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Gasolio alle stelle negli Usa: sfondati i 6,50 dollari, la politica chiede il blocco dell’export

Con il prezzo medio oltre i 6,50 dollari al gallone, gli agricoltori Usa sono allo stremo: la politica valuta il blocco dell’export, ma il mondo produttivo avverte sul rischio di paralisi industriale.

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Un rincaro violento e improvviso del carburante rischia di mandare fuori strada l’economia americana. Con il prezzo medio del gasolio schizzato a livello nazionale sopra la soglia critica dei 6,50 dollari al gallone, trattori, camion e treni merci stanno subendo un salasso insostenibile. Nel cuore agricolo degli Stati Uniti la situazione è ormai d’emergenza: in Iowa il diesel ha toccato i 6,57 dollari, portando gli agricoltori sull’orlo della crisi di liquidità.

Di fronte a questo scenario drammatico, la politica americana comincia a cedere al panico e accarezza l’idea di una misura drastica. Il senatore dell’Iowa Chuck Grassley ha lanciato un appello pubblico a Donald Trump: fermare per legge le esportazioni di carburante raffinato verso l’estero. Grassley ha ricordato i provvedimenti degli anni Settanta, quando Washington bloccava le vendite di cereali oltre confine per spegnere l’inflazione alimentare.

Il messaggio è stato chiarissimo: i costi del carburante stanno distruggendo i guadagni delle famiglie rurali. L’idea di chiudere i rubinetti dell’export non è rimasta isolata: perfino il capo della maggioranza al Senato, John Thune, ha ammesso di essere pronto a studiare questa ipotesi.

Quando manca il combustibile primario del lavoro, la tentazione del protezionismo immediato diventa forte. Tuttavia, il mercato dei prodotti raffinati segue logiche industriali che mal sopportano le imposizioni per decreto.

La carenza attuale nasce da un collo di bottiglia globale nelle raffinerie, e chiudere le frontiere americane potrebbe rivelarsi una trappola, anche perché  attualmente molto petrolio viene raffinato sulle coste per essere spedito all’estero e distribuirlo internamente sarebbe costoso. I danni di una scelta autarchica sarebbero molti:

  • Logistica bloccata: il gasolio in eccesso rimarrebbe intrappolato lungo la costa del Golfo del Messico, senza oleodotti sufficienti per portarlo rapidamente a nord o nell’Ovest.
  • Taglio delle lavorazioni: con i depositi pieni e i prezzi all’ingrosso depressi nei porti, le raffinerie ridurrebbero l’attività, provocando scarsità involontaria anche di benzina e carburante per aerei.
  • Reazione a catena internazionale: se gli Stati Uniti ritirano le loro forniture, gli acquirenti mondiali cercheranno alternative ovunque, spingendo altri governi a bloccare le proprie risorse e moltiplicando l’inflazione mondiale. Sarebbe un disastro ancora maggiore.
Decisione ipotizzataObiettivo politico immediatoRischio economico concreto
Blocco dell’export di dieselAbbassare i prezzi nei distributori interniSaturazione dei depositi costieri e calo della produzione
Mantenimento flussi apertiDifendere i margini dell’industria e gli alleatiPrezzi alla pompa elevati per trasporti e agricoltura

All’interno della stessa amministrazione americana crescono i dubbi. Il segretario agli Interni Doug Burgum ha già chiarito che un divieto non garantirebbe un calo dei prezzi al consumo e scatenerebbe ritorsioni commerciali dannose. Sulla stessa linea gli analisti di Barclays, che giudicano la misura controproducente per l’intero settore della raffinazione.

Gli analisti di Bloomberg evocano lo spettro di uno shock energetico simile a quello del 2008. Però intanto se ne parla, e molto e questo è indicativo del livello di tensione interna anche negli USA. 

Negli Stati Uniti si trovano gli unici impianti capaci di investire ed espandersi senza i vincoli ideologici che altrove soffocano l’industria pesante. Punire le raffinerie domestiche per risolvere un’emergenza temporanea rischia di compromettere gli investimenti di lungo termine, lasciando il sistema industriale senza difese alla prossima tempesta.

 

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