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G20 di Atlanta nel caos: salta l’accordo finale tra veti incrociati, venti di guerra in Iran e la corsa alle materie prime

Salta il comunicato finale al vertice G20 di Atlanta: gli europei boicottano la foto con Lavrov, mentre gli Stati Uniti avvertono gli alleati di possibili nuovi attacchi contro l’Iran e cercano di spezzare il monopolio cinese sulle materie prime.

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Il vertice dei ministri degli Esteri del G20 a Atlanta si è chiuso con un fallimento annunciato, senza nemmeno uno straccio di comunicato congiunto. Le venti maggiori economie del pianeta non sono riuscite a concordare una linea comune su nessuna delle grandi crisi mondiali, lasciando al segretario di Stato americano Marco Rubio il compito di pubblicare una semplice dichiarazione di sintesi della presidenza.

La frattura plastica si è vista fin dal primo giorno, quando Washington ha dovuto cancellare la tradizionale foto di gruppo. I diplomatici europei hanno infatti minacciato di boicottare lo scatto per non apparire accanto al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, invitato dagli Stati Uniti nonostante l’intensificarsi degli attacchi in Ucraina.

Mentre l’Europa si concentrava sulla guerra delle fotografie, intorno al tavolo si consumava la fine dell’illusione multilaterale. Come ha ammesso con insolito candore il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski, per la prima volta invitato come ospite nonostante il veto di Mosca, è impossibile trovare una linea comune quando attorno allo stesso tavolo siedono i diretti partecipanti alle guerre in corso.

Il realismo americano tra Mosca e Kiev

La presenza di Lavrov sul suolo di un Paese Nato — evento rarissimo dal febbraio 2022 — mostra chiaramente il doppio binario su cui si muove l’amministrazione di Donald Trump. Da un lato la Casa Bianca ha portato i rapporti con Kiev ai minimi storici, sospendendo nuove sanzioni contro la Russia, limitando il supporto logistico e non invitando l’Ucraina al vertice di Atlanta.

Dall’altro lato, però, gli affari militari non si fermano affatto. Proprio mentre i diplomatici discutevano a porte chiuse, il dipartimento di Stato americano ha approvato una vendita da 2,1 miliardi di dollari di intercettori per la difesa aerea Patriot destinati a Kiev. Mosca, per bocca di Lavrov, ha ribadito di non essere disposta a tollerare minacce ai propri interessi di sicurezza, lasciando in sospeso la presenza di Vladimir Putin al vertice dei leader previsto a dicembre nel golf club di Trump a Miami.

L’incubo mediorientale e il prezzo del petrolio

A rendere l’aria ancora più pesante ad Atlanta è stata però la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Dietro le quinte, Rubio ha tenuto colloqui serrati con il principe saudita Faisal bin Farhan e con il ministro turco Hakan Fidan per gestire una polveriera pronta a esplodere.

Secondo indiscrezioni raccolte dall’Associated Press, funzionari americani avrebbero già avvertito diversi alleati mediorientali di prepararsi a possibili nuovi attacchi militari statunitensi contro Teheran subito dopo le elezioni di metà mandato di martedì, mettendo in conto le inevitabili ritorsioni iraniane. Per l’economia reale, questo scenario si traduce in un rischio immediato sulle principali arterie del commercio marittimo:

  • Stretto di Hormuz e Mar Rosso: il blocco o il rallentamento delle petroliere spinge in alto i premi assicurativi e il costo del greggio, già ai massimi.
  • Mar Nero: l’instabilità continua a frenare le esportazioni agricole e di fertilizzanti, minacciando la sicurezza alimentare globale.
  • Mar Cinese Meridionale: le tensioni tra Pechino e i Paesi vicini mettono a rischio il transito della componentistica industriale diretta in Occidente.

La battaglia per le catene di fornitura e il caso Sudafrica

Di fronte all’impossibilità di fermare i conflitti, Rubio ha provato a spostare il baricentro sulla sicurezza economica e sulle catene di approvvigionamento. L’obiettivo dichiarato di Washington, portato avanti attraverso iniziative come la Pax Silica e la riunione parallela del gruppo Quad (Stati Uniti, Giappone, India e Australia), è spezzare il monopolio della Cina sui minerali critici e contrastare la sovracapacità produttiva di Pechino.

Senza mai nominare direttamente la Cina nel documento finale del Quad per non far saltare i prossimi incontri tra Trump e Xi Jinping all’Apec di Shenzhen e al G20 di Miami, gli Stati Uniti cercano di costruire filiere alternative. Pechino, che a Atlanta ha inviato il viceministro Ma Zhaoxu al posto di Wang Yi, ha risposto accusando Washington di creare blocchi esclusivi e di aver escluso arbitrariamente il Sudafrica dal vertice dopo gli scontri politici dello scorso anno.

Fronte di crisi al G20Posizione USAPosizione di Russia e CinaImpatto economico diretto
Guerra in UcrainaDialogo con Mosca ma vendita di armi a KievRifiuto di concessioni e veto sull’ingresso polaccoCosti energetici strutturalmente alti per l’industria europea
Conflitto con l’IranPossibili nuovi raid dopo le elezioni di midtermSostegno indiretto a Teheran e critica all’interventismoImpennata del petrolio e paralisi dei trasporti marittimi
Minerali critici e daziCreazione di filiere alternative (Pax Silica e Quad)Difesa del libero mercato e accusa di protezionismoRincaro delle materie prime per la transizione tecnologica

Il nulla di fatto di Atlanta è una pessima notizia. Quando la diplomazia si riduce a litigare sulle foto di rito siamo di fronte a un fallimento della diplomazia che non lascia spazio a trattative, di cui ci sarebbe un gran bisogno adesso, con i prezzi del gas alle stelle. Chi sperava in un accordo generale, o in un ambiente rilassato, è stato brutalmente smetito.

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