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Giù le mani dalla Meloni: insultare lei significa insultare l’Italia

: Gli attacchi del propagandista di Putin contro il Premier certificano la rottura diplomatica e l’addio definitivo di Roma a Mosca. Le vere ricadute sull’economia italiana.

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Ci sono momenti nei quali il degrado del linguaggio politico diventa la confessione più limpida della debolezza di chi lo adopera. È quanto accaduto con le offese volgari, personali e insultanti rivolte a Giorgia Meloni da Vladimir Solovyov, uno dei principali megafoni mediatici del potere russo. Non una critica politica, non una contestazione di merito, non un dissenso argomentato: soltanto una sequenza di aggressioni verbalmente triviali e mortificanti, costruite sul disprezzo personale.

Quando il confronto precipita a questo livello, il verdetto è già scritto. Chi insulta ha perso.

Non si tratta di un episodio folkloristico né dell’ennesima provocazione televisiva da liquidare con fastidio. Solovyov non è un commentatore qualsiasi: è una figura simbolica dell’apparato propagandistico che accompagna e giustifica la linea del Cremlino. Per questa ragione le sue parole assumono un significato politico preciso. E quando il bersaglio è il Presidente del Consiglio italiano, l’obiettivo non è soltanto una persona: è l’Italia.

Va detto con assoluta nettezza: insultare Giorgia Meloni con espressioni triviali, volgari e gratuitamente offensive significa colpire la dignità delle istituzioni italiane, mancare di rispetto alla Repubblica e oltraggiare il popolo che democraticamente ha scelto il proprio governo. In una democrazia matura, il capo del governo non appartiene solo alla maggioranza che lo sostiene: rappresenta la Nazione intera nel consesso internazionale.

Per questo la reazione italiana è stata giusta e necessaria. La convocazione dell’ambasciatore russo da parte della Farnesina non è stata un gesto simbolico, ma l’affermazione di un principio essenziale: l’Italia pretende rispetto. Sempre. E ha fatto bene anche l’opposizione a esprimere solidarietà istituzionale. Nei passaggi seri della vita pubblica, la dialettica interna deve fermarsi davanti agli attacchi esterni contro il prestigio nazionale.

Esiste poi un aspetto ancora più rivelatore. Il tono usato contro Meloni mostra una persistente incapacità di accettare la leadership femminile quando essa è forte, autonoma e non subordinata. Quando una donna guida una grande nazione e viene aggredita con volgarità sessiste o con dileggio personale, non emerge la forza di chi attacca, ma la sua arretratezza culturale. È il riflesso di un mondo politico che non sa misurarsi con l’autorità se non tentando di degradarla.

E non è la prima volta che dall’estero si cerca di colpire Meloni con giudizi sprezzanti o attacchi personali. È accaduto di recente anche da altri fronti internazionali, a conferma di un dato semplice: quando un leader nazionale pesa, disturba. Quando ha una linea autonoma, irrita. Quando non obbedisce agli schemi altrui, viene preso di mira. È il destino delle leadership reali, non di quelle decorative.

Per questo Giorgia Meloni deve considerare queste aggressioni per ciò che sono: non ferite, ma ammissioni. Non colpi riusciti, ma segnali di nervosismo. Non prove di forza, ma certificati di impotenza politica.

Deve andare avanti senza arretrare di un passo. Se viene attaccata con tanta virulenza, significa che la sua voce conta, che la sua posizione pesa, che la sua azione incide.

Le offese volgarissime passano. La propaganda urla, agita caricature e semina fango, ma finisce sempre consumata dalla propria inconsistenza. L’Italia resta, le sue istituzioni restano, e chiunque abbia l’onore di rappresentarle merita rispetto, indipendentemente dal nome che porta o dalla parte politica a cui appartiene. Perché quando si colpisce il Presidente del Consiglio, si colpisce l’Italia. E l’Italia non si insulta.

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