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Ex Ilva, la ZES può diventare il motore della riconversione green di Taranto

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Le parole pronunciate dal sottosegretario Luigi Sbarra a SkyTg24 Economia, ieri, indicano una possibile strada per evitare che la crisi dell’ex Ilva si trasformi definitivamente nella crisi industriale di Taranto. Inserire il polo siderurgico e le aree industriali e portuali circostanti tra le priorità della ZES Unica significa, infatti, utilizzare uno strumento capace di accelerare gli investimenti, coordinare le amministrazioni e accompagnare la trasformazione dello stabilimento verso una produzione di acciaio a minore impatto ambientale.

La situazione è diventata ancora più urgente dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro novanta giorni. Il Governo ha annunciato la predisposizione di un piano straordinario e la necessità di riparametrare la procedura di cessione, garantendo nel frattempo la continuità aziendale e la tutela dei lavoratori. 

In questo quadro la ZES non rappresenta una soluzione automatica, né può superare le decisioni della magistratura o attenuare gli obblighi ambientali. Può però intervenire sul problema che per anni ha rallentato quasi ogni ipotesi di rilancio dell’acciaieria: la frammentazione delle competenze e delle procedure.

Attraverso lo Sportello unico digitale ZES, l’investitore può presentare un progetto unitario, evitando di avviare separatamente decine di procedimenti presso ministeri, Regione, Comune, Autorità portuale e altri enti. La conferenza di servizi riunisce le amministrazioni coinvolte e si conclude con una determinazione unica che sostituisce autorizzazioni, pareri, concessioni e nulla osta necessari alla realizzazione del progetto. Il provvedimento può inoltre costituire variante urbanistica e dichiarare l’intervento di pubblica utilità, urgenza e indifferibilità. 

Non si tratta soltanto di una semplificazione teorica. Nel primo anno di operatività della ZES Unica sono state rilasciate oltre 570 autorizzazioni, con tempi medi dichiarati di circa trenta giorni. È evidente che un progetto complesso come quello dell’ex Ilva richiederebbe procedure ambientali e tecniche assai più articolate, ma il modello amministrativo potrebbe comunque ridurre sensibilmente i tempi morti, le sovrapposizioni e i continui rinvii tra un’amministrazione e l’altra. 

L’impatto potrebbe riguardare innanzitutto la realizzazione dei nuovi forni elettrici destinati a sostituire progressivamente gli altoforni. L’intesa interistituzionale raggiunta nell’agosto 2025 aveva già indicato questa direzione, prevedendo la completa decarbonizzazione dello stabilimento e la possibile localizzazione a Taranto di un polo nazionale per la produzione di preridotto, il cosiddetto DRI, necessario ad alimentare i forni elettrici riducendo il ricorso al carbone. 

La riconversione, tuttavia, non consiste semplicemente nel montare nuovi forni. Occorrono nuove linee elettriche, collegamenti alla rete del gas, sistemi per l’utilizzo futuro dell’idrogeno, impianti per il DRI, infrastrutture portuali, depositi, trattamento delle acque, logistica per il rottame e interventi sulle aree industriali. Il Mimit aveva già avviato un confronto con Snam proprio sull’approvvigionamento energetico necessario ai forni elettrici e agli impianti di preridotto.

È qui che la ZES può diventare determinante. Un unico cronoprogramma potrebbe tenere insieme stabilimento, porto, rete energetica, bonifiche e nuovi insediamenti produttivi, assegnando a ciascuna amministrazione responsabilità e tempi precisi. La Struttura di missione potrebbe inoltre svolgere una funzione di monitoraggio, impedendo che una pratica resti bloccata per mesi in attesa di un parere o di un’integrazione documentale.

Resta fermo che VIA, AIA e verifiche sanitarie non possono essere eliminate. La ZES accelera e coordina i procedimenti, ma deve operare nel rispetto della normativa ambientale. Nel caso di Taranto questa distinzione è essenziale: la velocità amministrativa dovrà accompagnarsi a prescrizioni rigorose, controlli sulle emissioni e garanzie effettive per la salute dei cittadini.

Un secondo effetto riguarda l’indotto. Il credito d’imposta ZES, i Contratti di sviluppo, gli Accordi per l’innovazione e gli altri strumenti nazionali potrebbero favorire l’insediamento di aziende attive nella componentistica, nell’idrogeno, nell’economia circolare, nella manutenzione industriale e nelle tecnologie ambientali. Taranto potrebbe così passare da una dipendenza quasi esclusiva dall’acciaieria a un distretto industriale più diversificato, pur mantenendo la siderurgia come attività strategica.

Il modello indicato da Sbarra è quello della riconversione della centrale Federico II di Cerano, dove sono state raccolte 35 proposte di investimento per oltre 10 miliardi di euro potenziali. Undici progetti risultano già avviati o in avanzata fase di cantierabilità, per 589 milioni di investimenti e 512 nuovi occupati previsti. Anche in quel caso il Mimit ha previsto di affiancare gli investitori attraverso gli strumenti nazionali e le opportunità della ZES Unica. 

La ZES, dunque, non può sostituire un piano industriale credibile, né risolvere da sola il problema del costo dell’energia e della sostenibilità economica dell’acciaio verde. Può però rendere quel piano concretamente realizzabile, comprimendo i tempi burocratici, coordinando le istituzioni e aumentando l’attrattività dell’operazione per un investitore privato.

La sfida è trasformare Taranto da simbolo delle contraddizioni tra lavoro, salute e ambiente nel principale laboratorio europeo della siderurgia decarbonizzata. Per riuscirci serviranno risorse, tecnologie e una forte presenza pubblica. Ma servirà soprattutto evitare che la riconversione resti intrappolata negli stessi labirinti amministrativi che hanno accompagnato per oltre un decennio la crisi dell’ex Ilva. La ZES Unica può essere lo strumento per spezzare finalmente questo meccanismo.

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