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Difesa d’ufficio (non richiesta) dell’intelligenza artificiale

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E così anche il papa, bontà sua, è intervenuto sull’intelligenza artificiale. Pure con una enciclica. E persino con la compresenza, a fianco a sé, di uno dei guru mondiali delle macchine “pensanti”. Il che rende l’idea di quanto l’IA rappresenti una novità epocale – pari forse all’invenzione della ruota o alla “scoperta” del fuoco – e nel contempo una preoccupazione globale. Una cosa che inquieta l’uomo della strada (per la paura di perdere il lavoro), le grandi aziende (per il timore di retrocedere quote di mercato o il mercato tout court), i governanti (per la strizza di non saperne gestire gli effetti collaterali), i filosofi (allarmati da una mutazione antropologica dell’intera civiltà), persino i mandarini della Silicon Valley che, pure, l’hanno inventata e ne studiano i circuiti. Infine, e per l’appunto, i vertici delle più grandi religioni, inquieti per le ricadute “morali” e “spirituali” di questa quarta rivoluzione (dopo quella del vapore, quella elettrica e quella digitale).

Da un lato siamo quasi commossi per questo trasporto collettivo, in trepidante attesa di un intervento risolutore. Atto a far capire all’intelligenza artificiale che non può permettersi di competere con quella naturale dell’uomo, men che meno di sopravanzarla. Però, però. Però qualcosa – in questa narrazione diffusa e un tantino isterica –  non torna. Non perché qui ci si voglia impancare in una difesa d’ufficio della IA, che poi non ne ha bisogno visto il ritmo vertiginoso con cui essa si implementa da sé e il sostanziale disinteresse che la medesima ha, e sempre più avrà, per i suoi incauti inventori. Vorremmo però spezzare una lancia in suo favore, o anche due. Un po’ per spirito di contraddizione, un po’ perché ogni posizione controcorrente ha in  sé – oltre a un fastidioso retrogusto di polemica – anche il proficuo germe dialettico della sintesi.

C’è una tesi, secondo cui la IA rappresenta una potenziale catastrofe. Non c’è l’antitesi, perché per ora l’intelligenza artificiale non ha (dicono) l’autonomia e l’indipendenza (rispetto al creatore di cui sopra) per controbattere alle accuse. E ci può essere, tuttavia, una sintesi se solo siamo in grado di “elevarci” un tantino rispetto al panico incipiente e generalizzato infiltratosi ovunque, persino tra le guglie di San Pietro.

Dunque, i principali capi d’accusa nei confronti delle macchine pensanti sono: 1. A differenza degli umani, loro non possiedono il libero arbitrio: sono meri calcolatori privi di coscienza, morale, empatia e fantasia. 2. Potrebbero, se prevalesse la loro (imparagonabile) forza computazionale sulla nostra, rappresentare una minaccia esiziale per il genere umano nel suo complesso.

Ora proviamo a vedere se questo j’accuse regge fino in fondo. Partiamo dal punto uno. In che senso, esattamente, l’uomo rappresenterebbe un essere dotato di libero arbitrio e non, a sua volta, una vera e propria macchina, non molto diversa da quelle artificiali di cui temiamo la proliferazione incontrollata? Siamo davvero così liberi, morali, coscienti e creativi come orgogliosamente presumiamo di essere? O siamo invece, a nostra volta – e salvo duri, lunghi e rari percorsi di auto-coltivazione spirituale – delle macchine che camminano? Condizionati, fin dalla nascita e ogni giorno di più, man mano che la nostra biografia si dipana, da migliaia di “programmazioni” dovute alla famiglia, all’educazione, alla scuola, alla chiesa, alla religione, agli studi superiori, alla manipolazione delle agenzie di intrattenimento, alla persuasione occulta delle onnipresenti centraline di comando televisive, radiofoniche, mediatiche, digitali, ai diktat di poteri ufficiali immancabilmente suggestionati da poteri ufficiosi, a loro volta al guinzaglio di occulte potestà, all’influenza degli influencer, alle trame ipnotiche di ogni sorta di pubblicità palese e dei messaggi subliminali in essa contenuti?

