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Francia affamata di tasse: passa per un soffio il balzello da 5,5 centesimi a gigabyte. Un attacco alla tecnologia che pagheranno i cittadini

L’Assemblea francese, semivuota, approva una pesante tassa sullo streaming dei dati, che punirebbe pesantemente le piattaforme. La fame di soldi fa stravedere

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Fino a dove può spingersi la fame di denaro di uno Stato con i conti in disordine? In Francia la risposta è arrivata venerdì 30 ottobre, durante le discussioni per la legge di bilancio 2027. L’Assemblea Nazionale ha approvato un emendamento proposto dal Partito Socialista che introduce una tassa di 0,055 euro (5,5 centesimi) per ogni gigabyte di dati scaricato dagli utenti tramite la rete internet.

Il provvedimento, firmato dal deputato socialista Laurent Lhardit, è passato sul filo di lana in un momento di evidente stanca dei lavori parlamentari e con l’aula semivuota: appena 11 voti a favore contro 10 contrari. Una misura che era già stata bocciata in commissione Finanze lo scorso 9 ottobre, e che ha ricevuto il parere nettamente contrario sia del relatore generale del bilancio sia dello stesso governo francese, ma che è riuscita comunque a infilarsi tra le pieghe del voto in aula.

Come dovrebbe funzionare la “tassa sui gigabyte”

Sulla carta, il bersaglio dichiarato della sinistra francese sono i colossi americani del web. Secondo i dati dell’Arcep (l’autorità francese per le telecomunicazioni), il traffico dati inviato agli abbonati delle reti fisse e mobili in Francia ammonta a circa 200 miliardi di gigabyte all’anno. Di questi, la metà è generata da cinque grandi attori: Google (con YouTube), Meta (Facebook e Instagram), Amazon, Netflix e Akamai (società specializzata nelle reti di distribuzione dei contenuti).

Il meccanismo ideato dai parlamentari socialisti prevede che i fornitori di accesso a internet (come Orange, SFR, Bouygues Telecom e Free) funzionino da esattori e controllori. Gli operatori dovrebbero misurare la quantità di dati inviata dalle piattaforme agli utenti — mantenendo l’anonimato sui contenuti consultati — e trasmettere il conto al fisco francese. Per evitare il fallimento immediato delle aziende più esposte, il testo fissa un tetto massimo al prelievo pari al 15% del fatturato realizzato in Francia, oppure al 2% del fatturato mondiale.

I promotori dell’emendamento sperano così di incassare tra i 10 e gli 11 miliardi di euro all’anno, arrivando persino a giustificare la tassa con motivazioni ecologiche, tanto per cambiare: secondo loro, pagare per ogni gigabyte costringerebbe le piattaforme a comprimere meglio i file. Il ministro dei Conti pubblici, David Amiel, ha subito smontato queste stime, spiegando che il gettito reale sarebbe al massimo la metà (circa 5 miliardi), ma soprattutto che il restante 50% del traffico colpirebbe aziende molto più piccole, spesso francesi ed europee.

Una mentalità ostile alla modernità (che scarica il conto sulle famiglie)

Sul mercato all’ingrosso delle telecomunicazioni, trasportare un gigabyte di dati costa una frazione di centesimo. Tassarlo a 5,5 centesimi significa applicare un balzello che costa molte volte più del servizio stesso. L’impatto concreto sulle abitudini quotidiane mostra tutta l’ostilità di una certa classe politica verso lo streaming, i videogiochi e la tecnologia moderna:

  • Famiglia media: secondo le stime della testata specializzata Télé Satellite Numérique, un nucleo di quattro persone che guarda 200 ore al mese di video tra Netflix, YouTube e programmi televisivi in replica consuma circa 555 gigabyte mensili, generando 30,50 euro di tassa al mese.
  • Streaming ad alta definizione: guardare un’ora di film in formato 4K su Netflix consuma fino a 7 gigabyte, pari a quasi 40 centesimi di imposta per ogni ora di visione.
  • Videogiochi: scaricare su console un titolo moderno di grandi dimensioni, come l’atteso GTA 6 (stimato in circa 210 gigabyte), comporterebbe una tassa secca di 11,55 euro per un singolo download.

Chi pagherà davvero questo conto? Pensare che i giganti tecnologici assorbano passivamente una simile stangata significa ignorare le regole base dell’economia. Quando nel 2019 Parigi introdusse la “tassa GAFA” del 3%, Amazon, Google, Apple e Meta scaricarono immediatamente il costo sui venditori, sugli inserzionisti pubblicitari e sugli sviluppatori. Per piattaforme come Netflix, Disney+ o i negozi di videogiochi come Steam, che vivono degli abbonamenti e degli acquisti diretti delle famiglie, il risultato sarebbe automatico: un rincaro immediato dei prezzi mensili per i cittadini francesi, accompagnato da un peggioramento della qualità video per risparmiare banda.

Un fuoco di paglia destinato a spegnersi, ma il segnale resta grave

Fortunatamente per i consumatori d’oltralpe, le probabilità che questa norma diventi legge definitiva sono minime. Essendo passata per un solo voto di scarto in un’aula distratta e contro il volere dell’esecutivo, la misura ha davanti a sé un percorso parlamentare pieno di ostacoli. Potrà essere facilmente cancellata durante il voto finale sulla prima parte della manovra all’Assemblea Nazionale, spazzata via dal Senato durante la navetta parlamentare, oppure eliminata direttamente dal governo nel testo definitivo.

Resta però il significato politico dell’episodio. Questo colpo di mano notturno fotografa alla perfezione una classe politica affamata di risorse pubbliche, incapace di gestire la spesa e pronta a inventare tasse su qualsiasi attività umana pur di fare cassa. Invece di favorire lo sviluppo delle reti e dei servizi digitali, si cerca di punire il consumo tecnologico dei cittadini, nascondendo una vecchia stangata fiscale dietro la solita foglia di fico della lotta alle multinazionali e della tutela ambientale.

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