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Fuga da Hormuz: Trump blinda Taiwan con il gas dell’Alaska, ma il conto è astronomico
La minaccia nel Golfo Persico spinge Taipei verso l’Artico americano: accordo da 80 miliardi per il GNL dell’Alaska, ma i costi di realizzazione sono doppi rispetto al mercato.

La spirale di tensioni nel Golfo Persico sta scardinando le rotte mondiali dell’energia a una velocità impensabile fino a pochi mesi fa. Con lo Stretto di Hormuz ridotto a una strettoia ad altissimo rischio bellico, Taiwan cerca disperatamente vie di fuga per non trovarsi con le centrali a secco in caso di blocco navale. La risposta è arrivata da Donald Trump, che ha annunciato un accordo monumentale: l’isola asiatica acquisterà il gas naturale liquefatto (GNL) estratto in Alaska, legandosi a Washington per i prossimi vent’anni pur di tagliare i ponti con le rotte mediorientali.
Il presidente statunitense ha affidato l’annuncio alla sua piattaforma Truth Social, spiegando che Taipei si è impegnata a rilevare il 30% della capacità del futuro gasdotto artico per un controvalore stimato tra i 70 e gli 80 miliardi di dollari. Non solo: il pacchetto comprenderebbe anche 4,4 miliardi di dollari versati direttamente da Taiwan come capitale di rischio per sostenere i lavori.

Il messaggio Truth di Trump
A Taipei, tuttavia, l’entusiasmo della Casa Bianca è stato accolto con tradizionale prudenza asiatica. Il Ministero dell’Economia taiwanese e la compagnia energetica statale CPC Corp hanno confermato l’interesse ad assorbire circa 6 milioni di tonnellate all’anno di GNL, ma hanno subito precisato che si tratta al momento di lettere d’intenti e che i contratti vincolanti devono ancora essere definiti. Una cautela identica a quella mostrata pochi giorni prima da Seul, tirata in ballo per altri 54 miliardi ma vincolata alla reale “sostenibilità commerciale” dell’operazione.
Il progetto Alaska LNG è un’opera ingegneristica imponente: prevede il prelievo del gas dal North Slope artico e il suo trasporto per circa 1.287 chilometri (800 miglia) attraverso la tundra fino al terminale di liquefazione di Nikiski, sulla costa meridionale dello Stato. Da lì le metaniere possono fare rotta diretta verso il Pacifico senza attraversare né Hormuz né lo Stretto di Malacca.

Trans Alaska pipeline
La sicurezza geopolitica, però, ha un prezzo industriale durissimo da digerire. Realizzare infrastrutture nei ghiacci dell’estremo nord comporta costi di gran lunga superiori a quelli degli impianti sulla costa del Golfo del Messico.
| Componente del Progetto | Stima di Costo (miliardi USD) |
| Gasdotto (1.287 km da North Slope a Nikiski) | 13,2 – 16,9 |
| Impianto di trattamento (North Slope) | 7,7 – 9,2 |
| Terminale di liquefazione (Nikiski) | 23,6 – 28,4 |
| Costo complessivo stimato | 44,5 – 54,5 |
Il costo per milione di tonnellate annue (mtpa) per l’Alaska oscilla tra i 2,2 e i 2,7 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al miliardo scarso richiesto per capacità equivalenti in Texas o Louisiana.
Siamo davanti a una classica operazione di capitalismo di Stato mascherato: la logica della redditività pura cede il passo alle esigenze dell’impero e della sicurezza nazionale. Per Taipei, dipendente dalle importazioni per la quasi totalità del fabbisogno energetico primario, pagare un pesante sovrapprezzo è il premio assicurativo per non capitolare prima ancora che un eventuale assedio cominci.
Per Washington si profila il rilancio di un colossale cantiere infrastrutturale federale a spese degli alleati esteri. Resta solo un dettaglio cronologico: con le prime consegne stimate realisticamente non prima del 2032, l’ombrello energetico dell’Alaska rischia di aprirsi quando il temporale sul Pacifico potrebbe essere già scoppiato.







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