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Francia, crolla la protesta di piazza ma i ristoranti perdono il 48% dei clienti: la rabbia sociale si spegne nell’attesa del voto
Crolla l’affluenza ai cortei in Francia, dimezzata in una sola settimana, ma la crisi continua a devastare bar e ristoranti con perdite fino al 48%. Tra un governo debole che offre aumenti salariali dell’1,5% e l’avvicinarsi del voto, la protesta si spegne per sfinimento.

La grande fiammata delle proteste francesi contro il carovita sta rapidamente finendo l’ossigeno, lasciando però sul terreno un conto economico salatissimo per i commercianti e le attività ricettive. Nel quarto sabato consecutivo di mobilitazione nazionale, andato in scena il 7 novembre, i numeri della piazza si sono letteralmente dimezzati rispetto a sette giorni fa, segnando il punto più basso dall’inizio dell’autunno caldo d’Oltralpe.
Con il freddo e i ripetitivi proclami della vigilia, in tutta la Francia hanno sfilato appena 146.000 persone secondo il ministero dell’Interno, o 250.000 secondo i sindacati. Per capire la portata del ridimensionamento, basta guardare l’andamento delle ultime settimane registrato nei cortei del sabato.
| Data della mobilitazione | Stima del Governo | Stima dei Sindacati |
| Sabato 17 ottobre | 550.000 | 800.000 |
| Sabato 24 ottobre | 410.000 | 800.000 |
| Sabato 31 ottobre | 320.000 | 500.000 |
| Sabato 7 novembre | 146.000 | 250.000 |
Anche il confronto con lo sciopero generale di giovedì scorso, che aveva portato in strada tra i 575.000 e gli 1,6 milioni di cittadini, mostra una stanchezza ormai evidente. A Parigi la prefettura ha contato 46.000 presenti tra Place de la République e Place de la Nation (75.000 per le sigle sindacali), mentre nel resto del Paese i numeri sono rimasti contenuti: 10.000 persone a Lilla, poco più di 9.000 a Bordeaux e circa 5.500 a Marsiglia, Rennes e Grenoble.
Ancora più emblematico è stato il flop dei Gilet Gialli a Place de la Concorde. Nonostante i propositi battaglieri della vigilia per sfidare il divieto di manifestare, si sono presentate appena una trentina di persone, rapidamente identificate dalla polizia e sanzionate con la consueta multa da 135 euro, inclusi due portavoce del movimento.
Il paradosso: piazze semivuote, locali deserti
Se la spinta propulsiva dei cortei si sta esaurendo, i danni collaterali sull’economia reale restano invece pesantissimi. La psicosi dei blocchi stradali, i cordoni composti da 70.000 tra poliziotti e gendarmi e le chiusure preventive nei centri storici stanno affossando i consumi interni proprio nel fine settimana, il momento di maggior incasso per il settore terziario.
A Parigi, Lione e Marsiglia le prenotazioni nei ristoranti hanno subito un tracollo verticale durante i sabati di protesta, con cali di fatturato che raggiungono il 48%. Nello stesso tempo, il comparto alberghiero registra un’impennata di disdette.
Un cortocircuito devastante: si manifesta per difendere i salari e il potere d’acquisto, ma l’unico risultato tangibile e immediato è la contrazione della domanda interna, che colpisce in pieno i piccoli imprenditori, i camerieri e tutta la filiera dell’accoglienza.
Un governo a fine corsa e le briciole sul salario minimo
Perché i francesi stanno smettendo di scendere in piazza? La risposta non sta certo in un improvviso miglioramento delle condizioni di vita, ma nel puro realismo politico.
Dopo la buriana iniziale, subentra la fisiologica stanchezza di chi non può permettersi di perdere ulteriori giornate di stipendio per inseguire un esecutivo ormai debole, logorato e diretto verso il proprio esaurimento naturale. Con le scadenze elettorali che si avvicinano all’orizzonte, urlare sotto le finestre di chi ha i mesi contati ha sempre meno senso pratico.
Lo dimostra la timida mossa dell’esecutivo in vista della conferenza sociale di lunedì a Matignon con sindacati e industriali. Il ministro del Lavoro, Jean-Pierre Farandou, ha proposto di portare il salario minimo (SMIC) appena sopra la soglia psicologica dei 1.500 euro netti mensili, anticipando l’aumento al 1° dicembre.
Parliamo di un incremento dell’1,5%: una misura puramente simbolica, come ammesso candidamente dallo stesso ministro, del tutto insufficiente per compensare l’aumento reale del costo della vita e rilanciare i consumi delle famiglie.
🇫🇷👮♂️- Mobilisation du 7 novembre en France : la milice du régime tabasse et rafle tout ce qui bouge à Paris. https://t.co/GWvH0HYGv5 pic.twitter.com/8gSH4Yvgoe
— Lambdactu🔻 (@Lambdactu) November 7, 2026
Lo strappo della scuola pubblica
A mantenere viva una fiammella di conflitto resta solo il settore dell’istruzione, che ha già proclamato un nuovo sciopero per martedì prossimo. L’intersindacale di insegnanti, liceali e studenti universitari non ha digerito l’esclusione dell’intera funzione pubblica dal tavolo negoziale di lunedì, con l’incontro per gli statali rimandato a venerdì 13 novembre.
Le richieste del mondo della scuola toccano nodi strutturali della spesa pubblica francese:
- Lo sblocco immediato del valore del punto d’indice per adeguare gli stipendi all’inflazione.
- Un piano straordinario di stabilizzazione per i lavoratori precari.
- Investimenti urgenti per ristrutturare e mettere in sicurezza gli edifici scolastici e universitari.
Sono rivendicazioni sacrosante sul piano degli investimenti pubblici e della tutela del reddito, ma che difficilmente troveranno risposte strutturali da una classe dirigente impegnata solo a guadagnare tempo fino al prossimo appuntamento con le urne. La piazza francese, molto semplicemente, lo ha già capito ed è tornata a casa.







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