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Crisi nera in Germania: a rischio altri 300.000 posti di lavoro nell’industria. Allarme di sindacati e datori di lavoro

Allarme rosso dagli industriali tedeschi di Gesamtmetall: a rischio 10.000 posti al mese fino al 2030. Tra chiusure di fabbriche, costi energetici folli e scontro sui salari, il crollo della manifattura di Berlino minaccia tutta l’industria europea.

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La deindustrializzazione tedesca non è più una fosca previsione, ma una realtà che viaggia al ritmo di 10.000 posti di lavoro bruciati ogni mese. A lanciare l’allarme rosso è Oliver Zander, amministratore delegato di Gesamtmetall, la potente federazione dei datori di lavoro dell’industria metallurgica ed elettromeccanica tedesca.

Secondo le stime rilasciate al quotidiano Bild, nei prossimi due o tre anni rischiano di sparire altri 300.000 impieghi nei settori chiave della manifattura. Si tratta di un colpo durissimo per quella che un tempo veniva celebrata, forse con troppa fretta, come l’invincibile locomotiva d’Europa.

I numeri di un declino storico

Il comparto metalmeccanico ed elettrico rappresenta la spina dorsale del sistema economico di Berlino. Eppure, i dati snocciolati da Gesamtmetall dipingono un quadro di contrazione strutturale senza precedenti.

Negli ultimi sette anni il settore ha già perso per strada 350.000 lavoratori. Questo svuotamento degli impianti ha generato una perdita secca di valore aggiunto pari a 42 miliardi di euro ogni anno.

Oggi il comparto dà lavoro a circa 3,7 milioni di persone. Se la profezia di Zander dovesse avverarsi, gli occupati scenderebbero a 3,4 milioni entro il 2030, toccando il minimo storico dalla riunificazione tedesca del 1990.

IndicatoreBilancio ultimi 7 anniPrevisione prossimi 2-3 anni
Posti di lavoro persi350.000Fino a 300.000
Perdita di ricchezza annua42 miliardi di euro35 miliardi di euro
Occupati totali nel settore3,7 milioni (attuali)3,4 milioni (minimo dal 1990)

La ricaduta pratica per le casse pubbliche e per il benessere dei cittadini è immediata: altri 35 miliardi di euro di ricchezza prodotta in meno all’anno. Meno fabbriche aperte significano meno stipendi spesi nell’economia reale e un crollo verticale del gettito fiscale.

Le cause del disastro e il caso Schaeffler

Non serve scomodare grandi teorie economiche per capire cosa stia soffocando le aziende tedesche. Gli impianti lavorano molto al di sotto della loro capacità produttiva a causa di una tempesta perfetta, in buona parte autoinflitta dalle scelte politiche degli ultimi anni:

  • Costi dell’energia fuori controllo, dopo la rinuncia alle forniture russe a basso costo e al nucleare.
  • Concorrenza cinese spietata, che ormai domina sui prezzi e sulle catene di fornitura dell’auto elettrica.
  • Dazi statunitensi e barriere commerciali che frenano un modello economico basato quasi solo sull’export.
  • Burocrazia asfissiante e costi del lavoro elevati, a cui si sommano gli errori strategici dei manager dell’automotive, accusati dallo stesso sindacato di aver sbagliato i tempi e i modi della transizione industriale.

L’esempio più concreto di questa emorragia arriva da Schaeffler, colosso della componentistica auto e industriale. L’azienda ha annunciato il taglio di 3.460 posti in Europa, di cui ben 2.660 direttamente in Germania.

Il piano di ridimensionamento non prevede semplici prepensionamenti, ma la chiusura fisica degli stabilimenti di Dortmund e Morbach, lo stop alle attività produttive a Berlino e l’abbandono della sede di Schwalbach, oltre la chiusura di uno stabilimento in belgio e il taglio del 30% del posti in R&S. Quando chiude la componentistica, significa che l’intera filiera industriale a monte e a valle si sta spegnendo.

Lo scontro sui salari e il paradosso della domanda

In questo clima da ultima spiaggia, si è aperta una durissima vertenza sindacale per il rinnovo dei contratti. Il sindacato IG Metall chiede un aumento salariale del 5% su dodici mesi per compensare il carovita, accompagnando la richiesta con scioperi di avvertimento.

La risposta degli industriali mostra quanto i margini aziendali siano ormai ridotti al lumicino. Gesamtmetall ha proposto un contratto di 26 mesi (fino a fine 2028) con un’una tantum dell’1% a luglio 2027 e un mini-aumento strutturale dell’1,3% solo da luglio 2028 (per un impatto complessivo intorno all’1,8%).

Zander ha definito “irresponsabile” la richiesta del 5%, spiegando che molte imprese lottano letteralmente per la sopravvivenza. Tuttavia, il sistema tedesco si trova ora chiuso in un vicolo cieco: se le aziende alzano i salari rischiano il fallimento per i costi troppi alti, ma se tagliano stipendi e occupazione affossano ulteriormente i consumi interni, aggravando la recessione.

Per l’Italia, e in particolare per le imprese metalmeccaniche del Nord strettamente legate alle catene di fornitura tedesche, questo campanello d’allarme suona fortissimo. Quando Berlino frena così bruscamente, i nostri subfornitori sono i primi a veder sparire gli ordini dai registri.

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