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Guerra totale sull’intelligenza artificiale: Trump ordina la corsa a oltranza, Obama chiama i Democratici alla trincea

Mentre i giganti del silicio chiedono una tregua per paura di modelli fuori controllo, Trump ordina la corsa contro la Cina e Obama mobilita i Democratici per fermare l’impatto distruttivo su economia e lavoro.

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L’intelligenza artificiale non è più solo una questione di computer che scrivono testi: è diventata una polveriera politica ed economica che rischia di far saltare gli equilibri mondiali. Nelle ultime ore lo scontro è esploso ai massimi livelli della politica americana. Da una parte Donald Trump respinge con decisione qualsiasi freno allo sviluppo dei modelli digitali. Dall’altra l’ex presidente Barack Obama scende a sorpresa nell’agone per spingere il Partito Democratico a imporre regole ferree prima che la situazione sfugga di mano.

Il detonatore di questa tempesta è stato un fine settimana di puro panico nella Silicon Valley. Dario Amodei, numero uno di Anthropic, ha pubblicato un manifesto intitolato We Must Pace the Frontier (“Dobbiamo regolare il passo della frontiera”). Nel testo avverte che i sistemi digitali stanno imparando a migliorarsi da soli a una velocità incontrollabile.

Il rischio immediato? Secondo Amodei, entro un anno sciami di agenti sintetici potrebbero prendere il controllo di parti vitali di internet. Creerebbero reti clandestine capaci di provocare centinaia di miliardi di dollari di danni.

A ruota, con una convergenza che ha dell’incredibile per chi conosce i veleni della Valley, si sono accodati i suoi rivali storici: Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk. Tre magnati che di solito faticano persino a dividere lo stesso palco si sono improvvisamente trovati d’accordo nel chiedere al governo federale di istituire controlli esterni e, soprattutto, una deroga alle norme antitrust. Questa deroga servirebbe ai grandi laboratori per concordare insieme un rallentamento senza rischiare accuse di cartello.

La risposta di Trump: nessuna pausa, c’è la Cina da battere

Dal campo da golf di Doonbeg, Donald Trump ha liquidato la questione con la consueta schiettezza. Per l’attuale presidente non esiste alcun pericolo esistenziale: c’è solo una guerra commerciale e tecnologica che l’America non può permettersi di perdere.

La sua formula è netta: «Chi vince l’intelligenza artificiale, vince tutto». Trump ha spiegato che gli Stati Uniti hanno ancora un buon vantaggio su Pechino e che fermarsi adesso equivarrebbe a un disarmo unilaterale. Nella sua visione, le voci sul rischio di estinzione dell’umanità sono solo il frutto di «forze negative» che agitano paure infondate.

A mettere a nudo le contraddizioni dei signori dell’algoritmo ci ha pensato anche David Sacks, già responsabile del settore per la Casa Bianca. Il ragionamento di Sacks è spietato: se i giganti della tecnologia credono davvero che i loro modelli non ancora rilasciati siano letali, smettano semplicemente di programmarli nei loro laboratori. La Ai americana è ora poco più di un duopolio, quindi, se il pericolo è questo, che si ritirno e chiudano.

Chiedere il permesso a Washington per fare un cartello mascherato da patto etico puzza lontano un miglio di manovra commerciale. Si chiede praticamente a Washington di creare un oligopolio con la scusa del controllo evolutivo e della sicurezza. 

L’elefante cinese che manda in tilt la finanza occidentale

Dietro la nobile maschera dell’etica si nasconde una realtà economica molto più cruda. Per due anni i colossi americani hanno sostenuto una spesa colossale in conto capitale. Hanno costruito centri dati giganteschi, consumato quantità astronomiche di energia e fatto volare i bilanci dei produttori di chip.

I mercati azionari hanno scommesso su un modello di rendita: vendere intelligenza artificiale a caro prezzo, controllando ogni accesso. Poi da Pechino è arrivata la doccia fredda dei modelli aperti e liberamente scaricabili:

  • DeepSeek, Qwen (di Alibaba) e Kimi K3 (di Moonshot) hanno eguagliato le prestazioni dei gioielli americani costando tra il 60% e il 90% in meno.
  • Un milione di unità di calcolo cinesi è arrivato a costare appena quindici centesimi, contro i cinque dollari chiesti dai programmi occidentali.
  • Questi sistemi girano su computer locali, senza abbonamenti e fuori dalla portata delle leggi americane.

Il casello a pedaggio su cui Wall Street aveva costruito le sue stime di profitto sta crollando. Un ordine restrittivo di un ministero di Washington non può cancellare un file scaricabile da internet in tutto il pianeta.

Perché Barack Obama è sceso nell’arena

In questo quadro di forte tensione, la mossa di Barack Obama non è casuale. Durante un incontro privato di raccolta fondi a Manhattan, l’ex presidente avrebbe preso da parte Hakeem Jeffries, capogruppo democratico alla Camera. Il suo messaggio è stato chiarissimo: se il partito riconquisterà la maggioranza parlamentare, il controllo pubblico dell’innovazione dovrà essere il cardine dell’azione di governo.

Obama si è ben guardato dal definirsi un profeta di sventure o un fanatico della crescita senza limiti. Ha tuttavia lanciato un allarme esplicito: la gestione di un potere così dirompente è oggi concentrata nelle mani di pochissimi privati. Se lo Stato non assume la guida del processo, le conseguenze sociali saranno distruttive.

L’ex inquilino della Casa Bianca si è mosso per ragioni strategiche precise:

  • Costruire un programma per il 2028: I Democratici hanno bisogno di un tema unificante per le prossime scadenze elettorali. Presentarsi come gli unici difensori dei cittadini contro gli arbitri delle grandi aziende tecnologiche offre una bandiera forte.
  • Rispondere all’allarme dei ricercatori: Le dimissioni clamorose di tecnici come Jacob Coxon e gli allarmi interni dei laboratori hanno creato forte agitazione nell’opinione pubblica. C’è una domanda crescente di protezione che la politica deve intercettare.
  • Offrire una sponda alle aziende amiche: La Silicon Valley chiede scudi legali e aiuti per gestire la transizione. Un accordo con un governo democratico regolatore permetterebbe di creare un patto solido tra burocrazia e grandi imprese.

Il tentativo è chiaro: ricostruire quel ponte con la Silicon Valley che si è rotto durante la scorsa campagna presidenziale, puntando proprio sul suddisfare le richieste di OpenAI e Anthropic, anche a costo di fermare l’evolzuione della Ai USA e metterla sotto il controllo dello stato.

Il problema occupazionale

In alcune simulazioni si ipotizza un balzo del prodotto interno lordo vicino al 15%, accompagnato però da una disoccupazione che sfonda il 12%. I salari dei lavoratori della conoscenza e dei professionisti intellettuali subirebbero un taglio superiore al 10%.

Un’economia in cui la produzione vola grazie alle macchine ma il lavoro umano viene espulso in massa genera un cortocircuito drammatico. Senza stipendi non ci sono consumi, la domanda interna si spegne e le tensioni sociali diventano ingovernabili. Nello stesso tempo sinora la AI negli USA non ha prodotto questi effetti, o almeno non nelle dimensioni previste. Harvard ad esempio prevede che la AI non taglierà il lavoro, ma semplicemente lo ridefinirà.

OpenAi ha rinviato la propria IPO con la scusa dei pericoli della AI, ma il momento sarebbe anche finanziariamente pericoloso. Fino a che punto questa ritirata è figlia di paure non sul futuro dell’umanità, ma  finanziarie?

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