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Belgio nel caos: salta il bilancio e il premier Bart De Wever si dimette. Il Re congela la crisi, ma lo scontro su tasse e tagli paralizza il Paese
Salta l’accordo notturno sulla manovra: il premier belga Bart De Wever rassegna le dimissioni nelle mani di Re Filippo. Il sovrano congela la crisi fino a venerdì, mentre lo scontro tra nuove tasse patrimoniali e tagli alla spesa fa tremare imprese e mercati finanziari.

Il governo federale belga è ufficialmente sull’orlo del collasso proprio nel momento più delicato per i conti pubblici europei. Dopo una maratona notturna conclusasi all’una di notte senza alcun accordo sul bilancio, il primo ministro nazionalista fiammingo Bart De Wever (N-VA) è salito al Palazzo Reale alle 9:30 di lunedì mattina per rassegnare le dimissioni nelle mani di Re Filippo.
Il sovrano, dopo oltre un’ora di colloquio, ha deciso di tenere le dimissioni “in sospeso” per evitare il vuoto di potere immediato. Già da martedì partiranno le consultazioni d’urgenza con i presidenti dei partiti di maggioranza, mentre De Wever è atteso nuovamente a Palazzo per venerdì 6 novembre. Il Belgio si ritrova così in ostaggio di una paralisi politica che rischia di innescare pesanti ripercussioni sui mercati finanziari.
Cosa sta succedendo e perché è scoppiata la crisi
Al centro della tempesta c’è la cosiddetta coalizione “Arizona”, un esecutivo eterogeneo che mette insieme nazionalisti fiamminghi (N-VA), liberali francofoni (MR), centristi (Les Engagés, CD&V) e socialisti fiamminghi (Vooruit). Quando si cerca di far quadrare i conti unendo forze politiche con visioni opposte sull’economia, il cortocircuito diventa quasi inevitabile.
Lo scontro frontale si è consumato attorno alla manovra di bilancio federale. Il Belgio deve correggere un deficit strutturale pesante, ma la ricetta per farlo ha spaccato in due il consiglio dei ministri ristretto (il kern):
Il fronte di centro-sinistra e centrista (Vooruit e Les Engagés) chiede che il peso del risanamento ricada sulle “spalle più larghe”, spingendo per nuove imposte sui grandi patrimoni e tutelando la spesa sociale.
L’ala liberale di destra (guidata dal vicepremier David Clarinval del MR) rifiuta categoricamente nuove stangate fiscali, denunciando che il volume di tasse sul tavolo supera già ampiamente gli accordi di governo.
Il fronte sindacale (FGTB e Synova) attacca la politica chiedendo una tassa patrimoniale vera e mettendo sul piatto proposte alternative per 21 miliardi di euro, pur di evitare nuovi sacrifici per lavoratori e pensionati.
| Attore Politico / Sociale | Posizione sul Bilancio | Obiettivo Principale |
| MR (Destra liberale) | Contrario a nuove tasse | Tagli alla spesa pubblica e tutela della competitività |
| Vooruit / Les Engagés | Favorevoli a tassare i grandi patrimoni | Riparto “equo” dei sacrifici e investimenti statali |
| FEB (Confindustria belga) | Allarme per l’incertezza sui mercati | Riforme strutturali subito senza paralisi politica |
| Sindacati (FGTB, Synova) | Critica ai tagli su lavoro e pensioni | Imposta sulle grandi fortune e piano da 21 miliardi |
Le ricadute economiche: il paradosso dell’austerità
Il vero nodo della crisi belga non è solo politico, ma macroeconomico. Come ha sottolineato con pragmatismo David Clarinval, pensare di risanare un deficit fuori controllo aumentando le tasse sul lavoro e sulle imprese significa soffocare la crescita economica. Senza crescita, il gettito fiscale cala e il rapporto tra deficit e Pil peggiora, innescando una spirale recessiva ben nota in Europa. Del resto Chruchill diceva: «Una nazione che si tassa nella speranza di diventare prospera è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi tirando il manico»
Dall’altra parte, anche Les Engagés ammettono che la situazione è grave e che servono investimenti strategici per rilanciare la macchina economica, senza però rinunciare a un fisco più aggressivo. Nel frattempo, l’economia reale trema. Pieter Timmermans, amministratore delegato della Federazione delle imprese belghe (FEB), ha lanciato un avvertimento chiarissimo: i mercati finanziari stanno già osservando il Belgio con estrema attenzione.
Aprire una crisi al buio proprio mentre serve una traiettoria di bilancio credibile espone il debito pubblico belga alla speculazione e frena gli investimenti privati.
Crisi profonda o mossa tattica? Cosa succede ora
È una rottura definitiva o il primo ministro federale riuscirà a superarla? Nella tradizione politica belga, le dimissioni “congelate” dal Re rappresentano spesso un potente strumento di pressione psicologica. Bart De Wever ha alzato la posta per costringere gli alleati — in particolare liberali e socialisti — a cedere sui rispettivi veti incrociati entro la scadenza di venerdì 6 novembre.
Mentre la Camera dei rappresentanti prosegue formalmente i lavori ordinari sotto la guida del presidente Peter De Roover, il governo resta appeso a un filo. Nessun partito della maggioranza ha un reale interesse ad andare a elezioni anticipate con i conti in disordine e il malcontento sociale alle stelle. Tuttavia, la frattura tra chi vuole tagliare la spesa improduttiva e chi pretende nuove tasse patrimoniali è profonda: se entro venerdì non emergerà un compromesso, il Belgio scivolerà nell’esercizio provvisorio, confermando quanto sia difficile governare sotto la scure dei vincoli di bilancio quando la coperta della crescita è ormai troppo corta.







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