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Caos post-voto in Israele: Likud primo partito, ma vince la coalizione opposta. Netanyahu ed Eisenkot condannati alla grande coalizione per evitare la paralisi
:Urne chiuse in Israele con un’affluenza record, ma gli exit poll gelano entrambi gli schieramenti: il Likud tiene ed è primo partito, il blocco di Eisenkot è avanti ma nessuno ha i 61 seggi per governare. Con il boom dei partiti arabi (17-18 seggi) impossibili da imbarcare per ragioni di politica estera, resta solo la via delle grandi intese per salvare l’economia dalla paralisi.

Le urne in Israele consegnano un verdetto drammatico e privo di un vincitore. Nonostante un’affluenza storica, che ha toccato il picco massimo dal 1973 superando il 74% già alle otto di sera, il Paese piomba in una paralisi istituzionale che ricorda da vicino la crisi del triennio 2019-2022, quando furono necessarie cinque tornate elettorali in pochi anni per trovare una quadra.
Secondo gli exit poll diffusi dai principali canali televisivi nazionali (Kan, Channel 12 e Channel 13), né lo schieramento del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu né il blocco di opposizione guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot raggiungono la soglia dei 61 seggi su 120 necessari per governare alla Knesset.
La vera sorpresa della serata è la tenuta del Likud. Smentendo mesi di sondaggi che lo davano in netto ritardo rispetto agli avversari, il partito di Netanyahu si conferma la prima forza politica del Paese con una proiezione di 24-25 seggi.
Una vittoria di Pirro, se si guarda ai numeri complessivi della sua coalizione. Il blocco di destra e religioso si ferma infatti a quota 50 seggi, penalizzato anche dal mancato superamento della soglia di sbarramento del 3,25% da parte di due piccole formazioni alleate: Riserva-Economia di Yoaz Hendel e Popolo d’Israele di Ofer Winter.
Sull’altro fronte, il partito centrista Yashar di Gadi Eisenkot ottiene tra i 21 e i 23 seggi, fermandosi sotto le aspettative della vigilia. Sommando le forze con B’Yachad dell’ex premier Naftali Bennett (12-14 seggi), Yisrael Beytenu di Avigdor Liberman e la sinistra dei Democratici, il fronte anti-Netanyahu arriva a 52-53 seggi.
Numeri superiori a quelli del premier uscente, ma del tutto insufficienti per andare al governo in autonomia.
| Partito / Schieramento | Proiezione Kan (Ch. 11) | Proiezione Channel 12 | Proiezione Channel 13 |
| Likud (Netanyahu) | 25 | 24 | 25 |
| Yashar (Eisenkot) | 21 | 22 | 23 |
| B’Yachad (Bennett) | 14 | 12 | 14 |
| Partiti arabi (Joint List + Ra’am) | 17 | 18 | 17 |
| Totale Blocco Netanyahu | 50 | 50 | 50 |
| Totale Blocco Opposizione | 53 | 52 | 53 |
Il vero ago della bilancia aritmetico è rappresentato dai partiti arabi — la Lista Comune (Joint List) e gli islamisti di Ra’am — che registrano un risultato storico conquistando complessivamente 17-18 seggi, contro i 10 della precedente legislatura. Ed è proprio qui che l’aritmetica parlamentare si scontra con la realtà politica e strategica.
Governare con il sostegno determinante del blocco arabo, anche solo tramite un appoggio esterno per un esecutivo di minoranza, appare impraticabile. A eccezione del leader dei Democratici Yair Golan, tutti i vertici dell’opposizione sionista hanno escluso alleanze di questo tipo.
Le divergenze non sono di poco conto: sul tavolo ci sono scelte cruciali di politica estera, difesa e sicurezza nazionale che nessun esecutivo israeliano potrebbe gestire dovendo contrattare ogni singolo provvedimento con formazioni dalle posizioni diametralmente opposte.
Questa impasse politica ha un costo economico immediato e pesante. Un Paese con un bilancio statale sotto pressione per le spese militari e la necessità di sostenere la domanda interna non può permettersi mesi di amministrazione ordinaria o, peggio, un sesto ritorno alle urne in pochi anni.
- Blocco della legge di bilancio: Senza un esecutivo nel pieno delle sue funzioni, gli investimenti pubblici nelle infrastrutture e i piani di sostegno alle imprese restano congelati.
- Rischio sui mercati e sul debito: Le agenzie di rating internazionali guardano con estrema diffidenza all’instabilità cronica; un’impasse prolungata farebbe salire i rendimenti dei titoli di Stato, aumentando il costo del servizio del debito per le casse pubbliche.
- Fuga degli investimenti tecnologici: Il settore dell’alta tecnologia, vero motore della crescita nazionale, necessita di certezze normative e stabilità fiscale per non vedere i capitali migrare altrove.
Il presidente della Repubblica affiderà con ogni probabilità il primo mandato esplorativo a Benjamin Netanyahu, in quanto leader del partito di maggioranza relativa. Tuttavia, senza i numeri alla Knesset, i veti incrociati della campagna elettorale sono destinati a scontrarsi con il pragmatismo.
Eisenkot ha finora rifiutato l’idea di servire sotto Netanyahu, anche con la formula della rotazione della carica di primo ministro. Eppure, di fronte all’impossibilità di imbarcare i partiti arabi e allo spettro di nuove elezioni che lascerebbero comunque Netanyahu in carica come premier ad interim, i margini di manovra si riducono drasticamente. L’alternativa sarebbe un ritorno alle urne che darebbe solo un altro calcio al barattolo, con il rischio di riproporre esattamente la stessa situazione.
Si aprono settimane di lunghe ed estenuanti trattative dietro le quinte. La politica ha le sue liturgie e i suoi orgogli, ma quando i conti economici e la sicurezza nazionale bussano alla porta, anche i nemici più inconciliabili scoprono improvvisamente le virtù della responsabilità istituzionale. Alla fine, un compromesso per un governo di unità nazionale tra Likud e Yashar potrebbe rivelarsi non tanto una scelta, quanto l’unica via d’uscita per non far affondare il Paese nella paralisi.







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