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Francia nel caos finanziario: l’Assemblea Nazionale boccia all’unanimità il Bilancio 2027 all’unanimità (458 a 0). Ora spunta lo spettro dell’esercizio provvisorio e del 49.3
L’Assemblea Nazionale respinge la legge di bilancio per il 2027 con 458 voti a zero, bissando il blocco del 2026. Tra una manovra da 43 miliardi e un’economia in stagnazione, al governo restano solo le trattative segrete per il 49.3 o la gestione ordinaria.

Un’intera aula parlamentare che vota compatta contro la legge di bilancio dello Stato sembrerebbe una notizia straordinaria, ma nella Francia di oggi è ormai diventata una tragicomica consuetudine autunnale.
Mercoledì 4 novembre 2026, l‘Assemblea Nazionale ha respinto in prima lettura la parte relativa alle “entrate” del progetto di legge finanziaria (PLF) per il 2027. Il risultato del tabellone elettronico non ammette repliche: 458 voti contrari, zero favorevoli e appena due astensioni tra i banchi comunisti e d’oltremare.
Caduta la prima parte del testo, l’intera manovra decade automaticamente senza nemmeno passare all’esame del capitolo sulle spese, già bocciato in precedenza in commissione. Lo stesso destino aveva appena travolto il bilancio della Previdenza sociale (PLFSS).
Un copione già visto: dal record del 2026 allo zero assoluto del 2027
Non siamo di fronte a una prima assoluta nella politica d’Oltralpe, ma alla cronicizzazione di una paralisi istituzionale iniziata con la frammentazione dell’Assemblea in tre blocchi inconciliabili. Esattamente un anno fa, nel novembre 2025, il bilancio per il 2026 subì un’umiliazione analoga al termine di una maratona di oltre 125 ore di dibattito, la più lunga della storia della Quinta Repubblica. Tutti rifiutano di creare nuove entrate, per cui nessuno vota a favore delle tasse, almeno all’inizio.
In quell’occasione i voti contrari furono 404, le astensioni 84 e si registrò un unico, solitario voto a favore: quello del deputato centrista Harold Huwart (gruppo LIOT). Quest’anno nemmeno quel singolo voto di bandiera è rimasto a salvare l’onore dell’esecutivo.
- Bilancio 2026 (novembre 2025): 404 contrari, 84 astenuti, 1 favorevole (dopo 125 ore di dibattito).
- Bilancio 2027 (novembre 2026): 458 contrari, 2 astenuti, 0 favorevoli (dopo dieci giorni di sedute disordinate).
- Effetto procedurale immediato: Il testo emendato dai deputati viene cestinato e la manovra passa al Senato (dal 20 novembre) nella versione originale scritta dal governo, liberando al contempo il calendario dell’Assemblea per altri provvedimenti come la legge sulla cybersicurezza.
L’illusione dell’austerità in piena stagnazione economica
Perché persino i deputati della coalizione governativa (Renaissance, Horizons, MoDem) hanno affossato il testo? In dieci giorni di votazioni caotiche in un emiciclo spesso semideserto, le opposizioni di sinistra (LFI) e di destra (Rassemblement National) hanno smontato pezzo dopo pezzo l’impianto di Bercy.
Il governo puntava a ridurre il deficit pubblico dal 5,4% previsto per quest’anno al 5% del PIL nel 2027, imponendo una cura dimagrante da ben 43 miliardi di euro tra tagli e nuove imposte. Quando però un’economia reale si trova in fase di stagnazione — tra calo dell’export, consumi fermi e crescita asfittica — tagliare la spesa pubblica o alzare il carico fiscale deprime ulteriormente il prodotto interno lordo, peggiorando proprio quel rapporto deficit/PIL che si vorrebbe curare.
Durante l’esame parlamentare, i deputati hanno cancellato i tagli alle detrazioni per i pensionati, eliminato le riduzioni di spesa per gli enti locali e soppresso la sovrattassa sui profitti delle grandi imprese. Secondo il ministro dei Conti pubblici, David Amiel, la versione uscita dall’aula avrebbe fatto schizzare il deficit al 5,9% del PIL. Da qui la scelta paradossale della stessa maggioranza: votare contro il testo modificato per azzerare tutto e ripartire al Senato con il documento originario dell’esecutivo. Come hanno sottolineato tanto Jean-Philippe Tanguy (RN) quanto Éric Coquerel (LFI), il governo è ormai incapace di trovare una sintesi che non scarichi il peso della crisi su famiglie e tessuto produttivo.
Trattative, gestione ordinaria e la trappola del 49.3 nel 2027
Cosa accadrà adesso e come può sbloccarsi la partita? Da Matignon fanno sapere che il vero negoziato inizierà a dicembre, cercando un compromesso tra la bozza del governo e le modifiche che voterà il Senato (dove il centrodestra ha una maggioranza più solida).
Se entro il 31 dicembre non si dovesse arrivare al voto definitivo, la Costituzione francese offre tre strade, ed è qui che si inserisce lo scenario di una gestione ordinaria temporanea seguita dal ricorso all’articolo 49.3:
- Le ordinanze di bilancio (Articolo 47 della Costituzione): Se il Parlamento non si pronuncia entro 70 giorni dalla presentazione del testo, il governo può varare il bilancio per ordinanza. È un’arma nucleare mai usata nella Quinta Repubblica, ma presenta un difetto enorme per l’esecutivo: costringe a promulgare il testo iniziale del governo senza poter recepire alcun emendamento di compromesso.
- La “legge speciale” e la gestione ordinaria a inizio 2027 (Articolo 45 della LOLF): Se a fine dicembre lo stallo è totale o il governo cade, il Parlamento può approvare in extremis una legge speciale che autorizza lo Stato a riscuotere le imposte esistenti. Dal 1° gennaio 2027 scatterebbe così una gestione ordinaria per decreti (services votés): lo Stato continua a pagare stipendi pubblici, pensioni e spese indifferibili sulla base del bilancio 2026, senza però poter avviare nuovi investimenti o riforme.
- Il negoziato e il colpo di mano col 49.3: Proprio durante la fase di dicembrina o nei primi mesi del 2027 in regime di gestione ordinaria, il governo può intavolare trattative riservate con uno dei perni dell’emiciclo — il Partito Socialista a sinistra o il Rassemblement National a destra — concedendo misure mirate (ad esempio rinunciando ai tagli sulle pensioni o sugli enti locali). Raggiunto un patto di desistenza dietro le quinte, l’esecutivo pone la questione di fiducia tramite l’articolo 49.3: il bilancio viene approvato senza voto parlamentare, a patto che la successiva mozione di sfiducia (censure) non raggiunga la maggioranza assoluta dei deputati grazie all’astensione concordata di RN o PS.
Comunque in Francia non s rischia quello che succede negli USA, cioè la chiusura del governo e la perdita di spimento per milioni di dipendenti pubblici. Quelli francesi saranno comunque pagati.







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