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Crisi a Hormuz, l’Europa a corto di carburante aereo: la maxi-raffineria Shell passa in “modalità emergenza”
La crisi in Medio Oriente blocca lo Stretto di Hormuz: le raffinerie europee, guidate dalla Shell di Rotterdam, lavorano al massimo per evitare il collasso dei voli di KLM e Lufthansa.

La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per l’energia globale, sta presentando il conto all’Europa reale. Mentre la geopolitica si infiamma, l’economia del Vecchio Continente scopre nuovamente la sua strutturale dipendenza dagli idrocarburi mediorientali, costringendo i colossi dell’energia a manovre d’emergenza.
Al centro della scena c’è Pernis, la mastodontica raffineria di Shell situata a Rotterdam, la più grande d’Europa con una capacità di lavorazione di 400.000 barili di greggio al giorno. Le linee guida arrivate ai vertici sono chiare: spingere al massimo la produzione di cherosene per l’aviazione. Frans Everts, responsabile delle attività olandesi di Shell, ha confermato senza mezzi termini che l’impianto sta operando in “max jet mode”. Una direttiva che, a quanto pare, sta interessando l’intera rete di raffinazione europea.
Il blocco delle forniture ha infatti prosciugato l’afflusso di carburante e di greggio dal Medio Oriente, imponendo una drastica riorganizzazione logistica.
Le ricadute sull’economia reale e sui trasporti
Le conseguenze di questo shock dell’offerta si stanno già riversando sul settore dei trasporti, vera e propria arteria vitale dell’economia. La carenza di carburante sta costringendo i vettori a rivedere i propri piani operativi:
- KLM ha annunciato una riduzione dei voli in partenza dall’aeroporto di Amsterdam-Schiphol, scalo servito direttamente proprio dalla raffineria di Pernis.
- Lufthansa si è mossa nella stessa direzione, programmando tagli ai voli per la stagione estiva nel tentativo di razionare le scorte di carburante.
Non si tratta di un problema isolato ai Paesi Bassi: Pernis è un fornitore vitale anche per il Regno Unito e per la Germania, quest’ultima rifornita tramite una rete di oleodotti. AIE ha già messo in guardia contro le ricadute prossime della scarsità di carburante per aerei.
Tra transizione verde e rigidità industriali
L’ironia della sorte vuole che l’annuncio di Everts sia arrivato durante le celebrazioni per la costruzione dell’impianto Holland Hydrogen 1, destinato alla produzione di idrogeno verde. Un contrasto plastico tra le aspirazioni della transizione ecologica europea e la dura realtà di un continente che, al primo vero shock geopolitico, deve correre ai ripari spremendo al massimo i propri impianti fossili.
Everts ha sottolineato come l’azienda stia sfruttando la propria presenza globale per cercare fonti alternative di greggio, ma la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento richiede tempo.
C’è inoltre un dettaglio s tecnico che spesso sfugge ai decisori politici, ma non agli addetti ai lavori: modificare la destinazione produttiva di una raffineria – variando le rese per massimizzare il jet fuel a discapito di benzine o gasoli – non è un’operazione che si risolve premendo un interruttore. L’adeguamento dei processi termici e chimici di cracking e distillazione è complesso, e un vero e proprio riassetto strutturale può richiedere fino a un anno di lavoro.
Meno voli significano strozzature nel trasporto merci ad alto valore aggiunto e un colpo al settore turistico e questo può danneggiare le economie europee, cosa che probabilmente sta per accadere. Ancora una volta, si dimostra come un’economia moderna non possa prescindere da una solida politica di sicurezza degli approvvigionamenti fisici, che le logiche del just-in-time e della dipendenza estera tendono pericolosamente a ignorare.







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