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Droni spia della Marina Britannica trasmettono dati a Pechino: la falla che consegna la difesa all’Asia
Componenti cinesi nascosti nelle telecamere dei droni della Royal Navy inviavano dati a Pechino. Un grave cortocircuito di sicurezza che mostra i pericoli del subappalto estero e apre il rischio di cyber-sabotaggio sulle armi autonome.

I droni di punta della Royal Navy, impiegati dalle forze speciali britanniche in missioni ad alto rischio, hanno inviato per mesi dati strategici direttamente in Cina, secondo quanto riportato da The Telegraph. Componenti fabbricati a Pechino ed incastonati nelle telecamere dei natanti senza pilota trasmettevano informazioni a server orientali. Una falla spaventosa che apre uno scenario ancora più drammatico: e se la Cina non si limitasse a spiare, ma potesse prendere il controllo di queste armi in caso di guerra?
La flotta di droni K3 Scout, un programma dal valore di 12 milioni di sterline gestito dal gruppo britannico Kraken Technology, doveva rappresentare il fiore all’occhiello della modernizzazione militare di Londra. I natanti veloci erano destinati a garantire la sicurezza nella caldissima rotta dello Stretto di Hormuz. Tuttavia, un’analisi di routine sui sistemi informatici ha scoperto che le telecamere inviavano costantemente segnali dati (definiti “heartbeat”) verso un indirizzo IP cinese.
Il miraggio del “Made in Britain” e la trappola del subappalto
Il Ministero della Difesa britannico ha subito rassicurato la popolazione, dichiarando che nessun dato sensibile è stato sottratto. Una pezza giustificativa che convince poco. Le telecamere erano attive persino quando i droni risultavano spenti, a due passi dai quartieri generali dei Royal Marines a Poole, dove si pianificano le operazioni più riservate della nazione.
La vicenda mette a nudo l’estrema vulnerabilità delle catene di fornitura militari occidentali. Per risparmiare sui costi di produzione o accelerare i tempi, si ricorre al subappalto estero:
- Il fornitore principale garantisce la conformità degli standard di sicurezza.
- Il subfornitore acquista la componentistica elettronica a basso costo sul mercato asiatico.
- Il risultato finale è un’arma teoricamente britannica, ma mossa da microchip cinesi.
| Elemento | Dettaglio Operativo | Rischio di Sicurezza |
| Piattaforma | Drone marino K3 Scout (Kraken) | Trasmissione dati non autorizzata |
| Reparti Coinvolti | Special Boat Service (SBS) / Royal Marines | Tracciamento volti, tattiche e posizioni |
| Area Geografica | Stretto di Hormuz / Mare del Nord | Intercettazione di rotte commerciali e militariwh |

Drone della Kraken sotto accusa
Dallo spionaggio al Blocco Navale: cosa rischiamo davvero?
Pensare che la Cina utilizzi queste falle solo per raccogliere dati è un’illusione ingenua. Se un microprocessore è in grado di inviare pacchetti dati all’esterno tramite la rete, possiede anche una porta d’accesso per ricevere istruzioni dall’esterno.
Se domani dovesse esplodere una crisi militare nell’Estremo Oriente o nell’Oceano Indiano, gli scenari sarebbero catastrofici:
- Cyber-sabotaggio istantaneo: I droni autonomi potrebbero essere disattivati da remoto con un semplice comando informatico.
- Inversione dei comandi: Le armi letali potrebbero essere deviate o trasformate in vettori ciechi durante un attacco.
- Cecità tattica: Le immagini delle telecamere verrebbero oscurate o alterate prima che il comando britannico possa accorgersene.
Alla fine l’arme britannica più avanzata è nelle mani della benevolenza di Pechino, alla faccia dell’autonomia strategica.
Il costo economico della finta sovranità
Il problema non è solo militare, ma puramente economico. Per anni si è perseguita la logica della globalizzazione selvaggia anche nei settori strategici della difesa, inseguendo il prezzo più basso sul mercato globale. Questo approccio ha smantellato la capacità industriale interna.
Ora il Regno Unito si trova costretto a spendere miliardi di sterline extra per sottoporre ad audit e bonifica ogni singolo pezzo di equipaggiamento, dalle auto elettriche cinesi messe al bando nelle basi militari, fino ai microchip delle telecamere. Non sarebbe stato più utile e logico mantenere un’industria di base britannica o europea? No, meglio far realizzare tutto in Cina.
Ricostruire una filiera industriale autonoma e sicura richiederà investimenti pubblici massicci e tempi lunghi. Ma continuare ad acquistare tecnologia “economica” da un concorrente geopolitico equivale a pagare di tasca propria la corda con cui ci impiccheranno.







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