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Gelo sul nichel: l’Indonesia minaccia il blocco delle fonderie e fa tremare i giganti cinesi
Il prezzo del nichel crolla sotto il peso di un surplus di 2,5 milioni di tonnellate: l’Indonesia valuta il blocco delle nuove fonderie per fermare la svendita delle sue risorse, mettendo a rischio il 75% degli investimenti cinesi e le catene di fornitura di batterie e acciaio.

Il prezzo del nichel è crollato sui minimi dell’anno a 15.510 dollari a tonnellata, schiacciato da un’offerta globale che supera la domanda di ben 2,5 milioni di tonnellate. Di fronte a questo crollo verticale, il governo indonesiano ha deciso di reagire con una mossa drastica: congelare la costruzione di nuovi stabilimenti di raffinazione.
Una doccia fredda che rischia di far deragliare i piani industriali di Pechino. Negli ultimi anni la Cina ha trasferito enormi capitali nell’arcipelago per assicurarsi il dominio sui metalli della transizione verde. Ora rischia di trovarsi con cantieri fermi, margini azzerati e investimenti miliardari bloccati da un giorno all’altro.
L’allarme è scattato con le dichiarazioni del ministro indonesiano per l’Energia e le Risorse minerarie, Bahlil Lahadalia. L’esecutivo guidato dal presidente Prabowo Subianto sta preparando un piano per fermare l’espansione dei forni dedicati ai prodotti semilavorati.
L’obiettivo di Giacarta è chiaro: bloccare quello che definisce uno “sfruttamento sconsiderato” del proprio sottosuolo. Il governo non intende più svendere le proprie riserve minerarie a prezzi stracciati per alimentare fabbriche altrui, esaurendo i giacimenti senza creare un reale ritorno industriale sul territorio nazionale.
A subire l’impatto maggiore sono le imprese cinesi. Secondo le stime del Centre for Advanced Defense Studies, Pechino controlla circa il 75% dell’intera capacità di raffinazione del nichel in Indonesia.
La trasformazione è iniziata circa sei anni fa, quando l’Indonesia impose il divieto di esportare minerale grezzo non lavorato. La logica era mercantilistica e lineare: chi vuole il nostro minerale deve venire a costruire le fonderie qui, portando lavoro e investimenti.
La Cina ha colto l’occasione al volo. Ha costruito enormi poli siderurgici e ha spinto l’Indonesia a coprire da sola oltre il 50% dell’offerta globale di nichel. Questa espansione forsennata ha però generato una vera e propria trappola da sovrapproduzione.
I segmenti finiti nel mirino della moratoria sono due semilavorati strategici:
- La ghisa al nichel (NPI): lega essenziale per la produzione di acciaio inossidabile.
- Il nickel matte: materiale intermedio indispensabile per le batterie dei veicoli elettrici.
Insieme, questi due prodotti costituiscono tra il 50% e il 60% dell’intera produzione indonesiana. Un blocco dei nuovi permessi colpirebbe quindi il cuore pulsante dell’attività industriale dell’arcipelago.
Fonderia di Nickel
Un problema per chi ha investito
Per gli investitori cinesi la situazione è critica. Le aziende che avevano programmato di raddoppiare gli impianti tradizionali si trovano con margini compressi e rischiano di dover cancellare i progetti.
Oltre ai conti economici, pesa l’incertezza delle regole. Quando un governo modifica unilateralmente le condizioni di concessione e investimento, il capitale privato inizia a muoversi con diffidenza. Gli analisti internazionali segnalano che i frequenti cambi di rotta normativi potrebbero spingere diversi gruppi a tirare il freno a mano.
Da Pechino arrivano già risposte piccate. Economisti cinesi avvertono che Giacarta non dispone ancora della tecnologia autonoma per gestire impianti così complessi. Il messaggio sottinteso è esplicito: se l’Indonesia chiude i cancelli, i capitali cinesi si sposteranno verso l’Africa o l’America Latina, lasciando le miniere locali senza sviluppo.
Giacarta, tuttavia, non sembra disposta a cedere. La strategia del presidente Prabowo punta a risalire la catena del valore: non limitarsi a fondere pietre per fare semilavorati a basso prezzo, ma pretendere che gli stranieri costruiscano direttamente impianti chimici avanzati, celle per batterie e automobili complete.
Per l’industria occidentale dell’auto elettrica e dell’acciaio inox si profila una fase di incertezza. Se l’Indonesia chiuderà davvero le fonderie eccedenti, il surplus si ridurrà e i costi delle materie prime torneranno a salire, proprio mentre i mercati faticano a digerire i costi della mobilità a batteria.
La conclusione ha un sapore ironico: la Cina credeva di aver blindato il controllo delle filiere critiche comprando gli impianti del Sud-Est asiatico, ma scopre oggi che il padrone di casa ha ancora il potere di spegnere i forni.








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