali. Martin Brudermüller, presidente del consiglio di sorveglianza di Mercedes-Benz, ha dichiarato senza mezzi termini al quotidiano Handelsblatt ripreso dal FT che il lavoro tedesco è diventato fuori mercato e che la Germania ha ormai perso il suo storico vantaggio di produttività rispetto ai concorrenti internazionali.

Alla base di questa richiesta c’è un divario di costo diventato insostenibile per le fabbriche tedesche, strette tra costi energetici alle stelle e concorrenza asiatica aggressiva:

  • Costo orario nel manifatturiero tedesco: 49,50 euro.
  • Media dell’Unione Europea: 33,70 euro l’ora.
  • Costo orario in Ungheria (principale meta di delocalizzazione): 15,60 euro.

Oggi un’ora di lavoro in una fabbrica tedesca costa quasi il 50% in più rispetto alla media europea e oltre il triplo rispetto ai vicini dell’Est. Finché la produttività e la tecnologia colmavano la differenza, il sistema ha retto. Oggi quel cuscinetto si è dissolto.

I dati ufficiali di Eurostat fotografano una realtà implacabile: la produzione industriale della Germania è tornata ai livelli del 2005. Più di vent’anni di crescita sono stati azzerati da una serie di colpi micidiali:

  • La perdita dell’energia russa a basso costo.
  • Il calo della domanda dalla Cina, diventata da cliente a rivale spietata.
  • La complicata e costosa transizione verso l’auto elettrica.
  • Le crescenti barriere commerciali e i dazi internazionali.

Per decenni la locomotiva d’Europa ha viaggiato con la strada spianata. Berlino ha accumulato enormi surplus commerciali vendendo all’estero e predicando austerità e sacrifici agli altri partner europei. Quel ciclo dorato è finito. Ora che i nodi vengono al pettine, la ricetta proposta dai capitani d’industria assomiglia a una dolorosa svalutazione interna: far lavorare di più le persone per ridurre il costo unitario del lavoro.

Il punto di rottura coincide con l’apertura delle trattative salariali autunnali tra i sindacati e le associazioni datoriali. La settimana di 35 ore fu una conquista storica del 1984, ottenuta dopo sette settimane di scioperi durissimi guidati dai metalmeccanici della Germania Ovest. Oggi interessa circa un quinto dei lavoratori tedeschi, concentrati proprio nei pilastri dell’export: auto, macchinari, siderurgia.

Le ricadute pratiche di questa mossa sarebbero pesanti. Aumentare l’orario a parità di stipendio significherebbe comprimere i salari orari reali, deprimendo ulteriormente i consumi interni già deboli. Comunque la situazione aziendale è drammatica in questo momento.  Marchi simbolo come Volkswagen hanno già chiarito che i tagli del personale proseguiranno senza sosta se non cambieranno i parametri di costo.

Resta da capire se un Paese con sindacati potentissimi come la IG Metall accetterà di fare marcia indietro sui diritti conquistati quarant’anni fa. Politicamente sarebbe un disastro per queste organizzazioni e per la sinistra che le appoggia. Il tempo stringe: senza un rapido recupero di competitività o una drastica revisione dei costi energetici, la Germania rischia di trascinare con sé l’intera filiera produttiva continentale.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento