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Crisi a Berlino: Terremoto a Berlino: la ministra Bas sbatte la porta, la CDU sprofonda e Merz prova la carta disperata dell’energia
Crisi profonda a Berlino: la ministra del Lavoro Bärbel Bas si dimette accusando la maggioranza, la CDU scivola al 17,5% e Merz prova a salvarsi tagliando l’imposta sull’elettricità, ma il Mittelstand boccia l’elemosina.

Nella capitale federale si respira un’aria pesante di resa anticipata nella coalizione di governo: la coalizione tra cristianodemocratici e socialdemocratici ha perso uno dei suoi pilastri istituzionali, mentre i sondaggi certificano un tracollo di consensi senza precedenti nella storia repubblicana.
Nel disperato tentativo di puntellare una leadership sempre più traballante, il cancelliere Friedrich Merz ha convocato d’urgenza la stampa per annunciare una misura a sorpresa: il taglio generalizzato della tassa sull’elettricità, anche per rispondere alle dure critiche per le dimissioni della ministro del lavoro socialdemocratico Bärbel Bas La mossa ha tutta l’aria di un’azione di retroguardia, un’aspirina somministrata a un malato in terapia intensiva che fatica a nascondere lo scollamento totale tra i palazzi berlinesi e un Paese in piena ritirata industriale.
Le dimissioni di Bärbel Bas: il dramma umano e la faida di coalizione
La scintilla che ha fatto deflagrare le tensioni latenti è divampata la mattina del 12 ottobre, con la decisione irrevocabile di Bärbel Bas. L’esponente socialdemocratica ha annunciato l’addio simultaneo da entrambi i suoi incarichi di primo piano: ministra del Lavoro e degli Affari Sociali e co-presidente federale dell’SPD.
A motivare il passo indietro è stato innanzitutto un gravissimo lutto familiare, la scomparsa della figliastra, evento che ha privato Bas delle energie emotive necessarie per reggere l’urto di dicasteri così esposti. Ma la vicenda non si esaurisce affatto nella sfera privata. Però la stessa ministra ha anche denunciato pubblicamente di essere stata bersaglio di una campagna di delegittimazione politica senza quartiere, alimentata proprio dai partner di governo della CDU/CSU mentre affrontava il proprio dolore.
I cristianodemocratici imputavano a Bas di bloccare sistematicamente le riforme del mercato del lavoro e la revisione del sistema previdenziale, accusandola di immobilismo ideologico sulla riforma del reddito di cittadinanza (Bürgergeld). La replica dell’SPD è stata durissima: il co-leader Lars Klingbeil ha definito “indecenti” gli affondi sferrati contro una figura istituzionale in un momento di fragilità personale. Merz ha provato a tamponare la falla indicando in fretta Alexander Schweitzer alla guida del ministero, ma il clima nella maggioranza è ormai irrimediabilmente compromesso.

