Economia
Crisi industriali, la svolta del Mimit: dai 55 tavoli ereditati nel 2022 ai 37 di oggi

Quando il governo Meloni si insediò nell’autunno del 2022, il ministero delle Imprese e del Made in Italy si trovò a gestire 55 tavoli di crisi aziendale, con circa 70mila lavoratori coinvolti. Una pesante eredità fatta di vertenze spesso aperte da anni, stabilimenti a rischio di chiusura, produzioni in fuga dall’Italia e territori sospesi tra cassa integrazione e paura dei licenziamenti.
A quasi quattro anni di distanza, i tavoli ancora attivi sono scesi a 37 e i lavoratori a rischio sono diventati meno di 30mila. Significa 18 crisi aperte in meno, una riduzione prossima al 33 per cento, e soprattutto oltre 40mila lavoratori usciti dal perimetro delle vertenze ancora irrisolte. Sono i dati diffusi dal Mimit, che consentono di misurare il lavoro condotto sotto la guida del ministro Adolfo Urso non sulla base degli annunci, ma degli accordi effettivamente raggiunti.
Naturalmente la diminuzione dei tavoli non significa che tutti i problemi dell’industria italiana siano stati risolti. Restano aperti dossier molto complessi, dall’ex Ilva alle trasformazioni dell’automotive, della chimica e della siderurgia. Il confronto con il 2022 mostra però un cambiamento significativo: il ministero non si è limitato ad amministrare gli ammortizzatori sociali o a rinviare le decisioni, ma ha cercato soluzioni industriali capaci di tenere insieme produzione, occupazione e presenza degli stabilimenti sui territori.
«I numeri dimostrano che la strategia del Governo sta dando risultati concreti», ha rivendicato Urso. «Abbiamo ridotto il numero delle crisi aperte, diminuito i lavoratori coinvolti e rafforzato il monitoraggio degli accordi, perché il nostro compito non si esaurisce con la firma di un’intesa, ma prosegue fino alla sua piena attuazione».
Il dato forse più interessante riguarda proprio questa seconda fase. Mentre i tavoli di crisi attivi sono diminuiti da 55 a 37, quelli dedicati al monitoraggio delle vertenze già definite sono aumentati da 33 a 46. Non si tratta, dunque, di crisi nuove, ma di accordi dei quali il Mimit continua a controllare l’applicazione: investimenti promessi, livelli occupazionali, continuità delle produzioni, riconversioni e tempi di rilancio degli impianti.
È un passaggio tutt’altro che secondario. In passato non sono mancati accordi rimasti parzialmente sulla carta, investitori incapaci di rispettare gli impegni o intese che finivano per rinviare di pochi mesi chiusure già decise. Il metodo adottato da Urso punta invece ad accompagnare la vertenza anche dopo la firma, intervenendo davanti a ritardi e inadempienze. La conclusione formale del tavolo non coincide quindi con il disimpegno dello Stato.
Dall’inizio del 2026 sono state raggiunte 16 nuove intese, con la salvaguardia di tutti gli stabilimenti interessati e di oltre 11mila posti di lavoro. Negli ultimi tre anni gli accordi complessivamente conclusi sono stati 44. Tra le vertenze definite positivamente nei primi mesi dell’anno figurano Kasanova, Original Marines, AC Boilers, Hiab, PMC e Brose.
Quella di AC Boilers è particolarmente significativa perché riguarda lo stabilimento di Gioia del Colle, specializzato nella produzione di caldaie di grandi dimensioni per gli impianti energetici. Il percorso di reindustrializzazione ha puntato a garantire la continuità occupazionale delle 121 maestranze e a conservare la vocazione metalmeccanica del sito. Una scelta che riflette la linea del ministero: evitare che la soluzione della crisi coincida semplicemente con l’accompagnamento all’uscita dei dipendenti, cercando invece un progetto industriale in grado di preservare professionalità e produzione.
Analoga è la logica seguita per Hiab, con la ricerca di investitori interessati alla reindustrializzazione dello stabilimento di Statte, e per le altre vertenze definite nel corso dell’anno. Nei casi di Kasanova e Original Marines la tutela dell’occupazione si è intrecciata con la necessità di salvaguardare reti commerciali e marchi conosciuti; per PMC e Brose il confronto ha interessato attività e competenze inserite nelle filiere manifatturiere e della componentistica.
A queste intese si affiancano alcune operazioni di particolare rilievo concluse nel corso della legislatura, come la cessione dei complessi aziendali di Piaggio Aerospace a Baykar e l’accordo su Beko, con l’intervento di Invitalia per il sito di Siena. Percorsi differenti tra loro, ma accomunati dalla ricerca di una prospettiva industriale che impedisse la dispersione di competenze e capacità produttive.
Il risultato politico ottenuto da Urso consiste soprattutto nell’avere riportato il Mimit al centro delle vertenze. Il ministero ha assunto una funzione di regia tra aziende, sindacati, potenziali investitori, Regioni e amministrazioni locali. Non sempre questo può garantire il successo: un ministero non può sostituirsi al mercato né rendere competitivo per decreto uno stabilimento. Può però impedire che le trattative si trascinino senza una direzione, sollecitare nuovi acquirenti, mettere a disposizione strumenti pubblici e verificare che gli accordi vengano rispettati.
«Il metodo adottato dal Mimit, fondato sul dialogo tra le parti e sulla ricerca di soluzioni condivise e sostenibili, è capace di trasformare le crisi in opportunità di rilancio, salvaguardando occupazione, stabilimenti e capacità produttiva», ha spiegato il ministro.
Il confronto fra l’autunno del 2022 e l’estate del 2026 restituisce pertanto un bilancio netto. All’inizio della legislatura c’erano 55 tavoli aperti e circa 70mila lavoratori esposti; oggi i tavoli sono 37 e le persone coinvolte meno di 30mila. Parallelamente, il numero dei dossier sottoposti a monitoraggio è salito, mentre le intese concluse negli ultimi tre anni hanno raggiunto quota 44.
Non è soltanto una riduzione statistica. Dietro ogni tavolo chiuso ci sono stabilimenti che possono continuare a produrre, famiglie che non hanno perso il proprio reddito e territori che hanno evitato un ulteriore impoverimento industriale. Ed è proprio su questo terreno, meno visibile delle grandi polemiche politiche ma decisivo per l’economia reale, che emerge il ruolo svolto da Urso: trasformare il Mimit da luogo nel quale certificare le crisi a sede nella quale tentare concretamente di risolverle.









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