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Bruxelles vuole l’autonomia strategica? Allora perché lascia morire l’Ilva?
L’UE proclama l’autonomia strategica ma lascia affondare la siderurgia. Il caso Ilva e il confronto impietoso con la strategia del Regno Unito post-Brexit.

L’Unione europea è ormai il luogo politico della più grande contraddizione economica del nostro tempo. Da anni Bruxelles proclama, con enfasi quasi ossessiva, la necessità di conquistare la cosiddetta “autonomia strategica”: ridurre le dipendenze esterne, proteggere le filiere industriali, mettere in sicurezza le produzioni considerate essenziali per la sovranità economica del continente.
Poi però arriva il caso Ilva. E tutta questa retorica improvvisamente crolla.
Perché quando si presenta la necessità concreta di difendere uno dei più importanti poli siderurgici europei, la Commissione torna immediatamente prigioniera del suo riflesso ideologico: procedure, vincoli, aiuti di Stato, concorrenza, compatibilità normative. Come se il mondo fosse ancora quello ingenuamente globalista degli anni Novanta.
Eppure qui non stiamo parlando di una fabbrica marginale. L’Ilva rappresenta una delle più grandi capacità produttive siderurgiche dell’intero continente europeo. Non è soltanto un asset industriale italiano: è un presidio strategico europeo.
Parliamo di acciaio, cioè della struttura portante di qualsiasi sistema industriale avanzato: automotive, cantieristica, difesa, infrastrutture, meccanica, manifattura.
Ridimensionare o perdere definitivamente l’Ilva significherebbe aumentare la dipendenza dell’Europa dalle importazioni di acciaio provenienti dall’esterno, consegnando quote sempre più rilevanti della filiera siderurgica strategica a gruppi e potenze straniere.
Senza acciaio non esiste autonomia industriale. E senza autonomia industriale non esiste alcuna sovranità economica. Ed è proprio questo il punto che Bruxelles sembra incapace di comprendere: l’Ilva non riguarda soltanto Taranto, i posti di lavoro o una singola crisi aziendale. Riguarda la capacità dell’Europa di continuare a produrre autonomamente una materia prima essenziale per la propria economia e per la propria sicurezza industriale.
È quindi legittimo chiedersi: possibile che a Bruxelles non riescano a comprendere una logica così elementare? Possibile che i burocrati europei non capiscano che rinunciare alla siderurgia significa aumentare inevitabilmente la dipendenza strategica dell’Europa? Ma allora a chi ci siamo affidati? A una tecnocrazia che pretende di governare l’economia continentale senza comprendere nemmeno i fondamenti della potenza industriale?
Il confronto con il Regno Unito rende questa contraddizione ancora più clamorosa. È stato infatti il governo laburista di Keir Starmer — non un esecutivo conservatore o sovranista — a intervenire su British Steel con poteri straordinari per impedire la chiusura degli impianti di Scunthorpe e predisporre il ritorno della società sotto controllo pubblico. Non per nostalgia ideologica dello statalismo, ma per una ragione molto più concreta: impedire che il Paese perda una capacità produttiva considerata essenziale per infrastrutture, trasporti, industria e sicurezza economica.
Londra ha capito ciò che Bruxelles continua ostinatamente a non vedere: l’acciaio non è una variabile contabile, ma una questione di sovranità.
Il Regno Unito, uscito dall’Unione europea, può decidere secondo una logica di interesse nazionale. Può stabilire che una filiera strategica non debba essere sacrificata sull’altare di regole astratte. Può intervenire quando ritiene che la perdita della produzione siderurgica avrebbe conseguenze permanenti sulla propria autonomia industriale.
A Bruxelles, invece, si continua a ragionare come ragionieri in mezze maniche: procedure, commi, vincoli, autorizzazioni, compatibilità amministrative. Intanto il resto del mondo difende le proprie catene produttive con strumenti pubblici, visione strategica e realismo geopolitico.
La domanda è inevitabile: com’è possibile che Londra comprenda perfettamente la centralità della siderurgia e l’Unione europea no? Com’è possibile che un Paese appena uscito dalla gabbia comunitaria mostri più lucidità industriale dell’intera Commissione europea?
La risposta è dura, ma evidente: il Regno Unito si è sganciato da un sistema che troppo spesso confonde la disciplina di bilancio con la politica industriale, la concorrenza con la sovranità, il formalismo giuridico con la difesa degli interessi strategici.
La Commissione europea continua a ragionare come un’autorità notarile del mercato unico, mentre il resto del mondo ragiona in termini di geopolitica economica.
Gli Stati Uniti proteggono apertamente la propria industria strategica con sussidi, dazi e giganteschi investimenti pubblici. La Cina pianifica le proprie filiere industriali con una visione di lungo periodo. Il Regno Unito post-Brexit, piaccia o no, ha dimostrato che quando una produzione è strategica lo Stato deve poter intervenire senza attendere il permesso di un apparato tecnocratico sovranazionale.
L’Europa invece produce regolamenti. Produce direttive. Produce vincoli. E soprattutto produce dipendenza.
Perché mentre Bruxelles parla continuamente di “autonomia strategica”, nei fatti accetta che una quota fondamentale della produzione europea di acciaio finisca sotto il controllo di operatori esteri o venga progressivamente ridimensionata, aumentando ulteriormente la vulnerabilità industriale del continente.
Ed è qui che emerge il vero cortocircuito storico dell’Unione europea. La Commissione sostiene di voler ridurre le dipendenze del continente dall’esterno, ma impedisce agli Stati membri di utilizzare pienamente gli strumenti necessari per difendere gli asset strategici europei. In pratica, l’unico soggetto a cui Bruxelles vieta una vera politica industriale è l’Europa stessa.
È un autolesionismo economico ormai strutturale. Per anni ci hanno raccontato che il mercato globale avrebbe risolto tutto, che la geopolitica fosse superata, che bastasse la concorrenza a garantire prosperità e sicurezza economica. Oggi la realtà dimostra esattamente il contrario.
Le grandi potenze sopravvivono perché difendono le proprie filiere strategiche. L’Europa invece continua a smantellarle in nome di regole pensate per un mondo che non esiste più.
Il caso Ilva è emblematico proprio per questo. Perché l’Ilva rappresenta non soltanto la sicurezza industriale italiana, ma una leva fondamentale per garantire approvvigionamenti strategici di acciaio all’intera economia europea.
Perché una potenza economica che perde il controllo della propria produzione siderurgica perde inevitabilmente anche la capacità di decidere autonomamente il proprio destino industriale.
E allora il punto politico diventa persino brutale: se l’Unione europea non riesce a comprendere nemmeno che l’acciaio è un bene strategico, come può pretendere di guidare la transizione industriale, la difesa comune, la sicurezza energetica o la competizione tecnologica globale?
Il paradosso finale è grottesco. Bruxelles soffoca la produzione interna invocando standard, rigidità normative e vincoli ambientali, salvo poi accettare che l’Europa importi acciaio prodotto altrove, spesso con condizioni ambientali e sociali peggiori.
Il risultato è devastante: deindustrializzazione interna e aumento della dipendenza esterna. Altro che autonomia strategica. Questa non è politica industriale europea. È amministrazione burocratica del declino.







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