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Fuga da Pechino, corsa a New York: perché le aziende cinesi non possono fare a meno di Wall Street

Nonostante il calo storico dei debutti negli USA e la stretta di Pechino, oltre 50 aziende cinesi sono in fila per quotarsi a Wall Street. Ecco perché la finanza di Xi Jinping non può sostituire New York.

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Il crollo è nei numeri, ma la disperata rincorsa non accenna a fermarsi. Nonostante una morsa geopolitica senza precedenti, con la pressione americana da un lato e i controlli soffocanti del Partito Comunista Cinese dall’altro, i giganti privati della Cina continentale continuano a fare la fila per quotarsi a Wall Street.

I dati del primo semestre del 2026 fotografano un vero e proprio terremoto finanziario. Secondo un recente rapporto della società di consulenza EY, nei primi sei mesi dell’anno soltanto due aziende della Cina continentale sono riuscite a debuttare sui listini statunitensi.

L’incasso complessivo è stato di appena 59,5 milioni di dollari. Si tratta del punto più basso registrato negli ultimi cinque anni, sia per numero di operazioni sia per capitale raccolto. Tra queste poche operazioni figurano il debutto a gennaio della società di decarbonizzazione Green Circle Decarbonize Technology e quello a giugno della piattaforma automotive Souche Holdings.

Eppure, dietro questo deserto apparente, la pressione sotterranea è fortissima. I dati ufficiali della China Securities Regulatory Commission (CSRC), l’autorità di vigilanza sui mercati di Pechino, rivelano che a luglio ci sono oltre 50 aziende cinesi in fiduciosa attesa di ottenere il via libera dal governo centrale per vendere le proprie azioni a New York.

Perché gli imprenditori cinesi rifiutano di arrendersi e continuano a scommettere su Wall Street, affrontando rischi politici enormi?

L’illusione di Hong Kong e il miraggio delle valutazioni

Negli ultimi anni, le crescenti tensioni tra Washington e Pechino hanno spinto molte aziende cinesi a guardare verso la borsa di Hong Kong o verso i listini interni di Shanghai e Shenzhen. Il problema è che  i mercati regionali hanno mostrato limiti strutturali evidenti.

La prima ragione di questa ostinazione è legata al prestigio e alla valutazione economica. Hong Hao, chief investment officer presso la società Lotus Asset Management di Hong Kong, ha spiegato in modo diretto la realtà dei fatti: “Una quotazione negli Stati Uniti è ancora vista come estremamente prestigiosa”. New York resta il mercato dei capitali più grande del mondo, capace di garantire una liquidità profonda e un accesso diretto a una rete globale di investitori istituzionali che le borse asiatiche non riescono a replicare.

Un altro elemento cruciale è il modo in cui le aziende tecnologiche vengono valutate. Tommy Ong, managing director di T.O. & Associates Consultancy, evidenzia come i listini statunitensi siano molto più ricchi di capitali e ben disposti verso le startup tecnologiche, specialmente quelle legate al boom dell’intelligenza artificiale.

Al contrario, a Hong Kong le valutazioni tendono a essere molto più basse. Secondo Ong, sui mercati asiatici “i titoli delle piattaforme tecnologiche vengono spesso percepiti come semplici ‘titoli di consumo’, con uno scarso contenuto tecnologico”.

Questa visione è condivisa anche da Guo Tao, ricercatore presso l’E-Commerce Research Centre di 100EC. Commentando il via libera per lo sbarco al Nasdaq di Souche Holdings, Guo ha sottolineato che la scelta di New York risponde a “un perfetto incastro tra le caratteristiche del mercato e i bisogni aziendali”, grazie a multipli di valutazione più elevati e a una maggiore tolleranza verso le società tecnologiche nelle loro prime fasi di crescita.

La trappola della liquidità e l’uscita dei fondi

Oltre alle valutazioni, il vero dramma delle aziende cinesi riguarda la liquidità necessaria per permettere ai primi investitori di monetizzare le proprie quote.

I fondi di venture capital e di private equity che hanno finanziato queste imprese nelle fasi iniziali si trovano oggi ad affrontare scadenze vincolanti. Devono restituire i capitali ai propri investitori e, per farlo, hanno un disperato bisogno di vendere le proprie azioni.

Hong Hao ha ricordato che “molti investitori vogliono semplicemente incassare”. Ma farlo su piazze finanziarie meno liquide come quella di Hong Kong può rivelarsi un disastro economico.

Dai Ming, fund manager presso la Huichen Asset Management di Shanghai, ha evidenziato che su mercati più sottili “anche scorte modeste di azioni messe in vendita dagli insider possono scatenare un crollo picchiato dei prezzi”. Questo movimento trasmette un segnale di sfiducia ai piccoli risparmiatori, distruggendo la ricchezza accumulata sulla carta prima ancora che si riesca a convertirla in contanti.

Controlli di capitale e la stretta sulle scatole cinesi

In passato, le aziende tecnologiche cinesi utilizzavano una scappatoia legale nota come struttura VIE (Variable Interest Entity) o “red-chip”. Creavano società fantasma in paradisi fiscali offshore per raccogliere capitali all’estero, aggirando i controlli del governo centrale.

Oggi questo trucco non funziona più. Nel bel mezzo della corsa globale per la supremazia tecnologica, Pechino ha introdotto controlli severissimi in materia di sicurezza nazionale e protezione dei dati, imponendo un sistema di approvazione preventiva su qualsiasi quotazione all’estero per impedire la fuga di capitali.

L’idea che la quotazione a New York permetta agli imprenditori cinesi di evitare i controlli del Partito Comunista è ormai tramontata. Tommy Ong definisce questa convinzione “sopravvalutata”, spiegando che qualsiasi capitale raccolto oltreoceano resta oggi rigidamente subordinato alle autorizzazioni dei regolatori di Pechino.

Il Toro di Wall Street – Unsplash

Alla Cina manca ancora un mercato finanziario davvero efficiente?

La risposta a questo interrogativo risiede nella struttura stessa dell’economia cinese. Nonostante decenni di crescita imponente, la Cina continentale non possiede ancora un mercato finanziario efficiente, libero e maturo come quello statunitense.

I listini di Shanghai e Shenzhen (incluso il listino STAR Market, nato per sfidare il Nasdaq) sono dominati da investitori retail fortemente emotivi e soggetti a continue ingerenze statali. Le decisioni sulle quotazioni non rispondono solo alle logiche di mercato, ma spesso agli indirizzi politici stabiliti dal Partito Comunista.

Hong Kong, dal canto suo, ha perso parte della sua indipendenza percepita e non garantisce il volume di scambi necessario per riassorbire le grandi operazioni di smobilizzo dei fondi di investimento.

Finché la Cina non consentirà la libera circolazione dei capitali e non garantirà una vera certezza del diritto per gli investitori istituzionali, Wall Street rimarrà l’unico polmone finanziario in grado di dare ossigeno e valore reale all’innovazione tecnologica cinese. Questo terrà un frozato legame fra Cina e USA.

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