Barbel Bas
La CDU in caduta libera e l’incubo dei Länder
Il nervosismo palpabile della Cancelleria affonda le radici in un dato elettorale disastroso. Dopo una riunione fiume di due giorni del comitato esecutivo della CDU, convocata per analizzare le pesanti sconfitte elettorali nei Länder a settembre, la diagnosi interna è impietosa: il partito è sceso nei sondaggi federali al 17,5%, bruciando oltre dieci punti rispetto alle elezioni del 2025.
Germany, INSA poll:
AfD-ESN: 30.5%
SPD-S&D: 14.5%
GRÜNE-G/EFA: 14.5%
CDU-EPP: 13.5%
LINKE-LEFT: 10.5%
FDP-RE: 4.5%
CSU-EPP: 4%
BSW-NI: 3.5%Fieldwork: 02-05 October 2026
Sample size: 2002➤ https://t.co/bbexiPyox9 pic.twitter.com/mTEo85NGBK
— Europe Elects (@EuropeElects) October 9, 2026
Nei Länder orientali la situazione è persino più compromessa. Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore la CDU è rimasta esclusa dal parlamento regionale per la prima volta nella sua storia, a Berlino è stata scavalcata a sinistra, mentre in Sassonia-Anhalt si è consumato un trauma istituzionale: l’elezione di Tobias Rausch dell’AfD alla presidenza del parlamento regionale, resa possibile dal soccorso determinante di deputati della maggioranza.
Di fronte a baroni regionali inquieti come Markus Söder in Baviera e Hendrik Wüst in Renania Settentrionale-Vestfalia, Merz ha compreso che il tempo degli indugi era esaurito. Per evitare che i prossimi appuntamenti della base giovanile della Junge Union si trasformassero in un processo sommario alla sua leadership, il cancelliere ha dovuto offrire una concessione immediata all’opinione pubblica.
Il taglio della Stromsteuer: la speranza dei due centesimi
Ecco dunque la carta della disperazione economica: la riduzione della Stromsteuer (l’imposta statale sull’elettricità) al minimo europeo per tutti gli utenti, utilizzando una presunta flessibilità di bilancio. Una misura promessa da tempo ma costantemente rinviata per ragioni di rigore contabile.
Finora, il regime fiscale tedesco sull’energia si basava su una vistosa distorsione che penalizzava la spina dorsale produttiva del Paese:
- Aliquota ordinaria (2,05 ct/kWh): applicata a famiglie, commercianti, artigiani e alla quasi totalità delle piccole e medie imprese.
- Aliquota ridotta (0,05 ct/kWh): riservata in via privilegiata alla grande industria manifatturiera energivora e al settore agricolo.
| Categoria di utenza | Aliquota precedente | Nuova aliquota annunciata | Variazione |
| Industria energivora / Agricoltura | 0,05 ct/kWh | 0,05 ct/kWh | Invariata |
| Famiglie e PMI (Mittelstand) | 2,05 ct/kWh | 0,05 ct/kWh | – 2,00 ct/kWh |
L’estensione dell’aliquota minima comporta uno sgravio secco di due centesimi a chilowattora. Su una famiglia media da 3.500 kWh annui il risparmio si aggira attorno ai 70 euro lordi all’anno, mentre per un’officina meccanica da 300.000 kWh significa circa 6.000 euro. Troppo poco per cantare vittoria, e, soprattutto, si apre un nuovo buco nel bilancio dello Stato tedesco.
La rivolta del Mittelstand e il vicolo cieco di Merz
Le reazioni del mondo economico non si sono fatte attendere e hanno gelato gli entusiasmi della Cancelleria. Il direttore generale dell’Associazione delle PMI cooperative (BKM), Henning Bergmann, ha avvertito senza mezzi termini che le imprese non hanno bisogno di promesse dilazionate ma di liquidità immediata: senza muri portanti per la classe media, l’intera casa economica tedesca rischia di crollare.
Il paradosso della manovra risiede nella sua inconsistenza macroeconomica. Due centesimi in meno su una bolletta gonfiata da anni di transizione energetica sconsiderata, chiusura delle centrali nucleari e perdita del gas a buon mercato non restituiscono alcuna competitività internazionale. Il costo finale del chilowattora tedesco rimane astronomico se paragonato a quello di Stati Uniti o Cina. Con una domanda interna al palo e consumi depressi dall’inflazione passata, una limatura fiscale marginale non stimola gli investimenti produttivi né rilancia l’occupazione.
L’apparizione di Merz alla Konrad-Adenauer-Haus ha confermato l’impressione di una dirigenza prigioniera del proprio gergo burocratico. L’uomo che doveva incarnare la riscossa dell’economia di mercato e la svolta produttiva è apparso come un leader arroccato al potere, incapace di comprendere le cause profonde del declino tedesco. Tagliare due centesimi sulle bollette mentre la coalizione affonda non è una politica industriale: è soltanto il disperato tentativo di guadagnare qualche settimana di ossigeno politico prima della resa dei conti finale.







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