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Nord Stream, l’affare tra Washington e Mosca: gli americani pronti a rilevare i tubi sopra la testa di Berlino

Vertice segreto Kushner-Dmitriev: gli Stati Uniti studiano l’ingresso nel gasdotto Nord Stream. Mentre la Germania di Merz dice no e l’Est Europa protesta, Washington e Mosca preparano un affare che scavalca Berlino e ridisegna i flussi energetici del continente.

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Mentre l’ostilità sembra esplodere fra Europa e Russia,  dietro le quinte si prepara il ribaltone più surreale della crisi ucraina. A porte chiuse, emissari di primo piano di Washington e Mosca stanno discutendo di affari milionari. Al centro del tavolo c’è il dossier più scottante d’Europa: rimettere in funzione i gasdotti Nord Stream, facendo entrare investitori americani nel capitale per tornare a vendere il gas russo all’industria tedesca.

Al tavolo siedono Jared Kushner, inviato speciale e genero del presidente Donald Trump, e Kirill Dmitriev, consigliere fidatissimo di Vladimir Putin a capo del fondo sovrano russo. Gli incontri si sono svolti nelle scorse settimane tra Mosca e New York, coinvolgendo direttamente anche i vertici dei dipartimenti dell’Energia e del Tesoro statunitense per valutare iniziative congiunte.

La logica di fondo è disarmante nella sua concretezza: per Kushner la vera pace si costruisce solo se ci sono solidi interessi economici da spartire. L’obiettivo della Casa Bianca non è fare beneficenza, ma garantire ai fondi a stelle e strisce lauti profitti sui flussi energetici diretti verso l’Europa non appena le armi taceranno. È la classica logica transazionale: un accordo che trasforma una tragedia geopolitica in una macchina da utili per gli investitori d’oltreoceano.

Nord Stream

Le trattative, peraltro, non si limitano al Baltico. Sul piatto c’è anche la cessione delle attività internazionali rimaste della russa Lukoil, comprese raffinerie strategiche e stazioni di rifornimento in Europa. Lo schema allo studio prevede l’intervento della US International Development Finance Corporation (DFC) insieme a capitali del Golfo Persico (Qatar ed Emirati Arabi Uniti): Washington incasserebbe un cospicuo anticipo in denaro e una fetta degli utili futuri, concedendo in cambio la revoca delle sanzioni.

L’operazione è a prima vista una “Mission impossibile“.  I tubi sono stati devastati dalle esplosioni sottomarine del settembre 2022 e rimangono bloccati da un fitto reticolato di sanzioni occidentali. Inoltre, la struttura societaria è un rompicapo: Gazprom controlla il 51%, mentre il restante 49% appartiene a colossi tedeschi (Wintershall Dea ed E.ON), francesi e olandesi, con i soci europei determinati a non farsi espropriare le proprie quote residue. Senza un accordo con queste parti diventa difficile l’entrata di partner americani.

Vedere la finanza americana trattare per entrare in un’infrastruttura russa che la Casa Bianca ha osteggiato per quindici anni ha dell’incredibile. Ma svela una verità lampante: quando c’è da fare business, il pragmatismo di Mosca e Washington spazza via ogni dogma ideologico. I soldi non hanno bandiera, soprattutto se consentono di controllare il rubinetto dell’energia continentale.

Com’era ampiamente prevedibile, la reazione dell’Europa orientale è furibonda. Polonia e Paesi Baltici hanno combattuto il Nord Stream fin dalla sua nascita, denunciando che aggirare le rotte terrestri ucraine e polacche avrebbe reso l’Occidente ricattabile. Oggi Varsavia osserva i colloqui con profonda inquietudine, temendo di essere nuovamente scavalcata e sacrificata in nome di un’intesa energetica tra le due superpotenze.

A Berlino la linea ufficiale è di chiusura totale. Friedrich Merz e l’attuale governo federale considerano impensabile riattivare i gasdotti. Il ministero dell’Economia tedesco ha ribadito che il gas russo è sanzionato, che la Germania si è faticosamente rifornita altrove e che nessuna autorizzazione verrà concessa per riaprire quell’infrastruttura.

Tuttavia, il dato politico cruciale è che le trattative procedono interamente sopra la testa della Germania. Washington e Mosca stanno scommettendo apertamente sul logoramento economico di Berlino: l’emorragia di competitività industriale, la chiusura degli impianti chimici e la crisi profonda dell’automobile potrebbero prima o poi costringere la Germania a capitolare. È una scommessa che fa leva anche sui futuri equilibri parlamentari e sull’ascesa dell’AfD, apertamente favorevole alla ripresa delle forniture russe a basso costo.

Ovviamente tutta questa trattativa avviene sulla testa dell’Europa, che, a causa anche delle proprie scelte diplomatiche, si trova ad essere una mera spettatrice. Nel frattempo il gas liquefatto americano è stato pagato a prezzo elevato, il Continente si sta deindustrializzando, e la sicurezza energetica è sempre a rischio,

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