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Bonaccini butta giù la Maschera: ecco la vera Natura della Sinistra

Il divorzio della sinistra dal ceto produttivo: colpevolizzare il livello di studio di operai e residenti delle periferie evidenzia l’incapacità di comprendere l’impatto di salari bloccati, inflazione e servizi al collasso.

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Bonaccini butta giù la maschera e lascia emergere il vizio di fondo di una certa sinistra italiana: la pretesa di superiorità ideologica, culturale e persino morale. Noi siamo migliori, noi sappiamo, noi comprendiamo. Gli altri, quando non ci votano, evidentemente non hanno capito.

Un atteggiamento che non si ferma ai confini italiani. È il riflesso di quella parte della sinistra internazionale che confonde le proprie convinzioni con la verità e il dissenso con un difetto di conoscenza. Il popolo è sovrano, purché scelga come vorrebbero le élite. Quando sceglie diversamente, diventa un problema da spiegare attraverso ciò che gli manca: istruzione, consapevolezza, capacità di comprendere.

Bonaccini ha sostenuto che il voto per Trump, per la Brexit, per la destra tedesca, per Le Pen e, in Italia, per Meloni e Salvini, così come l’interesse per Vannacci, provengano in misura maggioritaria da chi “ha poco studiato”, vive nelle periferie o nelle aree interne e si trova in condizioni economiche peggiori.

Analizzare il rapporto tra istruzione, reddito e voto è legittimo. Ma un titolo di studio non misura l’intelligenza politica di una persona, né la capacità di riconoscere i propri interessi. E chi ha studiato meno non ha necessariamente capito meno di chi pretende di impartirgli lezioni.

È qui che emerge il problema politico. La sinistra nacque per rappresentare le persone meno abbienti, quelle con minori opportunità di studio, i lavoratori e i ceti popolari. Quando questi cittadini si rivolgono altrove, la prima domanda dovrebbe riguardare l’offerta politica della sinistra, non il loro curriculum scolastico.

Perché un operaio, un artigiano, un commerciante o un pensionato ritiene che la destra possa rappresentarlo meglio? Quali aspettative sono state deluse? Quali problemi sono stati ignorati? Liquidare quelle scelte come frutto della scarsa istruzione significa rischiare di non comprenderne le ragioni, continuando a parlare dall’alto proprio a chi chiede di essere ascoltato.

A impartire questa lezione è, peraltro, un dirigente che, dopo il liceo scientifico, ha costruito fin dalla giovinezza il proprio percorso nelle istituzioni e nei partiti. Dal suo profilo pubblico non emergono esperienze professionali nell’economia reale. Non è una colpa, così come non è una colpa non essere laureati. Dovrebbe però suggerire maggiore prudenza nel classificare chi affronta ogni giorno il lavoro, la precarietà e l’incertezza del reddito.

Se davvero le fasce popolari, le periferie e le aree interne scelgono sempre più spesso la destra, siamo di fronte a un fallimento della capacità di rappresentanza della sinistra. E Bonaccini non è un osservatore esterno: è il presidente del PD. Quelle responsabilità lo riguardano direttamente.

Le successive precisazioni, secondo cui il ragionamento voleva richiamare la sinistra alla propria vocazione popolare, appaiono come la classica pezza peggiore del buco e non risolvono il problema del linguaggio utilizzato. Non basta dichiarare di voler recuperare un rapporto con le classi popolari se poi si dà l’impressione di considerarle culturalmente inadeguate quando votano per gli avversari.

Il punto non è negare le differenze nei livelli di istruzione. È smettere di trasformarle, anche implicitamente, in una graduatoria del valore delle scelte elettorali.

La conseguenza elettorale rischia di essere paradossale: mentre il presidente del PD cercava di spiegare perché le classi popolari votano a destra, potrebbe aver offerto loro un’altra ragione per continuare a farlo. E forse, inconsapevolmente, potrebbe perfino regalare qualche altro punto percentuale a Futuro Nazionale.

Continui così, Bonaccini, perché ormai, dall’alto delle vostre torri d’avorio,  non vi  siete ancora accorti che la sinistra è arrivata al capolinea.

Antonio Maria Rinaldi

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