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Crollo dei prestiti speculativi in Cina: la scommessa sull’intelligenza artificiale rischia di saltare
In Cina svaniscono centinaia di miliardi presi a prestito per scommettere sull’intelligenza artificiale: tra la stretta sui tassi USA e l’inerzia di Pechino, i mercati temono l’ondata di riscatti e il crollo dei consumi reali.

In Cina gli speculatori a debito battono in ritirata e il conto rischia di essere salatissimo. Centinaia di miliardi presi a prestito per gonfiare i titoli dell’intelligenza artificiale stanno evaporando a vista d’occhio. Tra rendimenti americani alle stelle, la minaccia di nuovi rialzi dei tassi della Federal Reserve e un’economia cinese che arranca, il castello di carte della finanza tecnologica comincia a traballare pericolosamente.
Siamo di fronte a una vera e propria ritirata, rapida e disordinata. Per mesi i mercati hanno alimentato l’illusione che bastasse attaccare l’etichetta dell’algoritmo su un bilancio per creare valore dal nulla. Ora che i tassi globali salgono, la cruda realtà contabile presenta il conto e si marcia verso quello che, tecnicamente, si chiama “deleveraging“, eliminazione della leva finanziaria.
La grande fuga dal credito facile
Al centro di questa bufera si trova il cosiddetto “trading a margine”: gli operatori acquistano azioni versando una minima parte di tasca propria e facendosi prestare il resto dai broker. Finché i listini salgono guadagnano tutti, ma quando i corsi scendono scattano le richieste di reintegro immediato, il cosiddetto “Margin call”
Chi non versa subito denaro fresco subisce la vendita forzata d’ufficio dei titoli, traformando un riaggiustamento temporaneo dei titoli in una frana disastrosa. I dati ufficiali di China Securities Finance certificano la fuga in corso.
Il saldo complessivo delle azioni acquistate a debito sui listini cinesi è scivolato giovedì a 2.620 miliardi di yuan, pari a circa 390 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra imponente, ma inferiore del 13 per cento rispetto al record storico di 3.010 miliardi toccato lo scorso 25 giugno.
Nello stesso momento, le vendite allo scoperto – cioè le scommesse ribassiste di chi guadagna se i titoli crollano – sono balzate a 29,2 miliardi di yuan, vicino ai massimi degli ultimi due anni. Gli investitori non credono più ai facili guadagni e prendono posizione contro il mercato.
La tenaglia della Fed e l’inerzia di Pechino
A schiacciare le borse asiatiche pesa un contesto internazionale sfavorevole. I rendimenti delle obbligazioni governative americane a lunga scadenza sono saliti ai livelli più alti da diversi anni. Quando i titoli di Stato USA garantiscono rendimenti elevati e sicuri, i grandi capitali fuggono dai mercati emergenti e dalla speculazione azionaria.
A gelare gli animi è intervenuto anche il presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, segnalando possibili nuovi rialzi dei tassi se l’inflazione non frenerà. Con le tensioni sui prezzi energetici dovute allo shock petrolifero, il quadro generale diventa allarmante.
Di fronte a questi scossoni, Pechino risponde con un’inerzia disarmante. Nonostante i dati macroeconomici di luglio abbiano registrato una frenata evidente, le autorità cinesi esitano a varare un massiccio piano di spesa pubblica per sostenere i consumi e la domanda interna. Senza investimenti statali capaci di sostenere la produzione reale, il listino azionario si ritrova privo di paracadute e in balia della sfiducia internazionale.
Il termometro dello Star 50 e il rebus dei profitti
L’epicentro del terremoto è l’indice Star Market 50, il termometro dei produttori cinesi di microchip e componenti tecnologici. A luglio il paniere ha perso il 26 per cento, segnando il peggior calo mensile della sua storia. Oggi si ritrova a ridosso di quei minimi critici.
Gli operatori cominciano a chiedersi se le ingenti spese nell’hardware per l’intelligenza artificiale porteranno davvero profitti o se rimarranno costose cattedrali nel deserto. Eppure, l’indebitamento a margine su queste società rimane enorme.
| Società quotata | Settore di attività | Debito a margine | Rilevanza sul mercato |
| Zhongji Innolight | Ricetrasmettitori ottici | 31,5 miliardi di yuan | Seconda sul mercato |
| Eoptolink Technology | Moduli ottici di rete | 19,2 miliardi di yuan | Quinta posizione |
| Cambricon Technologies | Processori e chip AI | 17,5 miliardi di yuan | Ottava posizione |
| ChangXin Memory (CXMT) | Memorie informatiche DRAM | 11,1 miliardi di yuan | Tra le prime quindici |
L’economia reale e il segnale degli elettrodomestici
Le difficoltà non risparmiano la manifattura tradizionale. Tra le azioni più prese di mira dalle scommesse al ribasso figurano due autentici campioni industriali dei beni di consumo durevoli come condizionatori ed elettrodomestici:
- Gree Electric Appliances, con scommesse al ribasso per 739 milioni di yuan;
- Midea Group, con posizioni corte per 612 milioni di yuan.
La spiegazione è lineare: i condizionatori e i grandi elettrodomestici si vendono soltanto se le famiglie dispongono di salari solidi e se l’edilizia residenziale sforna nuove case da arredare. Con il mercato immobiliare congelato e le buste paga ferme, la manifattura accumula scorte invendute nei magazzini. Senza domanda interna diffusa, la finanza speculativa non può salvare i conti delle imprese.
Il nodo dei riscatti e le fosche previsioni
A inquadrare il quadro intervengono gli analisti internazionali. Meng Lei, strategist di UBS Group, evidenzia con lucidità i principali fattori di vulnerabilità:
“Il disindebitamento costituirà un ostacolo minore per i titoli cinesi, mentre i venti contrari principali arriveranno dall’aumento dei rendimenti dei Treasury statunitensi e dai possibili riscatti dei fondi comuni nazionali concentrati sulle aziende tecnologiche.”
Il pericolo maggiore risiede proprio nella fuga dei piccoli risparmiatori. Se i cittadini cinesi riscatteranno in massa le quote dei fondi comuni d’investimento, i gestori saranno costretti a liquidare le azioni sul mercato, accentuando il crollo dei corsi tecnologici a prescindere dal valore industriale effettivo delle imprese.
Un improvviso e violento deleverage rischia di essere un disastro finanziario, facendo partire una sorta di slavina sui mercati orientali, molto propensi al rischio, che però può trasmettersi a livello globale.









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