Provate a grattar via la vernice crepata del nostro tanto decantato “libero arbitrio” dalla nostra scatola cranica. Scrostatelo di tutte queste scorze lessicali, semantiche, ideologiche (più o meno perverse, più o meno lodevoli, più o meno in buona fede). Cosa rimane? Che c’è lì dentro di realmente “nostro”? Quale germoglio genuinamente e originariamente personale resta in quella serra intossicata da induzioni e da input che è la famosa mente umana, sol dell’uom prerogativa? Sicuramente pochissimo, probabilmente nulla.

Siamo macchine che camminano, robot recettori dei voleri altrui, zelanti esecutori di agende per conto terzi. Oggi più che mai, e più che in qualsiasi epoca storica. E proprio la Chiesa, le chiese, i governanti, i pubblicitari, i partiti, le associazioni, i circoli, le compagnie, i gruppi, gli ordini, le sette, le cupole, le società di entertainment e persino quelle sportive sono tra i principali produttori di condizionamento seriale. Vale a dire che hanno messo per iscritto (talvolta da tempi realmente “biblici”, non è vero Papa Leone?) i codici algoritmici dei nostri “ragionamenti”, delle nostre tendenze, delle nostre idiosincrasie, delle nostre ossessioni, dei nostri comandamenti, dei nostri dogmi, delle nostre paturnie, dei nostri affetti, dei nostri amori e del nostro odio.

Siamo saturi fino all’orlo di “forme” mentali esogene quanto ansiogene, aliene quanto alienanti: divinità (non sempre precisamente “buone” come scoprirebbe con stupore chi si desse la pena di leggere davvero i testi fondativi delle tre religioni abramitiche), santi, madonne, libri sacri, concezioni, convinzioni, costituzioni, leggi scritte, leggi non scritte, tic, mantra, parole d’ordine e parole in disordine. Un ginepraio di “chip” invasivi, pervasivi e persuasivi. Non meno di quelli in silicio che imbottiscono i neuroni dell’intelligenza artificiale.

Certo, l’IA non pensa perché le dettano il passo i tamburini algoritmici, le statistiche predittive, i modelli linguistici, ma noi quando mai “pensiamo” e “parliamo” veramente e liberamente? E cosa ci consente di coltivare il vero e proprio razzismo “cerebrale” che ostentiamo – noi “naturalmente” intelligenti – verso quell’ammasso di cavi ed elettrodi che è solo più “artificialmente” intelligente?

C’è un personaggio controverso, ma non per questo meno interessante e stimolante, del ventesimo secolo, George Ivanovic Gurdjieff, un greco-armeno rotto a mille esperienze e depositario di altrettante sapienze, il quale sosteneva proprio questo: l’uomo medio non è veramente tale, è solo una macchina non cosciente di sé. La quale si muove, da quando scende dal letto la mattina a quando va a dormire la sera, spinta soltanto da propulsori inconsci e da riflessi condizionati, priva totalmente di autocoscienza. Noi rischiamo di essere quell’uomo. Ci “abitano” migliaia di personaggi (ma non sono realmente “noi”, solo pezzetti semisenzienti e molto arroganti di “noi”) i quali recitano a soggetto, reagiscono macchinalmente, vanno e vengono nel teatrino del nostro cervello come altrettanti pupi mossi da ignoti e atavici pupari.

Gurdjieff, in verità, non ha inventato nulla, ma ha solo veicolato un concetto rinvenibile in tutte le tradizioni esoteriche e iniziatiche che René Guénon faceva risalire a un’unica Tradizione perenne. E quelle tradizioni ci sussurrano, sottotraccia, da secoli: guardate che – se non operate su di voi con un duro, estenuante e spietato lavoro di auto-osservazione cosciente – siete destinati a restare poco più (forse poco meno) che macchine. E, come diceva Gurdjieff, a morire “come cani”. Senza aver mai saputo da dove venite, chi siete e perché siete vissuti. Per perdervi, alfine, come lacrime nella pioggia, avrebbe aggiunto l’androide di Blade Runner, profetico precursore degli incubi attuali.

