EconomiaGiappone
Giappone: bruciati 80 miliardi di riserve per salvare lo yen. Ora scatta l’ora della verità sui tassi
Tokyo brucia 80 miliardi di riserve in 30 giorni per evitare il tracollo dello yen: parte la manovra sui tassi che mette in allarme mercati e finanza mondiale.

Tokyo ha appena aperto le casseforti nazionali come mai prima nella storia: in un solo mese le riserve valutarie giapponesi sono crollate di quasi 80 miliardi di dollari. Una cifra impressionante, bruciata a tappe forzate per strappare lo yen da un declino rovinoso che minacciava di travolgere i bilanci domestici e scuotere i mercati globali.
I dati ufficiali del Ministero delle Finanze mostrano una discesa verticale. Tra fine luglio e fine agosto, le autorità hanno riversato sul mercato 15.400 miliardi di yen (circa 99 miliardi di dollari) per comprare la propria moneta e vendere dollari. L’operazione ha tamponato l’emorragia, facendo risalire il cambio dai minimi storici vicini a 164 fino all’area di 156 contro il biglietto verde.
La mossa ha richiesto perfino un inedito soccorso dall’estero. Per la prima volta dal 2011, Tokyo ha concordato l’intervento con Washington e ha fatto ricorso allo scudo di liquidità della Federal Reserve. Questo meccanismo ha permesso di ottenere dollari senza dover svendere direttamente i titoli di Stato americani in portafoglio, evitando un rialzo traumatico dei rendimenti dei titoli USA che avrebbe irritato l’alleato d’oltreoceano.
Bisogna dire che, almeno nel breve periodo, la mossa ha avuto un certo successo, dato che il cambio Dollaro Yen si è stabilizzato, sembra attrno ai 155-156 yen per dollaro, ben al di sotto del picco di 164.
| Voce macroeconomica | Prima dell’intervento | Situazione attuale | Variazione / Dettaglio |
| Riserve valutarie | 1.287 mld $ | 1.208 mld $\vert{} -79,6 mld$ (-6,18%, record storico) | |
| Spesa di sostegno | Ordinaria | 15.400 mld ¥ (~99 mld $) | Intervento record in un singolo mese |
| Cambio Dollaro/Yen | ~164 (minimo quarantennale) | ~156 | Recupero superiore al 2% |
Perfino l’esecutivo guidato da Sanae Takaichi, da sempre schierato a difesa del denaro a costo zero, ha dovuto cedere alla realtà. Takuji Aida, consigliere economico del governo, ha confermato che la Banca del Giappone si prepara ad alzare il costo del denaro a settembre e di nuovo a inizio anno. Quando la valuta perde troppo valore, il conto dell’energia e del cibo importato si trasforma in una tassa feroce sui cittadini, costringendo anche i politici più accomodanti a cambiare rotta.
C’è un equivoco di fondo che va chiarito. Molti osservatori ripetono che il Giappone ha un saldo delle partite correnti in attivo, ed è vero: i rendimenti degli investimenti esteri accumulati nei decenni continuano a fruttare cedole e dividendi. Ma il saldo commerciale puro — quello fatto di merci prodotte, comprate e vendute — non genera più i surplus industriali di una volta. Le sole partite correnti non bastano più a puntellare la moneta senza continue trasfusioni di riserve.
Le ricadute pratiche di questo scontro valutario toccano da vicino l’economia reale:
- Sollievo parziale per i consumatori: Lo yen meno debole frena i rincari immediati di carburanti e generi alimentari sugli scaffali nipponici.
- Rischio per il debito e le imprese: Un rialzo dei tassi in un Paese con un debito pubblico oltre il 250% del PIL fa lievitare la spesa per interessi dello Stato e rincara i mutui per le aziende locali. Inoltre le aziende giapponesi diventano meno competitive sui mercati globali.
- Terremoto per la speculazione globale: La chiusura forzata del cosiddetto carry trade — la speculazione di chi prende denaro in prestito a tassi quasi nulli a Tokyo per investirlo ad alto rendimento altrove — costringe molti operatori a liquidare posizioni su scala mondiale.
Bruciare quasi cento miliardi in poche settimane per difendere il cambio è una terapia d’urto che non può durare a lungo. Tokyo ha comprato un po’ di tempo, ma la medicina alternativa — tassi più alti — rischia di frenare la già fragile domanda interna. La Banca del Giappone si ritrova così stretta tra l’incudine dell’inflazione importata e il martello della stagnazione domestica. Una situazione di non facile soluzione, resta la speranza di una soluzione dei problemi internazionali che hanno mandato i prezzi energetici alle stelle.









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