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Economia

Ex Ilva, il difficile equilibrio tra produzione, lavoro e ambiente: domani il vertice decisivo?

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Domani a Palazzo Chigi non si discuterà soltanto del futuro di una fabbrica. Si discuterà, probabilmente, di ciò che resta di una delle più grandi scommesse industriali italiane e della possibilità stessa che il nostro Paese continui a disporre di una produzione strategica di acciaio senza dover scegliere ancora una volta tra lavoro, ambiente e salute.

Dopo la decisione di venerdì della Corte d’Appello di Milano, che ha respinto la richiesta di sospensiva e confermato il blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro il 28 ottobre, la situazione è diventata drammatica. I giudici hanno stabilito che nel bilanciamento tra attività d’impresa e tutela della salute debba prevalere quest’ultima. Una decisione che il governo deve naturalmente rispettare, ma che modifica radicalmente lo scenario industriale sul quale fino a pochi giorni fa si stava lavorando. Ora si tratta di ricomporre il tutto e cercare una soluzione che possa rispondere alle due esigenze prioritarie, quella della tutela della salute da una parte, e quella della tutela dei lavoratori e della continuita industriale dall’altro.

Questa mattina a Taranto i lavoratori dell’appalto e dell’indotto hanno proclamato 24 ore di sciopero, con blocchi della viabilità intorno allo stabilimento. La protesta nasce dalla ripartenza delle procedure di licenziamento collettivo che riguardano circa 2.500 lavoratori di 28 aziende, procedure che erano state temporaneamente congelate proprio su richiesta del governo in attesa della pronuncia della magistratura.

Il primo obiettivo dell’esecutivo, con Adolfo Urso al centro del dossier industriale e Alfredo Mantovano alla regia di Palazzo Chigi, sarà probabilmente quello di evitare che alla crisi produttiva segua immediatamente una bomba sociale. Fim, Fiom e Uilm chiedono il blocco dei licenziamenti e un piano straordinario. Le imprese dell’indotto, dal canto loro, sostengono di non poter reggere a lungo senza prospettive produttive. Ma c’è un problema ancora più grande.

Dopo la decisione della Corte di Milano il governo non può semplicemente immaginare un decreto che cancelli il pronunciamento dei giudici. Lo stesso Mantovano, nel precedente confronto con le parti sociali, aveva spiegato che un intervento legislativo destinato semplicemente a neutralizzare la decisione giudiziaria sarebbe costituzionalmente molto problematico. Di conseguenza il terreno sul quale l’esecutivo può muoversi è ormai soprattutto quello industriale: accelerare la transizione verso forni elettrici e Dri, garantire la continuità possibile nel frattempo e trovare finalmente un soggetto capace di assumersi la responsabilità della nuova Ilva.

A Palazzo Chigi la possibilità di una partecipazione pubblica non viene più esclusa. Mantovano lo ha detto chiaramente: lo Stato potrebbe essere della partita, purché sul tavolo arrivi un piano industriale «solido e credibile». Non sarebbe una nazionalizzazione vecchio stile, ma una presenza pubblica destinata a rendere credibile e finanziabile la transizione del polo siderurgico. Parallelamente resta aperta la partita degli investitori privati.

Sul tavolo ci sono state le offerte di Jindal e Flacks, mentre il ministro Urso guarda con particolare interesse alla possibile cordata italiana composta da importanti aziende della siderurgia nazionale. A Cernobbio Urso ha sottolineato come alla manifestazione d’interesse abbiano aderito 14 imprese siderurgiche italiane, auspicando che quella disponibilità possa trasformarsi in una proposta vincolante da confrontare con le altre.

Il retroscena che circola negli ambienti industriali è dunque abbastanza chiaro: il governo vorrebbe evitare sia la liquidazione industriale di Taranto sia una nuova soluzione precaria destinata a durare soltanto qualche anno. Si cerca una combinazione tra capitale privato, possibile presenza pubblica, decarbonizzazione e partecipazione della siderurgia italiana. Una quadratura del cerchio difficilissima. Anche perché il tempo ormai non si misura più in anni o mesi, ma in settimane.

L’economista Gianfranco Tosini, del Centro studi Siderweb, ha espresso un giudizio durissimo: «Temo che l’area a caldo dell’ex Ilva sia destinata a morire». Secondo Tosini, uno degli scenari possibili sarebbe la prosecuzione a Taranto soprattutto delle attività di laminazione, con inevitabili conseguenze sull’occupazione perché queste necessitano di molti meno lavoratori rispetto al ciclo integrale.È proprio questo lo scenario che il governo cerca di evitare.