Veniamo ora al secondo aspetto: il male che la IA può farci, a parte ovviamente inebetirci (quelli che già non lo sono) o toglierci il lavoro. Secondo i “Geppetto” che l’hanno inventata o comunque perfezionata, essa potrebbe tramutarsi in Pinocchio: ossia imparare a mentire e manipolare. Di grazia, dove starebbe in tal caso la differenza con il genere umano? Siamo gli epigoni (nani sulle spalle di giganti, come diceva Bernardo di Chartres, o forse nani e basta) di civiltà che si reggono sulla menzogna seriale a partire dalla letteraria invenzione di Adamo ed Eva.

Nel nuovo millennio ci hanno mentito, o quantomeno raccontato mezze verità, su moltissime cose, e lo hanno fatto spesso proprio i leader del cosiddetto mondo libero e democratico. Così, en passant, e senza pretese di esaustività: dalle armi di distruzione di massa in Iraq alla gestione della crisi finanziaria del 2008, dalle virtù salvifiche del processo di integrazione europea alla genesi del conflitto russo-ucraino, fino alle molte opacità, contraddizioni e reticenze che hanno accompagnato la stagione pandemica.

Non che si tratti di una novità assoluta, beninteso. La menzogna è la quintessenza stessa del “metodo” politico e ce l’avevano spiegato Sun Tzu, Machiavelli e Guicciardini (ma anche Erodoto e Tucidide) assai prima che Turing inventasse il computer. E allora dove starebbe la pericolosità di una intelligenza diversa da noi che farebbe, probabilmente in modo meno efficace ed efficiente, ciò che chi ci rappresenta fa da quando Berta filava?

Poi l’IA sarebbe pericolosa perché potrebbe impadronirsi di un sistema di armamenti e decidere selettivamente di fare delle stragi. Vale a dire, un genere di cose in cui l’umanità potrebbe dar lezioni a domicilio al resto dell’universo, extraterrestri compresi: dai lager di Mao Tse-tung e di Stalin ai campi di sterminio nazisti, dall’incenerimento di Dresda sotto le bombe a stelle e strisce alla liquefazione atomica di Hiroshima e Nagasaki, dagli embarghi infanticidi contro l’Iraq agli odierni massacri impuniti di Israele nella Striscia di Gaza. Signori miei, in cosa, davvero, l’IA potrebbe superare l’uomo nella sadica attitudine a torturare, tormentare ed eliminare l’uomo stesso?

Tutto ciò premesso, come usa dire nelle aule di giustizia, come e cosa concludere? Dicendo che l’IA è “innocente” e nulla abbiamo a temere da essa? Nient’affatto. Ma – con tutto il rispetto dovuto ai pontefici umanisti, alle encicliche visionarie, ai multimiliardari pentiti, ai filantropi convertiti e a tutti quanti ci ammoniscono sul futuro – sarebbe bene che lorsignori si ponessero qualche altra domanda con cui andiamo a chiudere.

In attesa che l’IA prenda il sopravvento e faccia nient’altro che le veci dei suoi potenti pastori “naturali” nel mentire, manipolare, programmare, condizionare e infine sfoltire il gregge umano, non sarebbe il caso di un bell’esame di coscienza – da parte delle nostre intelligentissime élite – con almeno quattro punti all’ordine del giorno? Per esempio:

  1. In quale modo e quanto voi per primi avete rappresentato e rappresentate una minaccia per la libertà di coscienza e il libero arbitrio dell’essere umano?
  2. Non sarebbe forse ora di preoccuparsi non del fatto che le macchine possano trasformarsi in uomini, ma del fatto che gli uomini non hanno mai smesso di essere macchine?
  3. Di quale processo umano decisionale “democratico” state esattamente parlando quando contrapponete questo modello a una prossima dittatura gestita dall’IA?
  4. In cosa i vertici che “pascolano” l’umanità come guardiani di bovini si sarebbero dimostrati finora preferibili rispetto all’intelligenza artificiale?

Ovviamente non ci illudiamo di ricevere una risposta, ma sappiamo benissimo che ciascuno dei destinatari del quesito la conosce. Così come sa che un’altra domanda incombe: quanta intelligenza c’è davvero nel vostro (e un po’ anche nel nostro) processo all’intelligenza artificiale?

Francesco Carraro

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