Economia
Casa e negozi, la manovra punta sul fisco per rimettere in moto l’economia. Unimpresa: effetti fino a 1,8 miliardi

Un negozio che riapre dopo anni di serrande abbassate, un appartamento rimesso sul mercato degli affitti, un giovane che riesce finalmente a trovare casa nella città in cui lavora. Dietro alcune delle misure fiscali forse meno discusse della manovra 2027 c’è anche questo: il tentativo di intervenire su due problemi che da anni pesano sull’economia italiana, la difficoltà di accesso alle abitazioni e il progressivo impoverimento commerciale di molti centri urbani.
Il governo Meloni ha scelto di utilizzare la leva fiscale, riducendo la tassazione sui redditi da locazione per incentivare i proprietari ad affittare abitazioni e piccoli immobili commerciali. Una scelta che, secondo un’analisi del Centro studi Unimpresa, potrebbe produrre effetti economici superiori al costo sostenuto dallo Stato.
I numeri sono interessanti. La Relazione tecnica alla legge di Bilancio quantifica in 889,3 milioni di euro le minori entrate fiscali nel triennio 2027-2029, dei quali 501,4 milioni riferiti alle abitazioni e 387,9 milioni agli immobili commerciali. Partendo da queste cifre, Unimpresa ha elaborato tre scenari: nell’ipotesi prudente l’attività economica potenzialmente sostenuta raggiungerebbe 1,07 miliardi, in quella intermedia 1,33 miliardi, mentre nello scenario più favorevole arriverebbe a 1,78 miliardi.
Non si tratta di una previsione di crescita del Pil, ma di simulazioni ottenute applicando diversi coefficienti ipotetici alle risorse liberate dalle agevolazioni. Resta comunque un’indicazione utile per valutare una misura che potrebbe avere ricadute ben oltre il settore immobiliare.
La novità più significativa riguarda gli affitti residenziali. Per i nuovi contratti a canone concordato stipulati nel 2027, il disegno di legge prevede di ridurre la cedolare secca dall’attuale 10% al 5%. Se l’inquilino ha meno di 36 anni, l’aliquota scende addirittura all’1%, con applicazione ai canoni del periodo 2027-2031, alle condizioni previste dalla norma.
Per comprendere la portata del beneficio basta un esempio. Su un appartamento affittato a 900 euro mensili, il proprietario paga oggi 1.080 euro annui di cedolare al 10%. Con la nuova aliquota del 5% ne verserebbe 540, mentre affittando a un giovane sotto i 36 anni l’imposta scenderebbe a 108 euro. Il risparmio arriverebbe così a 972 euro all’anno.
È un incentivo consistente, soprattutto in un mercato nel quale molti proprietari preferiscono lasciare gli immobili inutilizzati oppure destinarli a locazioni diverse da quelle residenziali tradizionali. La riduzione fiscale potrebbe rendere più conveniente il canone concordato e ampliare l’offerta disponibile. Naturalmente non determina automaticamente una diminuzione degli affitti: il vantaggio viene riconosciuto al proprietario e soltanto una maggiore disponibilità di abitazioni, insieme alle condizioni del mercato, potrà tradursi in benefici per gli inquilini.
La questione ha anche una dimensione economica più ampia. La difficoltà di trovare casa a prezzi sostenibili limita la mobilità dei lavoratori e, in alcune città, rende complicato persino per le imprese assumere personale proveniente da altre province. Intervenire sull’offerta abitativa significa quindi agire indirettamente anche sulla possibilità dei giovani di accettare nuove opportunità professionali.
L’altro capitolo riguarda il commercio. La manovra introduce la cedolare secca del 21% sui nuovi contratti relativi a negozi e botteghe della categoria catastale C/1 fino a 200 metri quadrati. Nei comuni capoluogo delle città metropolitane l’aliquota prevista scende al 10%.
Anche in questo caso il vantaggio può essere considerevole. Secondo le simulazioni riportate da Unimpresa, per un negozio affittato a 1.500 euro mensili, ipotizzando una tassazione marginale Irpef del 35% applicata al 95% del canone, il risparmio teorico del proprietario sarebbe di 2.205 euro annui con la cedolare al 21%, fino a 4.185 euro nei capoluoghi metropolitani con l’aliquota del 10%.
Ma il significato dell’intervento va oltre il risparmio tributario. Un locale commerciale che torna a essere utilizzato può generare investimenti in ristrutturazioni, arredi, attrezzature e servizi. E soprattutto può contribuire a riportare attività economiche in quartieri e centri storici nei quali la chiusura dei negozi ha progressivamente impoverito anche la vita sociale.
Su questo aspetto insiste il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora, secondo il quale casa e commercio di prossimità sono «due componenti essenziali della coesione sociale e dello sviluppo economico». L’associazione valuta positivamente la riduzione delle imposte, sottolineando però che il beneficio non dovrebbe rimanere confinato ai proprietari, ma favorire condizioni migliori anche per famiglie e imprese.
È probabilmente il punto decisivo dell’intera operazione. Le agevolazioni possono aumentare la convenienza economica degli affitti, ma non garantiscono che un appartamento sfitto venga rimesso sul mercato o che un negozio chiuso trovi immediatamente un nuovo imprenditore.
Le stime Unimpresa indicano che, nello scenario intermedio, le attività economiche potenzialmente sostenute sarebbero pari a 752 milioni per il comparto abitativo e 582 milioni per quello commerciale. Perché questi effetti possano materializzarsi serviranno anche una domanda sufficiente, procedure semplici e condizioni contrattuali sostenibili.
Resta però interessante l’impostazione scelta dal governo. Per affrontare l’emergenza abitativa non si punta esclusivamente su nuovi finanziamenti pubblici, mentre per sostenere i negozi non si ricorre soltanto a contributi diretti. Si prova anche a modificare la convenienza economica delle decisioni private, con l’obiettivo di rimettere in circolazione immobili e risorse già esistenti.
La misura, naturalmente, dovrà superare l’esame parlamentare e la sua efficacia dipenderà dalla formulazione definitiva delle norme. Ma il segnale politico ed economico è riconoscibile: utilizzare il fisco per incoraggiare comportamenti che possono produrre benefici più ampi del semplice risparmio individuale.
Dopo anni nei quali la casa è stata soprattutto terreno di promesse e il commercio di vicinato ha continuato a perdere spazio, la manovra introduce un intervento che merita attenzione. Non sarà una riduzione delle aliquote a risolvere da sola due problemi così radicati. Ma riportare appartamenti e negozi inutilizzati sul mercato sarebbe già un risultato importante, soprattutto se alle minori imposte corrisponderanno nuovi investimenti, attività economiche e occasioni di lavoro







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