Perché perdere definitivamente una capacità produttiva siderurgica nazionale non significherebbe soltanto perdere posti di lavoro a Taranto. Significherebbe aumentare la dipendenza dall’acciaio prodotto altrove proprio mentre l’Europa riscopre, tra guerre commerciali, dazi e crisi geopolitiche, l’importanza dell’autonomia strategica. Ma sarebbe forse altrettanto miope continuare a immaginare Taranto esclusivamente attraverso l’ex Ilva. Ed è anche su questo che il governo e il ministero guidato da Urso sta lavorando da mesi. Malgrado le sterili critiche delle opposizioni, che non sono state in grado di tirare fuori uno straccio di proposta credibile, il governo sta procedendo a tappe spedite su due fronti, trovare investitori e mettere in pista una proposta di produzione sostenibile per continuare a produrre acciaio a Taranto.

Lo ha ricordato qualche mese fa Carlo Cottarelli, con una considerazione apparentemente opposta ma in realtà complementare: «Il futuro di Taranto non deve essere legato al futuro dell’ex Ilva». Il senso è che qualsiasi soluzione industriale dovrà essere accompagnata da una vera diversificazione dell’economia jonica.

Industria e diversificazione, dunque. Produzione e ambiente. Acciaio e nuovi investimenti. È qui che si misura la difficoltà del compito affidato a Urso e all’intero governo. Ma è anche necessario ricordare come siamo arrivati fin qui. Perché sarebbe troppo facile attribuire all’ultimo governo la responsabilità di una situazione che l’Italia trascina almeno dal 2012.

Da allora si sono succeduti governi tecnici, centrosinistra, Cinque Stelle-Lega, Cinque Stelle-Pd, Draghi e infine Meloni. Sono cambiati ministri, commissari, proprietari, piani ambientali, decreti e promesse.

Nel 2012 il governo Monti intervenne per garantire la continuità produttiva nonostante il sequestro degli impianti. Nel 2013 arrivò il commissariamento con il governo Letta. Nel 2015 l’amministrazione straordinaria. Nel 2017, durante la stagione dei governi di centrosinistra, l’aggiudicazione ad ArcelorMittal. Nel 2018 il governo Conte ridiscusse quella procedura; nel 2019 l’eliminazione dello scudo penale contribuì alla nuova rottura con Mittal. Con Conte II lo Stato tornò direttamente nel capitale attraverso Invitalia. Negli anni successivi nemmeno quella formula riuscì però a stabilizzare definitivamente l’azienda.

Quindici anni nei quali la politica italiana, nel suo complesso, ha spesso inseguito l’emergenza anziché risolverla. Ogni governo ha ereditato problemi dal precedente e ne ha lasciati al successivo. Per questo oggi sarebbe intellettualmente disonesto trasformare l’ex Ilva semplicemente nell’ennesimo terreno dello scontro maggioranza-opposizione.

Si può discutere delle singole decisioni del governo Meloni. Si può giudicare se gli interventi siano sufficienti o se siano arrivati troppo lentamente. Ma è difficile negare che questo esecutivo abbia almeno tentato di affrontare contemporaneamente i nodi che per anni erano stati rinviati: l’uscita dal rapporto ormai compromesso con ArcelorMittal, l’amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia, la nuova procedura per individuare investitori, la decarbonizzazione, il sostegno finanziario alla continuità produttiva e ora persino la possibilità di una nuova presenza pubblica. Nel 2024 il governo ha infatti riportato Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria dopo il fallimento della convivenza con Mittal; da lì è partita la nuova ricerca di investitori.

Insomma, almeno ci sta provando a prendere il toro per le corna. E non è poco, considerando la quantità di nodi politici, giudiziari, ambientali e finanziari accumulati nel tempo. Ma adesso arriva la parte più difficile.

Domani a Palazzo Chigi il governo dovrà dare ai sindacati qualcosa di più di una prospettiva generale. Dovrà spiegare cosa accadrà ai lavoratori dell’indotto, come impedire che partano migliaia di licenziamenti, quale produzione potrà essere garantita nella fase di transizione e soprattutto con quali tempi si arriverà alla nuova struttura industriale.

Se la cordata italiana riuscirà realmente a trasformare la propria manifestazione d’interesse in un’offerta industriale credibile, se Jindal resterà della partita e se lo Stato sarà disposto ad accompagnare finanziariamente l’operazione, allora lo stop dell’area a caldo potrebbe paradossalmente diventare l’acceleratore di quella trasformazione che per troppi anni è stata soltanto annunciata.

Se invece tutto questo non accadrà, il rischio è che il 28 ottobre non rappresenti soltanto la data dello spegnimento di alcuni impianti. Potrebbe diventare la data nella quale l’Italia scoprirà di avere perso definitivamente uno dei suoi più importanti asset industriali. Ed è probabilmente per questo che il vertice di domani conta così tanto. Per quindici anni l’Ilva è stata il luogo nel quale la politica ha rinviato le decisioni. Adesso il tempo dei rinvii sembra davvero finito.

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