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Flotta russa sparita dal Mediterraneo: zero navi di Mosca nel Mare Nostrum per la prima volta in oltre dieci anni
Mosca ritira tutte le navi da guerra dal Mare Nostrum: la flotta è bloccata a difendere le petroliere nel Mare del Nord e le basi in Siria non sono più sicure. Ecco perché per l’Italia è una tregua strategica.

Il Mediterraneo è improvvisamente rimasto vuoto della presenza militare russa. Da settimane, nelle acque strategiche del Mare Nostrum non incrocia nemmeno una singola nave da guerra con la bandiera di Mosca: un fatto clamoroso che non si verificava dal 2013.
La flotta di Vladimir Putin, impegnata pesantemente su altri fronti e ridotta dopo gli scontri nel Mar Nero, ha dovuto ritirare ogni unità. Questa ritirata forzata segna una svolta improvvisa per la sicurezza europea e per gli equilibri dei traffici commerciali marittimi.
Il pensiero della NATO: «La flotta è nel caos»
Nei quartieri generali dell’Alleanza Atlantica la ritirata russa viene analizzata con toni perentori. Un alto funzionario della NATO ha riassunto la portata dell’evento al Telegraph: «Non c’è più nulla lì da giugno. È la prima volta in più di dieci anni. Questo è un dato molto rilevante: non sei una marina globale se non sei presente in tutto il mondo». Soprattutto evitando uno dei tratti marittimi più strategici al mondo.
La tensione tra gli equipaggi russi è palpabile. Il prolungato stato di allerta e la carenza di mezzi stanno logorando la catena di comando. Lo stesso funzionario dell’Alleanza ha descritto il nervosismo di Mosca: «La Russia si sente chiaramente minacciata. Si sono sentiti in pericolo perfino davanti a una piccola barca a vela nella Manica, contro cui hanno sparato colpi di avvertimento. Questo dimostra lo stato d’animo della flotta russa in questo momento».
La crisi operativa non riguarda solo il morale, ma tocca la logistica di base. Una fonte diplomatica alleata ha rincarato la dose:«La Russia non ha navi cisterna e la flotta di superficie ha problemi enormi. È un vero disastro».
Il dilemma economico: proteggere la flotta ombra del petrolio
Alla base di questo ricollocamento ci sono delle necessita strategico/economiche rilevanti: le navi sono state spostate dove sono avvenuti i maggiori sequestri di patroliere della flotta ombra, che esportano il petrolio russo, cioè Mare del Nord e Atlantico.
I Paesi occidentali hanno iniziato a colpire sistematicamente la “flotta ombra”, ovvero le petroliere che trasportano greggio russo aggirando le sanzioni. Gran Bretagna, Francia, Belgio, Germania, Estonia e Finlandia hanno bloccato 13 navi cisterna negli ultimi sei mesi. L’Italia ha fermato solo una petroliera ombra nel Mediterraneo. Quindi l’Oceano è una priorità.
Per impedire il sequestro dei suoi carichi di idrocarburi, il Cremlino è stato costretto a dirottare le sue navi migliori dal Mediterraneo verso il Nord Europa. Fregate moderne come la Neustrashimy e la Admiral Grigorovich sono ora bloccate a fare da scorta armata alle petroliere nel Canale della Manica e nel Mar Baltico.

La fregata Neustrashimy della Marina russa
Il salasso della guerra in Ucraina e il blocco logistico
Lo sforzo bellico in Ucraina ha prosciugato le risorse navali di Mosca. Nel Mar Nero, i droni marittimi e i missili di Kyiv hanno affondato o danneggiato decine di unità, compresi due sottomarini. A questo logoramento si aggiunge un’incapacità tecnica di rifornimento:
- La marina russa è rimasta priva di navi da rifornimento adatte per le lunghe crociere oceaniche;
- Gli equipaggi nel Mare del Nord sono ridotti a fare pericolosi rifornimenti di carburante “scafo a scafo” tramite una vecchia nave officina;
- La flotta del Baltico è ormai imbottigliata dalla NATO e ridotta a mera difesa costiera.
Il nodo siriano: la base di Tartus sotto controllo ibrido
A rendere molto complessa la permanenza nel Mediterraneo è arrivata anche la perdita del controllo esclusivo in Siria. Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, il nuovo assetto guidato dal presidente siriano Ahmad al-Sharaa ha ridiscusso la presenza russa.
La storica base navale di Tartus e l’aeroporto di Hmeimim stanno diventando centri di addestramento a controllo congiunto e ibrido siriano-russo. La gestione autonoma di un tempo non esiste più: Mosca non dispone più di un porto franco in cui riparare e rifornire le proprie unità in piena libertà.
Un respiro di sollievo per l’Italia (in attesa della Libia)
Per la nostra Marina Militare questa situazione porta un immediato sollievo operativo. Negli ultimi anni le unità navali italiane sono state sottoposte a un continuo lavoro di pattugliamento per monitorare i sottomarini e le fregate russe nel Canale di Sicilia e nello Ionio, anche per la loro presenza nella Libia occidentale. La pressione militare lungo le nostre rotte commerciali e sui gasdotti sottomarini oggi è ai minimi storici. Tuttavia, si tratta di una calma temporanea.
Il Cremlino sta cercando un’alternativa strategica poco più a sud: la costa libica. Mosca lavora per ottenere una base navale a Tobruk e una presenza stabile a Bengasi, oltre al controllo logistico su sei basi aeree nella Cirenaica. Fino a quando le navi russe non getteranno le ancore in Libia, la Marina Militare italiana potrà godersi una finestra di relativa tranquillità.







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