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Federal Reserve: la svolta di Warsh e la lezione che la BCE non vuole capire
La mossa di Trump sulla Fed svela il vero dramma dell’Europa: perché la BCE ci sta impoverendo.

La nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve non può essere liquidata con la consueta lettura superficiale di parte della stampa europea: Trump avrebbe scelto semplicemente un uomo disposto a tagliare i tassi per sostenere la crescita. Una spiegazione riduttiva e, soprattutto, economicamente fragile.
Kevin Warsh non è un funzionario improvvisato né un politico travestito da economista. È stato membro del Board of Governors della Federal Reserve dal 2006 al 2011, cioè dell’organo direttivo della banca centrale americana, negli anni più drammatici della crisi finanziaria globale. In quel periodo fu anche rappresentante della Fed nel G20 e interlocutore diretto dei principali mercati internazionali. Prima ancora aveva maturato esperienza a Wall Street e alla Casa Bianca sotto l’amministrazione Bush.
Il punto decisivo è che Warsh sosteneva determinate posizioni monetarie molto prima della discesa in campo politica di Donald Trump. Non siamo quindi davanti a un tecnico che ha adattato le proprie teorie alle esigenze del nuovo presidente americano. È vero il contrario: Trump lo ha scelto proprio perché da anni critica l’automatismo ideologico che domina gran parte delle banche centrali occidentali.
Vale a dire l’idea secondo cui ogni inflazione debba essere combattuta sempre e comunque attraverso l’aumento dei tassi d’interesse. Ed è qui che emerge la differenza tra un approccio pragmatico e uno puramente burocratico.
In economia esiste una distinzione fondamentale che oggi sembra quasi rimossa dal dibattito europeo: non tutta l’inflazione nasce dalle stesse cause. Se l’aumento dei prezzi deriva da una domanda interna eccessiva — consumi fuori controllo, credito troppo espansivo, salari che crescono oltre la produttività — allora una stretta monetaria può avere una sua logica.
Ma se l’inflazione è prevalentemente importata, cioè provocata da shock energetici, rincari delle materie prime, tensioni geopolitiche o interruzioni delle catene globali del valore, il rialzo dei tassi rischia di trasformarsi in una terapia sbagliata.
Perché aumentare i tassi non abbassa il prezzo del gas, non riduce il costo del petrolio e non elimina le cause esterne che hanno generato l’inflazione. Produce invece effetti immediati sull’economia reale: meno investimenti, credito più costoso, rallentamento produttivo e compressione dei consumi.
È questo il nodo teorico sul quale Warsh insiste da tempo: di fronte a un’inflazione da offerta o da shock esterni, la banca centrale non dovrebbe reagire automaticamente comprimendo la domanda interna. La scelta più razionale è quindi mantenere i tassi stabili, se non addirittura ridurli, evitando che uno shock temporaneo degeneri in stagnazione economica permanente.
È un’impostazione che rompe finalmente quella rigidità ideologica che negli ultimi anni ha dominato la politica monetaria europea, dove il rialzo dei tassi è diventato quasi un riflesso automatico indipendentemente dalla natura dell’inflazione.
Ed è qui che il confronto con la BCE diventa inevitabilmente impietoso. La Banca Centrale Europea soffre innanzitutto di un limite strutturale. Nonostante il nome, non è una vera banca centrale federale paragonabile alla Fed americana. Opera in un’unione monetaria incompleta, priva di un autentico Tesoro europeo alle spalle e vincolata a un mandato rigidamente concentrato quasi esclusivamente sulla stabilità dei prezzi.
A questo limite istituzionale si aggiunge un problema di leadership. Christine Lagarde non proviene dalla teoria monetaria né dalla macroeconomia. È un avvocato con un profilo eminentemente politico-diplomatico, arrivato alla guida della BCE attraverso equilibri interni all’Unione Europea più che per competenze specialistiche in politica monetaria.
E questa debolezza tecnica emerge soprattutto nelle fasi più delicate. Davanti all’inflazione esplosa dopo la crisi energetica e la guerra in Ucraina, Francoforte ha reagito con rialzi aggressivi dei tassi anche mentre l’economia europea rallentava vistosamente e la manifattura tedesca entrava in crisi.
Ma quell’inflazione non nasceva da un eccesso di domanda interna. Nasceva principalmente dal costo dell’energia, dalle tensioni geopolitiche e dalla dipendenza strategica dell’Europa.
La BCE ha quindi applicato una cura pensata per un’altra malattia. Tra il 2022 e il 2024 la BCE ha realizzato la più violenta stretta monetaria della storia dell’euro, portando il tasso sui depositi al massimo storico del 4%, mentre il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali ha raggiunto il 4,50%, livello inferiore al picco del 4,75% toccato nel 2000; tutto ciò proprio mentre l’Eurozona entrava in una fase di crescita quasi stagnante, con la Germania — motore industriale europeo — vicina alla recessione tecnica.
Il risultato concreto è stato l’indebolimento simultaneo di credito, investimenti e produzione industriale, senza riuscire a incidere realmente sulle cause originarie dell’inflazione importata.
La svolta rappresentata da Warsh segna dunque qualcosa di molto più profondo di un semplice cambio al vertice della Fed: rappresenta il ritorno a una politica monetaria più aderente alla realtà economica e meno subordinata a schemi automatici.
Negli Stati Uniti sembra riaffermarsi l’idea che prima di intervenire sui tassi occorra comprendere la natura dell’inflazione. In Europa invece continua spesso a prevalere una visione meccanica, nella quale il rigore monetario finisce per coincidere con l’automatismo decisionale.
Ed è questo il vero ritardo europeo. Washington torna a discutere di struttura dell’inflazione, produttività, energia e trasmissione monetaria. Bruxelles e Francoforte continuano troppo spesso a muoversi dentro schemi rigidi, applicati da classi dirigenti selezionate più per equilibrio politico che per autentica competenza tecnica.
La differenza sostanziale è che negli Stati Uniti la banca centrale sembra tornare a interpretare l’economia reale; in Europa, invece, continua troppo spesso a limitarsi ad applicare formule astratte a problemi concreti.
Quando una banca centrale sbaglia diagnosi, il prezzo non lo pagano i banchieri centrali. Lo pagano le imprese che rinviano gli investimenti, le famiglie che vedono ridursi il potere d’acquisto e un intero sistema produttivo europeo sempre meno competitivo rispetto alle grandi economie mondiali.
Antonio Maria Rinaldi







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