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Case Green, l’infrazione ai 27 Paesi dimostra il fallimento del metodo Bruxelles

Bruxelles avvia una procedura d’infrazione contro tutti i 27 Paesi UE per il mancato recepimento della direttiva “Case Green”. Un fallimento normativo che svela l’irresponsabilità economica dell’Europa e minaccia i risparmi immobiliari delle famiglie italiane.

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C’è un dato che, da solo, dovrebbe indurre la Commissione europea ad aprire una riflessione su sé stessa prima ancora che una procedura d’infrazione contro gli Stati membri. Bruxelles ha infatti avviato il procedimento nei confronti di tutti e ventisette i Paesi dell’Unione europea per il mancato recepimento della Direttiva (UE) 2024/1275 sulla prestazione energetica degli edifici, la cosiddetta direttiva “Case Green”, approvata il 24 aprile 2024 nell’ultima legislatura europea nell’ambito del Green Deal ed entrata in vigore il 28 maggio 2024. Gli Stati avevano tempo fino al 29 maggio 2026 per recepirla nei rispettivi ordinamenti.

Il dato politico è difficilmente aggirabile.

Se nessuno dei ventisette Stati membri è riuscito a rispettare la scadenza fissata dalla stessa Commissione, la domanda da porsi non è se tutti i governi europei siano improvvisamente diventati inefficienti. La domanda corretta è un’altra: non sarà forse la normativa ad essere stata concepita senza un adeguato rapporto con la realtà?

È una questione che va ben oltre la materia energetica e investe il modo stesso con cui oggi viene costruita una parte rilevante della legislazione europea.

Una buona norma nasce dall’equilibrio tra gli obiettivi da perseguire e la concreta possibilità di raggiungerli. L’impressione, invece, è che negli ultimi anni Bruxelles abbia progressivamente invertito questo ordine logico: prima vengono fissati obiettivi estremamente ambiziosi, poi si pretende che cittadini, imprese e governi trovino il modo di realizzarli, indipendentemente dai costi economici, dalle difficoltà tecniche e dalle profonde differenze che caratterizzano gli Stati membri.

La direttiva “Case Green” rappresenta probabilmente il caso più emblematico di questo approccio.

L’obiettivo di ridurre i consumi energetici del patrimonio edilizio europeo è certamente condivisibile. Nessuno mette in discussione l’importanza dell’efficienza energetica o della riduzione delle emissioni. Ciò che appare discutibile è la convinzione che un patrimonio immobiliare estremamente eterogeneo possa essere ricondotto entro parametri uniformi, stabiliti centralmente da Bruxelles.

La stessa Commissione europea riconosce che circa l’85% degli edifici dell’Unione è stato costruito prima del 2000 e che circa il 75% presenta prestazioni energetiche considerate insufficienti. Sono dati che Bruxelles conosceva perfettamente quando ha elaborato la direttiva. Proprio per questo risulta difficile comprendere come si sia potuto immaginare un percorso di recepimento che, alla prova dei fatti, nessuno Stato membro è stato in grado di rispettare.

Il caso italiano rende ancora più evidente questa contraddizione.

L’Italia possiede uno dei patrimoni edilizi più antichi d’Europa. Secondo i dati ISTAT, oltre la metà degli edifici residenziali è stata costruita prima del 1970, mentre una quota significativa risale addirittura al periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. A questo si aggiungono migliaia di centri storici, immobili vincolati, edifici monumentali e borghi che costituiscono un patrimonio culturale unico al mondo.

Pensare che tale patrimonio possa essere adeguato secondo gli stessi criteri previsti per edifici realizzati pochi decenni fa in contesti urbanistici completamente diversi significa ignorare la storia, la geografia e persino l’economia del continente europeo.

Ma vi è un elemento ancora più significativo.

Se anche Paesi dotati di un patrimonio edilizio mediamente molto più recente di quello italiano non sono riusciti a rispettare i termini fissati dalla direttiva, significa che il problema non riguarda soltanto le specificità italiane. Riguarda il metodo con cui Bruxelles legifera.

È difficile sostenere che ventisette governi, appartenenti a maggioranze politiche diverse, con strutture amministrative differenti e interessi nazionali spesso contrapposti, abbiano contemporaneamente dimostrato la stessa incapacità. Molto più plausibile è ritenere che sia stata sottovalutata la complessità amministrativa, tecnica ed economica dell’intera operazione.

L’esperienza italiana del Superbonus costituisce, da questo punto di vista, una lezione che avrebbe dovuto indurre maggiore prudenza.

Lo Stato ha sostenuto una spesa superiore ai cento miliardi di euro per incentivare la riqualificazione energetica degli edifici. Eppure, nonostante un impegno finanziario di dimensioni straordinarie, gli interventi hanno interessato soltanto una parte limitata del patrimonio immobiliare nazionale. Se una simile mole di risorse pubbliche è bastata appena per intervenire su una quota ridotta degli edifici, è facile comprendere quale sarebbe l’enorme impegno economico necessario per estendere interventi analoghi all’intero patrimonio edilizio italiano. Con una differenza sostanziale: questa volta il costo ricadrebbe in larga misura direttamente sui proprietari, cioè sulle famiglie italiane.

Ed è proprio qui che emerge un’altra evidente contraddizione.

L’Italia è uno dei Paesi europei con la più elevata diffusione della proprietà dell’abitazione. Per milioni di famiglie la casa rappresenta il principale strumento di risparmio e il patrimonio costruito nell’arco di una vita di lavoro. Non a caso l’articolo 47 della Costituzione stabilisce che la Repubblica “incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme” e favorisce espressamente “l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione”.

Ignorare questa peculiarità significa non comprendere la struttura economica e sociale italiana.

La vicenda delle “Case Green”, tuttavia, assume un significato che va oltre il settore immobiliare.

Essa rappresenta il simbolo di un’Europa che troppo spesso sembra elaborare politiche partendo da modelli teorici anziché dalle condizioni reali dei cittadini. La transizione ecologica rischia così di trasformarsi, anziché in un percorso sostenibile, in un processo amministrativamente ingestibile e socialmente sempre più difficile da accettare.

Per questo motivo la procedura d’infrazione contro tutti i ventisette Stati membri rischia di trasformarsi in un paradosso politico.

Quando una direttiva europea mette contemporaneamente in difficoltà tutti gli Stati ai quali è destinata, forse non è sufficiente accusare gli Stati di inadempienza. È doveroso chiedersi se non sia il legislatore europeo ad aver costruito una disciplina più ispirata all’astrazione ideologica che alla concreta realtà economica, amministrativa e sociale dell’Unione.

In fondo, il vero fallimento non è che ventisette governi abbiano mancato una scadenza. Il vero fallimento sarebbe non cogliere il messaggio che questa vicenda consegna alle istituzioni europee: una normativa che nessuno riesce ad applicare nei tempi previsti non è necessariamente la prova dell’inefficienza degli Stati. Può essere, molto più semplicemente, la prova di una legislazione che ha smarrito il principio fondamentale del buon governo: confrontarsi con la realtà prima di pretendere di cambiarla.

Antonio Maria Rinaldi

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