Conti pubbliciEconomiaFranciaPolitica
Ecco come Marine Le Pen vuole salvare l’economia francese col nuovo colbertismo
Di fronte alla crisi produttiva francese, Marine Le Pen presenta agli industriali del Medef la svolta dell’«identità economica»: Stato stratega, preferenza nazionale e scontro con le regole di Bruxelles per salvare le fabbriche e il lavoro.

La Francia industriale si trova di fronte a un’emergenza senza precedenti: decenni di delocalizzazioni incontrollate, un disavanzo commerciale record e le rigide catene fiscali europee hanno ridotto all’osso il sistema produttivo nazionale. Intere aree industriali sono state svuotate, lasciando dietro di sé disoccupazione strutturale e impoverimento diffuso. L’economia non riesce a decollare, anzi denuncia una pericolosa dipendenza dalla spesa pubblica.
Salita sul palco dell’università estiva del Medef, davanti a una platea di industriali cauti e diffidenti, Marine Le Pen ha lanciato un avviso perentorio: senza un cambio radicale di rotta che rimetta la produzione nazionale al vertice delle priorità, la tenuta economica e sociale del Paese rischia il collasso definitivo. Ricordiamo che, allo stato attuale, la Le Pen è il candidato visto come vincente sia al primo turno, sia al secondo turno delle elezioni presidenziali d’oltralpe.
Per tentare di invertire questo declino, la principale esponente dell’opposizione francese ha operato una precisa revisione del proprio vocabolario economico. Le etichette tradizionali di “sovranismo” o “protezionismo”, spesso usate in chiave negativa dai mercati finanziari, lasciano il posto a un concetto più inclusivo ma altrettanto di rottura: l’«identità economica della Francia».
Dall’ideologia del mercato all’identità economica
L’economia non viene più considerata come un’entità astratta, un insieme di numeri e vincoli, sottomessa a dogmi monetari e logiche finanziarie globali, ma come una realtà radicata nella storia, nelle persone e nel territorio nazionale. Non è “L’economia internazionale”, ma quella della Nazione, legata tangibilmente al territorio, che non può essere sacrificata in nome di criteri astratti.
Il Rassemblement National fa propria l’idea che l’attività economica debba essere integrata nella società. Una fabbrica che chiude in provincia non rappresenta soltanto la perdita di quote di mercato o un dato negativo nei tabulati contabili. Significa lo smantellamento di una comunità locale, la dispersione di competenze tecniche preziose e una spaccatura territoriale tra le metropoli globalizzate e la cosiddetta “Francia periferica”.
La ricetta per arrestare questa emorragia guarda apertamente alla stagione gollista dei “Trenta Gloriosi“, l’immediato dopoguerra dal 1945 al 1975, un’epoca in cui lo sviluppo fu guidato da una regia pubblica decisa e da una forte coesione produttiva.
I pilastri operativi del piano del RN
Per rilanciare il motore industriale transalpino, il programma propone interventi strutturali molto precisi:
- “Patriottismo” negli appalti pubblici: introduzione della preferenza nazionale per riservare le commesse pubbliche alle aziende radicate sul territorio, arginando la concorrenza estera a basso costo. Sarà intressante vedere come questa norma sarà resa compatibile con le normative sul mercato unico.
- Stato stratega e pianificazione industriale: ripristino di una politica industriale verticale, con investimenti massicci nei settori nevralgici, a cominciare dall’energia nucleare pubblica per garantire costi energetici bassi alle imprese. Una visione che riporta l’energia conveniente a cuore dello sviluppo.
- Sostegno alla domanda interna: sgravi fiscali mirati sui beni energetici e di prima necessità, per restituire potere d’acquisto immediato ai lavoratori e alimentare i consumi locali.
- Controllo dei flussi migratori come leva salariale: regolazione dell’offerta di manodopera per impedire il dumping retributivo e sostenere i salari nei settori a bassa qualifica. Fine quindi dell'”Esercito proletario di riserva”, la scorta di forza lavoro importata, gli imprenditori saranno costretti a investire per migliorare la produttività.
Lo scontro frontale con Bruxelles e l’allontanamento dei liberisti
Questo modello produttivista richiede una rottura esplicita con le regole del patto di stabilità europeo. Il RN non intende sacrificare gli investimenti strategici o i servizi pubblici per soddisfare i rigidi parametri di bilancio fissati dalla Commissione Europea, che richiederebbero il rapporto deficit/PIL al 3%, quando la Francia arriverà al 5,2% (dati Fitch) e la Germania supererà abbondantemente il 3%.
Questa impostazione ha provocato anche un chiarimento interno al partito. La linea ultraliberista, che auspicava tagli radicali alla spesa pubblica e deregolamentazione selvaggia, è stata accantonata per evitare di danneggiare la base elettorale popolare e i lavoratori dipendenti.
Confronto pratico: Modello europeo convenzionale vs Piano economico RN
| Settore d’intervento | Politica europea convenzionale | Proposta economica del RN |
| Appalti pubblici | Concorrenza globale indiscriminata | Riserva e preferenza per le imprese francesi |
| Pianificazione | Mercato autoregolato e sussidi limitati | Stato stratega, controllo energetico e filiere protette |
| Regole fiscali | Tagli alla spesa e tetti rigidi di deficit | Primato degli investimenti e sostegno alla domanda |
| Lavoro e salari | Flessibilità esterna e moderazione | Blocco del dumping salariale e tutela dei redditi |
La sfida del debito e le prospettive di salvataggio
La salvezza economica proposta da Marine Le Pen prende dunque la forma di un neocolbertismo pragmatico: una terza via che rifiuta tanto il liberismo deregolamentato quanto il collettivismo burocratico. Questo tipo di politica, in buona pate tradizionale per la Francia, viene però a cozzare seccamente con i dogmi della Commissione Europa e anche con i desiderata della BCE e del FMI, che invece invocano i soliti tagli alla spesa pubblica. Sarà interessante osservare il comportamento della Banca Centrale, se questa sorreggerà il debito pubblico francese o se invece, magari con una nuova guida tedesca, avrà un atteggiamento punitivo.
Le ricadute pratiche dipenderanno dall’equilibrio tra rilancio reale e sostenibilità finanziaria. Se il potenziamento dei consumi interni e la tutela industriale possono ridare fiato alla manifattura, resta aperta la sfida dei mercati obbligazionari e del costo del debito.
La posta in gioco per Parigi è vitale: dimostrare che la produzione nazionale può rinascere solo rimettendo il lavoro e l’industria al comando della politica economica.









You must be logged in to post a comment Login