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GALILEO, L’ECONOMIA E LA POLITICA

 

Il grande vantaggio dell’ignorante rispetto al colto è che, a volte, nell’affrontare i problemi, usa pressoché involontariamente il metodo galileiano. Cioè sperimentale. Ecco un buon esempio: i grandi economisti, quando si tratta di previsioni riguardanti il futuro, dànno fondo a tutta la loro sapienza. Studiano grafici, pubblicazioni nazionali e straniere, prendono in considerazione i cicli economici del passato, tengono perfino conto della storia e delle tendenze politiche. Alle fine decretano che fra tot anni il tale Paese avrà un incremento del prodotto interno lordo dell’1,7%. E regolarmente sbagliano. L’ignorante a questo punto ricorda una famosa battuta di Sergio Ricossa, lui pure grande economista: “Se il futuro dell’economia fosse prevedibile, gli economisti giocherebbero in Borsa, invece di contentarsi di uno stipendio di professori d’università”. E lui stesso ha più volte irriso “le previsioni con la virgola”, quando non si è in grado di essere ragionevolmente sicuri nemmeno dei numeri interi.

Ecco il metodo galileiano che taglia la testa al toro. L’esperimento dà torto ai grandi economisti. E se anche qualcuno di loro ogni tanto ci azzecca perfettamente, dal momento che nello stesso tempo tanti altri si sono sbagliati, il profano, non sapendo in anticipo chi ci azzeccherà, concluderà sempre che la verità definitiva l’ha detta Ricossa.

Qualcosa di analogo avviene in politica. Per ogni problema i competenti,  gli interessati e i commentatori politici si addentrano in retroscena, considerazioni complicate (aggravate dal loro gergo), tengono conto del detto e del non detto, non perdono neppure di vista le poco influenti ma non inesistenti spinte ideologiche, e alla fine rilasciano il loro responso. Ma il lettore rimane perplesso: perché altri competenti dicono qualcosa di diverso. Sicché alla fine si assiste alla politica come si assiste ad una partita di calcio: non importa lo schema di disposizione dei giocatori sul campo, o le sapienti strategie che erano stato annunciate in anticipo, importa chi manda la palla in rete e chi no.

In questo senso c’è un argomento su cui molto si insiste e che risulta tanto ostico che non si osa nemmeno dargli un nome accettato da tutti. Un tempo si sarebbe parlato di “rimpasto” (cioè di cambiamento di alcuni ministri, viceministri, sottosegretari), ma ora pare che la parola non piaccia affatto a Matteo Renzi, e bisogna trovarne un’altra. Ripensamento? Riorganizzazione? Ristrutturazione? Qualcuno è andato a cercare l’inglese, reshuffling (rimescolamento delle carte da gioco), ma nessuno sembra porsi un problema elementare. Un problema su cui può riflettere, col suo semplicismo sperimentale, anche l’uomo della strada.

L’attuale governo ha la compagine governativa nata dalle “larghe intese” e rispecchia, per la parte di centrodestra, il peso che questo centrodestra aveva in quel momento. E in quel momento il centrodestra comprendeva il partito di Berlusconi. Ora il partito di Berlusconi è all’opposizione ma i ministri, i viceministri e i sottosegretari in quota al centrodestra sono ancora lì, sotto la denominazione Ncd. Questa enorme rappresentativa fa pensare a ciò che di Vienna diceva un austriaco, tempo fa. Prima del 1918 Vienna era come la testa di un nuotatore; ora la città è ancora lì, ma sotto non c’è più il corpo. E proprio per questo ci si può chiedere, in occasione dell’eventuale “reshuffling”, se il Ncd avrà la rappresentanza corrispondente alla sua attuale consistenza ministeriale oppure al suo attuale peso politico quale risulta dalle intenzioni di voto degli italiani, sulla base delle indagini demoscopiche. Perché nel secondo caso, molti dei ministri ecc. che sono usciti dal partito di Berlusconi per non perdere la poltrona, stavolta la perderebbero per sempre. Sono disposti a questo sacrificio? E se al contrario, insieme ai loro amici personali, al Senato, dicessero: “O ci mantenete la carica o facciamo cadere il governo”?

Il bello è che non c’è soluzione. Se i rappresentanti del Ncd rimangono, almeno come numero, quelli che sono attualmente, si dirà – a ragione – che la loro rappresentanza è sproporzionata e che il governo è sotto ricatto. Se invece gli si impone una drastica riduzione, essi potrebbero far cadere il governo.

Chissà, forse tutto questo parlare che si fa di rimpasto (ops, mi è scappato) è del tutto vano. Il governo è come un castello di carte, non solo non bisogna toccarlo ma bisogna anche evitare gli spifferi d’aria.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

27 gennaio 2014

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