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BlackRock gela le Borse: la crisi energetica smaschera l’illusione europea. Wall Street scappa di nuovo

Il colosso BlackRock taglia le stime sulle borse europee: la crisi energetica frena i consumi e allontana gli investitori verso Wall Street. L’economia reale debole non sostiene i mercati.

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Non si può avere un’economia reale strutturalmente debole e una finanza in perenne crescita. È una legge basilare che i mercati, ebbri di liquidità o di speranze passeggere, tendono a dimenticare, ma che la realtà geopolitica si incarica regolarmente di ricordare. Questa volta la doccia fredda per i sogni di gloria del Vecchio Continente arriva direttamente da BlackRock, il più grande gestore patrimoniale al mondo, che ha deciso di suonare la ritirata sulle azioni europee.

L’illusione di inizio anno, quando gli investitori globali cercavano in Europa un’alternativa più economica ai titoli tecnologici statunitensi ormai a prezzi stellari, si è scontrata con il muro della realtà: la gravissima crisi energetica innescata dai recenti conflitti mediorientali.

Secondo Helen Jewell, responsabile internazionale degli investimenti per le azioni fondamentali di BlackRock, la narrativa dell'”Europa a buon mercato” non regge più. Fino a qualche mese fa, esisteva un divario di valutazione interessante rispetto agli Stati Uniti. Oggi quel gap si è chiuso, ma a fronte di un’esposizione al rischio energetico infinitamente superiore. I flussi finanziari a marzo sono stati negativi, come ha notato giustamente il Financial Times.

Flussi finanziari sulle borse europee

I numeri, d’altronde, parlano chiaro e fotografano una divergenza strutturale che su Scenarieconomici sottolineiamo da tempo:

  • Il crollo europeo: Il listino Stoxx Europe 600, colpito dall’esplosione dei costi di petrolio e gas, ha ceduto quasi il 12% dai livelli pre-crisi toccando il fondo a marzo.
  • La resilienza americana: L’S&P 500 di Wall Street ha limitato i danni all’8%, per poi rimbalzare agilmente verso nuovi massimi storici, forte di un’indipendenza energetica che l’Europa può solo sognare.

La crisi attuale mette spietatamente in evidenza le grandi fragilità dell’economia europea. L’Europa è un price taker globale, costretta a subire i prezzi decisi altrove per le materie prime fondamentali. Questo shock asimmetrico sta colpendo duramente i consumatori del Vecchio Continente, già schiacciati dalla morsa combinata di inflazione e tassi di interesse elevati. Settori che si sperava potessero trainare una ripresa più ampia – come la sanità, i beni di lusso e soprattutto la nostra manifattura industriale, già fiaccata dai dazi americani e da un euro spesso troppo forte – si trovano nuovamente sotto pressione.

BlackRock salva, per ora, solo alcune nicchie specifiche:

  • Difesa (ovviamente stimolata dal riarmo geopolitico)
  • Banche (che beneficiano ancora dei margini sui tassi)
  • Semiconduttori

Tuttavia, c’è un rischio tecnico da non sottovalutare: l’eccessivo “affollamento”. Se tutti gli investitori si rifugiano in questi tre soli settori, la struttura del mercato diventa fragile. Basterebbe una singola notizia negativa in uno di questi comparti per innescare vendite a catena su tutto il listino.

Quali sono le ricadute economiche di questa fuga di capitali (ben certificata anche dai dati EPFR, che vedono l’azionario USA fare il pieno di flussi in aprile a scapito dell’UE)? Semplice: un mercato dei capitali asfittico significa minor capacità per le aziende europee di finanziarsi e crescere.

Esiste una via d’uscita? Come suggerito anche dagli analisti di Barclays, l’unico lato positivo di questa ennesima crisi è che potrebbe finalmente forzare la mano ai governi europei. Senza un massiccio piano di spesa pubblica per investimenti mirati a costruire una vera autonomia strategica ed energetica, l’Europa è destinata alla marginalità. Ancora una volta, si dimostra che la soluzione alle crisi strutturali non può venire dal libero mercato lasciato a sé stesso, ma richiede un robusto intervento statale di stampo keynesiano per ricostruire le basi dell’economia reale. Senza di essa, le borse non potranno mai prosperare.

Ovviamente questa via d’uscita dà per scontato che i paesi europei siano liberi di oeprare in modo razionale, seguendo le proprie priorità, senza considerar che la sovrastruttura europea non è razionale né direttamente collegata con gli interessi nazionali.

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