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Crisi Hormuz: la Cina attinge alla sue enormi riserve petrolifere: I problemi sono per tutti

La Cina sfida lo shock petrolifero globale attingendo a 1,3 miliardi di barili di riserve segrete e tagliando la produzione delle raffinerie per non pagare i prezzi folli causati dalla crisi in Medio Oriente.

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Raffineria cinese

La scarsità energetica legata alla crisi di Hormuz inizia a farsi sentire anche prezzo chi si era ben preparato. La Cina ha iniziato ad attingere alle sue enormi riserve petrolifere a maggio, tre mesi dopo che il conflitto in Medio Oriente ha azzerato circa un decimo dell’offerta globale, segno che Pechino continua a evitare di pagare prezzi esorbitanti per consegne immediate di greggio.

Nei prossimi mesi, secondo le stime dei consulenti energetici e delle società di monitoraggio dei flussi energetici Energy Aspects, Kpler e Vortexa citate da Bloomberg, la Cina dovrebbe prelevare in media circa 1 milione di barili al giorno (bpd) dalle sue enormi scorte di petrolio.

La Cina è il principale importatore mondiale di greggio, ma era anche l’importatore meglio preparato ad affrontare una crisi dell’offerta globale. Si stima che nell’anno precedente l’inizio della guerra in Iran la Cina abbia accumulato tra 1,2 e 1,3 miliardi di barili di petrolio nelle riserve commerciali e strategiche. Queste cifre potrebbero essere anche più elevate, poiché le scorte sono un segreto gelosamente custodito, così come lo sono i piani imminenti della Cina riguardo all’accumulo o all’utilizzo delle riserve.

Finora, in questa crisi senza precedenti, la Cina ha ridotto drasticamente i tassi di utilizzo delle raffinerie dei giganti energetici statali e ha permesso anche alle raffinerie indipendenti in perdita di ridurre i tassi di utilizzo, allentando una precedente direttiva che imponeva alle piccole raffinerie di mantenere alti livelli di offerta di benzina e diesel, anche in perdita, o di rischiare che le loro quote di importazione di greggio venissero ridotte.

La direttiva sulla produzione delle raffinerie “a tutti i costi” era il risultato della politica cinese volta a preservare l’approvvigionamento interno di carburante nel mezzo della peggiore interruzione dell’approvvigionamento di petrolio della storia.

Ma poiché le scorte sono sufficienti, anche a causa del drastico taglio delle esportazioni, le autorità cinesi sembrano ora inclini ad allentare la politica, almeno per alcune delle raffinerie private in difficoltà.

Le esportazioni cinesi di benzina e diesel rimangono sufficienti nonostante le restrizioni che hanno ridotto drasticamente le spedizioni all’estero negli ultimi mesi.  Inoltre, le importazioni di greggio in Cina a maggio sono scese al livello più basso dall’ottobre 2017 a causa dell’impennata dei prezzi. Pechino preferisce altre fonti energetiche oppure spinge al massimo la produzione interna.

Inoltre, il consumo di benzina in Cina è diminuito da quando la guerra in Iran ha sconvolto il mercato ed è destinato a diminuire più di quanto previsto in precedenza quest’anno, a causa dei prezzi più elevati e della continua spinta verso i veicoli elettrici. Questio spiega perché alcuni produttori di petrolio, in primis gli Emirati, stanno spingendo al massimo per estrarre il prima possibile: sono coscienti che il cambio di strada della Cina, anche se lento, comunque farà calare la domanda petrolifera e quindi anche i prezzi.

La domanda chiave per il mercato petrolifero è per quanto tempo la Cina potrà tollerare il calo delle scorte e la riduzione della produzione delle raffinerie e quando tornerà ad acquistare greggio in modo più attivo.

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