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Dazi al 67%: la Cina chiude le porte alla carne del Brasile. Pechino difende i propri allevatori e gela l’alleato dei BRICS

Un blocco commerciale improvviso, una barriera doganale proibitiva e i grandi impianti di macellazione sudamericani costretti a fermare i turni. Da questo giovedì la Cina impone una sovrattassa del 55% sulla carne bovina in arrivo dal Brasile.
Sommato al dazio ordinario del 12%, il prelievo complessivo sale al 67%. Una cifra che azzera qualsiasi margine di guadagno e, nei fatti, sbarra le porte del più grande mercato al mondo per il principale esportatore del pianeta.
La decisione è scattata in modo automatico. Pechino ha certificato che il Brasile ha esaurito l’intera quota annuale agevolata di 1,106 milioni di tonnellate concessa per il 2026. Raggiunto il tetto, scatta la mannaia.
Nessuno sconto tra partner: la porta in faccia di Pechino a Lula
Nelle scorse settimane il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva aveva annunciato un’intesa amichevole con il vicino Uruguay per farsi cedere le quote rimaste inutilizzate da Montevideo. L’Uruguay, infatti, aveva consumato meno di un terzo della propria assegnazione.
La risposta di Pechino è stata gelida: nessun permesso di trasferimento. Il ministero del Commercio cinese ha respinto le richieste di Brasilia.
La retorica diplomatica della cooperazione sud-sud e la presunta fratellanza all’interno dei BRICS svaniscono di colpo davanti ai conti interni. Quando si tratta di proteggere il proprio mercato, Pechino non guarda in faccia nessuno, nemmeno i partner strategici con cui dice di voler costruire un “nuovo ordine mondiale”.
| Paese esportatore | Quota annuale Cina (tonnellate) | Stato utilizzo a metà 2026 | Dazio oltre quota |
| Brasile | 1.106.000 | 100% (Esaurita) | 67% (12% + 55%) |
| Argentina | 511.000 | In esaurimento | 67% |
| Uruguay | 324.000 | Circa 28% (Rifiutato prestito al Brasile) | 67% |
| Australia | 205.000 | Esaurita a giugno | 67% |
Perché la Cina chiude: la difesa dell’economia interna
La misura di salvaguardia adottata dalla Cina rimarrà in vigore fino al 2028. Il motivo è puramente interno: difendere gli allevatori cinesi.
Il rallentamento dei consumi interni e un eccesso di offerta avevano fatto crollare il prezzo della carne sul mercato cinese, portando molte stalle locali sotto i costi di produzione. Di fronte al rischio di una crisi del proprio settore rurale, il governo di Pechino non ha esitato a intervenire con quote e dazi punitivi.
La dinamica è chiarissima: quando l’offerta estera minaccia il lavoro e i redditi domestici, la Cina interviene a gamba tesa per tutelare i propri produttori.
L’impatto sul Brasile: macelli fermi e crollo dei volumi
Per il Brasile si tratta di un colpo durissimo. L’anno scorso la Cina aveva acquistato 1,68 milioni di tonnellate di carne brasiliana, pari al 48% di tutte le vendite estere del Paese, per un controvalore di 8,9 miliardi di dollari.
L’associazione dei produttori (ABIEC) stima che la quota per il 2026 copra appena il 65% di quanto inviato nel 2025. Il risultato pratico è già visibile:
- Le spedizioni verso la Cina sono crollate da quasi 160.000 tonnellate al mese a inizio estate a sole 16.000 tonnellate ad agosto.
- I grandi stabilimenti di lavorazione hanno tagliato l’attività o mandato i lavoratori in ferie forzate.
- L’export totale brasiliano subirà una contrazione stimata di almeno il 10% quest’anno.
A peggiorare il quadro c’è la chiusura contemporanea dell’Unione Europea, che tiene bloccata la carne brasiliana per via dei controlli sull’uso di antibiotici negli allevamenti. Dato che l’Uruguay non ha ancora esaurito le quote, è presumibile che vedremo un trasferimento di capi di bestiame dal Brasile ai macelli uruguaiani
Tutti usano i dazi, tranne l’Europa
La vicenda svela un paradosso politico ed economico che merita una riflessione. Negli Stati Uniti, Donald Trump usa da tempo le tariffe doganali per proteggere manifattura e agricoltura. Ora la Cina fa esattamente la stessa cosa con dazi del 55%, colpendo senza riguardi il suo principale fornitore sudamericano.
Allo stesso tempo, Pechino riapre le importazioni a oltre 400 stabilimenti americani come merce di scambio nelle trattative con Washington. La politica commerciale globale si conferma quello che è sempre stata: difesa feroce dell’interesse nazionale e contrattazione bilaterale basata sui rapporti di forza. In questo scenario, l’unica entità che sembra vivere in un mondo ideale è l’Unione Europea. Mentre le due superpotenze blindano i rispettivi settori agricoli, a Bruxelles si continua a spingere per chiudere il trattato di libero scambio con il Mercosur.
Un accordo che rischierebbe di spalancare le porte europee a quella stessa carne sudamericana che la Cina oggi respinge, mettendo in ginocchio gli allevatori francesi, italiani e tedeschi in nome di un dogma liberoscambista che nel resto del mondo nessuno applica più.






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