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E’ già cominciata la grande fuga dei riformisti dal PD?

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“Era ormai scontato che accadesse, perché Marianna Madia non partecipava alle attività del gruppo da più di sei mesi. Ma se una che è stata tra le fondatrici del partito abbandona la barca, proprio ora che sembra iniziata la discesa verso le nuove elezioni, in aperta polemica con la linea politica della segretaria, allora secondo me la Schlein e il partito dovrebbero cominciare a preoccuparsi.” Diceva, dieci giorni fa, un vecchio senatore dei riformisti del Pd, commentando a caldo la clamorosa uscita dal Pd di Marianna Madia, la silente ( come viene definita da qualcuno all’interno del Pd, per il suo carattere schivo e riservato).

Perché dopo quella della eurodeputata Elisabetta Gualmini, a dire addio alla segretaria e al suo gruppo di fedelissimi è un pezzo da novanta, quella Madia, che giovanissima fu portata alla ribalta da Walter Veltroni, con il quale si dice mantenga ancora uno strettissimo filo diretto. E questo, sempre secondo i bene informati, non è né banale né tantomeno secondario (è risaputo che Veltroni non sia mai stato un grande estimatore della Schlein, così come Prodi è un po’ tutta la vecchia guardia del primo partito di opposizione). “Serve più riformismo nel centrosinistra” queste le parole scarne, come è d’altra parte peculiarità della esponente Pd, ora traslocata tra le braccia di Italia Viva di Matteo Renzi, di uno dei suoi pigmalioni, che tra le donne in politica dimostra di trovarsi a suo agio.

La segretaria come è nel suo stile non ha voluto commentare, così come non lo aveva fatto di fronte all’addio della Gualmini (andata invece con Calenda), ma chi la conosce la definisce serena ed anzi perfino sollevata. La sua azione di riconciliazione con l’ala riformista sembra ormai arrivata ad un punto di svolta. Non sarebbe più disposta ad accettare attacchi e distinguo evidenti, come quelli manifestati per esempio, in più occasioni, dalla vicepresidente del Parlamento europeo, che moltissimo ormai danno con un piede e mezzo fuori dal partito e anche lei come la sua collega verso le accoglienti braccia di Carlo Calenda, che sedeva accanto a lei all’ultimo congresso del partito a Roma, quando a sorpresa arrivò anche la premier Giorgia Meloni per un veloce saluto. Ma l’elenco degli scontenti del partito è assai lunga, a cominciare da un altro dei pezzi da novanta del Pd renziano, Graziano Delrio, che è finito dietro alla lavagna per aver proposto e poi votato con il centrodestra la legge sul contrasto dell’antisemitismo.

Un’insubordinazione plateale che ha fatto infuriare i vertici. Ma sono mesi ormai, che il senatore di Reggio Emilia, uno dei cosiddetti “Renziboys” ( “la lunga onda renziana è come la risacca, capace di irrompere sulla scena e poi, attraverso scelte tattiche o polemiche, di cambiare gli equilibri politici, talvolta allontanando sostenitori o cambiando alleati. ” scherzava in transatlantico due giorni un vecchio senatore della Lega),  non nasconde più il suo grande  disagio a stare nel partito che lo ha visto tre volte consecutive ministro sotto tre governi, prima con Enrico Letta, poi appunto con Matteo Renzi, e quindi con il governo Gentiloni. Dopo avere sostenuto Stefano Bonaccini nelle primarie, Delrio ha guidato la fronda interna dei riformisti, insieme a Lorenzo Guerrini. Ma ora la misura sembra colma, anche perché pare sia arrivato ai ferri corti con il capogruppo Francesco Boccia, un fedelissimo della Schlein, che in barba alle sue idee, ormai è votato alla causa, in attesa, in caso di elezioni, di una promozione in un ministero di peso (c’è chi parla addirittura di quello dell’economia, fantapolitica per ora, ma intanto per certi incarichi bisogna essere preparati per tempo). Ma anche Lorenzo Guerrini, Lia Quartapelle e Filippo Sensi (soprattutto quest’ultimo che ha definito lunare la discussione sulle primarie) stanno a più riprese inviando segnali di profondo disagio a rimanere ancora in un contenitore in cui non si riconoscono più.

Ma il fatto vero che dovrebbe forse preoccupare la segretaria del Pd è che tutto questo bailamme sembra avere una precisa regia, che va da Matteo Renzi, per passare per Bettini, Bersani, Franceschini e Romano Prodi, un comitato che ha come obiettivo, anche se in modi e tempi differenti di trovare un’alternativa al centro ad una segretaria in cui non credono minimamente. I riformisti si trovano in una sorta di limbo, combattuti tra il continuare nella loro linea critica costruttiva interna e appunto quella invece di lasciare il partito. Il gesto della Madia quindi potrebbe essere il preludio ad una sorta di diaspora, anche se non si riesce ancora a trovare una direzione comune e soprattutto anche qui un leader credibile ed autorevole. Ci sarebbe sempre Silvia Salis, ma lei per ora preferisce rimanere coperta e non sembra, oltretutto, avere troppo seguito tra i riformisti del Pd.

Per il momento insomma la confusione sembra regnare sovrana sotto il cielo del campo largo, che non credeva dopo il trionfo al referendum di dover fare i conti con liti e divisioni che rischiano di annullare gli effetti della vittoria nel referendum sulla giustizia. E certamente il fatto che un secondo dopo l’esito del voto referendario, proprio Conte, ha rilanciato la proposta di mettere in campo le primarie aperte, non ha certamente aiutato. I riformisti si dicono contrari all’istituto delle primarie, forse perché attirati dalla prospettiva di dare vita a quella corrente centrista, una sorta di Margherita 4.0, che dovrebbe essere la quarta gamba del campo largo. Almeno per ora, perché molti pensano che la linea politica di Schlein sia alla fine perdente e che occorra abbracciare una strada maggiormente moderata e centrista. Dario Franceschini, il grande vecchio stratega del Pd, un mese fa è volato a Genova per sondare la sindaca di Genova Silvia Salis, nella ipotesi di mettersi alla testa di un movimento progressista riformista.

Ma la ragazza che evidentemente deve essere stata ben istruita, ha mangiato la foglia, declinando l’offerta. Ma ciò non vuol dire che il progetto non le interessi, anzi, ma con grande arguzia, vuole capire bene quali saranno le condizioni e soprattutto le garanzie, prima di buttarsi nella mischia. Perché a sinistra non vuole certo rischiare di ingrossare il lungo elenco dei leader usa e getta, che sono transitati dalle parti del Nazareno negli ultimi quindici anni. E lei che è giovane, poco compromessa con le logiche partitiche, essendo entrata in politica quasi per una scommessa,  tutto sommato potrebbe anche saltare un giro, lasciando rosolare sia Conte che la Schlein, per poi essere chiamata a furor di popolo come salvatrice della patria.

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