Politica
Germania, il voto all’AfD boccia le “ammucchiate”: il centro non basta più se non parla ai ceti popolari

Il risultato dell’AfD in Sassonia-Anhalt va letto per quello che è: non soltanto una vittoria della destra radicale, ma una bocciatura molto pesante del sistema politico tedesco e della convinzione che basti sommare partiti diversi tra loro per arginare il voto di protesta.
L’AfD ha sfiorato il 44%, mentre la CDU del cancelliere Friedrich Merz è crollata attorno al 17%. È un risultato storico, maturato in una regione in cui l’insoddisfazione verso il governo federale ha raggiunto livelli altissimi: secondo i dati citati da Reuters, l’87% degli elettori si dichiarava insoddisfatto dell’esecutivo nazionale. Le analisi post-elettorali mostrano che l’AfD non è più confinata a un singolo segmento sociale. Secondo Die Zeit, pur mantenendo una particolare forza tra uomini, operai, artigiani e residenti delle aree rurali, il partito sta penetrando ormai anche tra donne, anziani, dipendenti pubblici, abitanti delle città e diplomati.
Ancora più significativo il dato diffuso da ARD: il 66% degli elettori AfD ritiene di ricevere “meno della propria giusta parte” rispetto agli altri tedeschi, contro il 51% dell’elettorato complessivo. È un indice evidente di una percezione di marginalizzazione economica e sociale che non può essere liquidata semplicemente come estremismo.
È qui che entra in crisi il modello delle grandi coalizioni costruite principalmente per impedire a una forza politica di arrivare al governo. La Germania ne è stata per anni il laboratorio. CDU e SPD, insieme o dentro coalizioni sempre più larghe e ideologicamente eterogenee, hanno garantito continuità istituzionale. Ma continuità non significa necessariamente rappresentanza. Quando partiti che dovrebbero offrire alternative finiscono per governare insieme troppo a lungo, il rischio è che una parte crescente dell’elettorato percepisca un unico grande blocco politico contrapposto a chi protesta. È un avvertimento anche per l’Italia, soprattutto per quella parte della sinistra che periodicamente immagina coalizioni larghissime unite principalmente dall’obiettivo di fermare Giorgia Meloni. La lezione tedesca è che una coalizione costruita contro qualcuno può vincere aritmeticamente, ma difficilmente recupera consenso se non offre una risposta riconoscibile su sicurezza, immigrazione, costo della vita, industria ed energia. È, in fondo, una dinamica già vista anche nella precedente legislatura europea.
La maggioranza che ha sostenuto la prima Commissione von der Leyen ha prodotto scelte fortemente contestate da pezzi importanti dell’economia europea: dal Green Deal all’automotive, fino a una crescente regolazione su imprese, energia e agricoltura. Fidanza ha recentemente sostenuto che proprio su questi dossier sia necessario “invertire la marcia”, criticando l’impostazione della precedente maggioranza europeista.
Non significa che ogni regolazione europea sia sbagliata né che tutte le difficoltà industriali derivino da Bruxelles. Significa però che, quando una parte consistente di cittadini e imprese percepisce le istituzioni come lontane dai propri problemi quotidiani, lo spazio politico viene inevitabilmente occupato da chi promette una rottura più radicale.
Il caso tedesco contiene tuttavia anche un altro insegnamento: intercettare il disagio non significa automaticamente saperlo governare. Marcel Fratzscher, presidente del DIW di Berlino, parla di un vero e proprio “paradosso AfD”: il partito raccoglie consenso proprio nelle zone economicamente più fragili, ma alcune delle sue ricette — minore integrazione europea, stop all’immigrazione e tagli alla spesa pubblica — rischierebbero, secondo le analisi del DIW, di danneggiare soprattutto quelle stesse regioni. È questo il grande punto interrogativo che accompagnerà ora l’AfD. Il voto certifica la capacità di rappresentare il malcontento.
Rimane ancora tutta da dimostrare quella di trasformarlo in governo efficace. Ed è qui che il confronto con l’Italia diventa interessante. Giorgia Meloni è partita nel 2022 con un’immagine internazionale molto più radicale rispetto a quella attuale. Reuters ricorda come fosse descritta inizialmente come una possibile “mini-Orbán”. Quattro anni dopo, il giudizio è radicalmente cambiato: Meloni si è dimostrata atlantista, filo-occidentale e capace di lavorare dentro i vincoli europei, costruendo rapporti stretti con Ursula von der Leyen, con Berlino e con i governi britannici. È qui che entra in crisi il modello delle grandi coalizioni costruite principalmente per impedire a una forza politica di arrivare al governo. La Germania ne è stata per anni il laboratorio: partiti molto diversi tra loro costretti a convivere, prima nelle Große Koalition e poi in maggioranze sempre più eterogenee, con il risultato di assottigliare agli occhi di una parte dell’elettorato la differenza tra maggioranza e opposizione. Il “cordone sanitario” può impedire all’AfD di governare, ma evidentemente non è sufficiente a impedirle di crescere.
«Noi non siamo come la sinistra, non facciamo le alleanze contro, per metterci tutti insieme purché non vincano gli altri». Carlo Fidanza, capodelegazione fdi al Pe, rivendica un modello differente: «Il centrodestra non è un incidente della storia, esiste dal 1994» ed è composto da forze con sensibilità diverse che però «condividono un’idea d’Italia e lavorano su programmi comuni». Ha aggiunto Fidanza. Parole che, alla luce del voto tedesco, assumono un valore che supera i confini italiani. Perché il problema delle grandi ammucchiate non è soltanto la loro eterogeneità, ma il rischio che l’unico collante percepibile dagli elettori diventi quello di impedire all’avversario di governare.
Una strategia che può funzionare nei palazzi e nell’aritmetica parlamentare, ma che alla lunga rischia di rafforzare proprio chi si vorrebbe isolare. È una chiave di lettura che aiuta a comprendere anche quanto sta accadendo in Germania: non necessariamente un’adesione ideologica a tutto ciò che sostiene l’AfD, ma la ricerca di un soggetto politico capace di rappresentare insicurezza economica, domanda di controllo dell’immigrazione, disagio delle periferie e paura del declassamento sociale. Ed è qui che emerge anche la differenza tra il percorso dell’AfD e quello compiuto da Giorgia Meloni. Fratelli d’Italia ha trasformato negli anni una forza di opposizione in un partito di governo, mantenendo una riconoscibile identità conservatrice ma inserendosi pienamente nel quadro occidentale, atlantico ed europeo.
La stessa distanza mantenuta da FdI nei confronti dell’AfD è significativa: già nel 2024 Fidanza giudicò positivamente la rottura del Rassemblement National con il partito tedesco, parlando delle «sacche di ambiguità» dell’AfD e dei suoi rapporti con Russia e Cina. È forse questa la vera differenza tra il laboratorio italiano e quello tedesco. Meloni ha cercato di istituzionalizzare la destra senza dissolverne l’identità; in Germania, invece, l’AfD continua a crescere mentre le altre forze discutono soprattutto di come tenerla fuori dal governo. E la domanda posta dalle urne è ormai inevitabile: per quanto tempo si può isolare un partito senza affrontare politicamente le ragioni che spingono milioni di cittadini a votarlo?









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