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Ceuta rischia il blackout totale: l’allarme sabotaggio sulla centrale e l’assurdo piano nel porto

Ceuta potrebbe essere messa in ginocchio da un semplice incendio: questo è il grido d’allarme formale messo nero su bianco dai tecnici di Endesa, dal colosso petrolifero Dúcar e dall’Autorità Portuale dell’enclave spagnola in Nord Africa.
Il motivo dell’allarme nasce da una decisione del governo centrale di Madrid: allestire un centro di accoglienza per circa mille migranti proprio sul Molo Ovest del porto, il punto più delicato delle infrstrutture dell’exclave. Una scelta logistica che colloca una massa enorme di persone a pochi passi dal cuore energetico che tiene in vita la città.
Un’isola energetica che non può sbagliare
Per capire la gravità della situazione, bisogna guardare alla geografia e all’economia reale. Ceuta non è collegata alla rete elettrica della penisola iberica: è un sistema isolato, una vera e propria isola energetica.
Se la centrale si ferma, non c’è una linea di riserva che possa inviare elettricità dall’Andalusia e non c’è collegamento autorizzato con il Marocco. L’impianto di Endesa deve produrre ogni singolo chilowattora consumato da famiglie, ospedali, negozi e, soprattutto, dagli impianti di dissalazione che garantiscono l’acqua potabile ai cittadini.
La scheda tecnica dell’impianto mostra un equilibrio tanto solido sulla carta quanto fragile nella realtà:
| Caratteristica tecnica | Dettaglio impianto Ceuta |
| Potenza installata | Circa 100 MW complessivi |
| Unità di produzione | 9 motori diesel + 1 turbina a gas |
| Domanda di picco cittadina | Tra 40 e 45 MW |
| Alimentazione primaria | Olio combustibile a basso tenore di zolfo |
| Stoccaggio carburante | 42.000 tonnellate (Dúcar: 36.000 m³) |
Il margine di potenza installata sembra ampio rispetto ai consumi, ma serve a coprire i guasti improvvisi. Senza metanodotti, ogni goccia di combustibile arriva via mare e viene stoccata a terra. Se quell’anello della catena salta, l’intera città si spegne. Se brucia il deposito di carburante, la città si ferma.
Porto di Ceuta
Perché si parla di sabotaggio e da parte di chi?
La parola «sabotaggio» non compare per caso. È inserita nei documenti ufficiali firmati da Ramón Lladó, capo dei servizi legali del porto, e condivisa dai vertici di Endesa e Petrolífera Dúcar. Il punto centrale non è accusare le persone migranti di essere sabotatori, ma evidenziare la follia di creare una vulnerabilità enorme attorno a un’infrastruttura critica.
Portare mille persone in un’area industriale ristretta produce una serie di criticità immediate:
- Perdita del controllo perimetrale: sorvegliare cisterne cariche di idrocarburi diventa quasi impossibile se a pochi metri si muove una folla costante.
- Esposizione a minacce ibride: Ceuta vive su una faglia geopolitica sensibilissima con il Marocco; creare falle di sicurezza offre il fianco perfetto ad agenti esterni, infiltrati o malintenzionati pronti a sfruttare il disordine.
- Paralisi dei soccorsi: in caso di incidente o fiamme nei depositi, gestire l’evacuazione di un campo sovraffollato bloccherebbe le squadre antincendio.
- Vulnerabilità delle condotte: le linee che trasportano il carburante dai serbatoi ai motori corrono vicino alle banchine e possono essere danneggiate con estrema facilità.
La minaccia ibrida consiste proprio in questo: colpire un punto debole senza dichiarare guerra, mascherando un’azione ostile dietro un incidente, una rissa o un momento di tensione collettiva. La città potrebbe essere persa proprio a causa di un’azione precisa del governo.
Una decisione miope
L’aspetto più paradossale della vicenda è lo scontro tra la burocrazia ministeriale e chi gestisce le infrastrutture sul campo. Il Segretario di Stato per le Migrazioni ha spinto per la soluzione portuale, ignorando i vincoli di sicurezza nazionale che imporrebbero di tenere le popolazioni lontane dai depositi ad alto rischio.
Se domani vi fosse una rivolta nel nuovo centro d’accoglienza, con migliaia di migranti irregolari, e questi scontri si allargassero, si rischia di lasciare tutta la città senza energia elettrica, chiudendo ospedali e attività commerciali, compresi i frigoriferi e i congelatori. La città cadrebbe nell’arco di uno al massimo due giorni senza una possibilità di rapida riparazione. Sembra che il governo Sanchez stia facendo il possibile per rendere la crisi già di difficile soluzione, un problema irrisolvibile.







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