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Bagno di sangue sulle Borse asiatiche: crolla il mito dell’intelligenza artificiale tra bollette alle stelle e rivolta contro i data center

Borse asiatiche in caduta libera dopo il tonfo di Wall Street: Seul sospende gli scambi e Tokyo entra in mercato ribassista. A far scoppiare la bolla dei chip (Nvidia -9,3%, AMD -17,3%) è la rivolta di elettori e cittadini contro i nuovi data center, accusati di far esplodere le bollette della luce dagli Stati Uniti al Giappone.

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Un’ondata di vendite senza precedenti dall’aprile 2025 ha travolto i mercati asiatici all’apertura di venerdì, trascinati nel baratro dal crollo dei titoli tecnologici a Wall Street e dalla rivolta crescente dei cittadini contro i data center. La Borsa di Seul è arrivata a perdere l’8,8%, costringendo le autorità a bloccare gli scambi per venti minuti per evitare il panico totale, mentre Tokyo è scivolata ufficialmente in territorio ribassista. Le perdite si sono poi ridotte, ma sono rimaste forti,

Il contagio da Wall Street all’Estremo Oriente

Tutto è iniziato giovedì negli Stati Uniti, dove i listini hanno vissuto la peggior giornata dall’annuncio dei dazi del “Liberation Day” di Donald Trump nell’aprile 2025. L’indice S&P 500 ha ceduto il 4,4% (334,89 punti, scendendo a 7.353,73), cancellando in poche ore i guadagni della seduta precedente.

Il Dow Jones ha lasciato sul terreno 1.833 punti (-3,4% a quota 51.523,06), ma il vero epicentro del terremoto ha colpito il Nasdaq, crollato del 5,5% a 24.315 punti. Il listino tecnologico americano ha perso l’11,9% rispetto ai massimi storici del mese scorso, entrando tecnicamente in fase di correzione, mentre il Philadelphia Semiconductor Index è precipitato del 12,3%.

L’onda d’urto ha colpito l’Asia con estrema violenza nella mattinata di venerdì:

  • Corea del Sud (KOSPI): crollo iniziale fino all’8,8% (a 4.911,28 punti, minimo da febbraio) con attivazione del circuit breaker per sospendere le contrattazioni, per poi attestarsi a circa il -6,6%:

    Kospi

  • Giappone (Nikkei 225): tonfo iniziale superiore al 7,1%, con un parziale recupero a metà giornata a -5,7% (57.576,63 punti), segnando un calo di oltre il 20% dai picchi di giugno; l’indice allargato TOPIX ha ceduto circa il 6%.

    Incice Giappone Nikkei 225

  • Taiwan (TAIEX): ribasso secco del 4,1%, pesantemente condizionato dal comparto dei semiconduttori.
  • Altri listini asiatici: Singapore (Straits Times) ha perso il 2,4%, Shanghai tra l’1% e l’1,3% (CSI 300 a -1,3%), l’Australia (S&P/ASX 200) l’1% a 8.973 punti, mentre Hong Kong (Hang Seng) e i future indiani (Nifty50) hanno limitato i danni tra il -0,3% e il -0,7%.

La fine dell’euforia e il nodo delle bollette elettriche

Per mesi la finanza ha scommesso a occhi chiusi sull’intelligenza artificiale, gonfiando i prezzi delle azioni oltre ogni logica legata ai profitti reali. Ora gli investitori fanno i conti con due fattori molto concreti: il costo elevato del denaro per finanziare le infrastrutture, ma soprattutto la reazione della politica e dei cittadini.

Le elezioni di metà mandato (midterm) di martedì negli Stati Uniti hanno visto l’avanzata del Partito Democratico al Congresso. Molti candidati hanno vinto le campagne elettorali proprio promettendo di fermare o limitare la costruzione di nuovi data center.

Gli elettori americani, infatti, hanno scoperto sulla propria pelle che i giganteschi centri di calcolo divorano quantità enormi di energia, facendo schizzare verso l’alto le bollette della luce di famiglie e imprese. Un eventuale blocco dei cantieri significa meno ordini di microchip, meno contratti elettrici e una brusca frenata per un settore che finora ha tenuto in piedi la crescita statunitense.

La rivolta contro i data center dilaga anche in Asia

Non si tratta solo di un problema politico americano, ma di un malessere sociale che sta bloccando i progetti anche in Oriente. Spesso si dimentica che il “cloud” non vive sulle nuvole, ma dentro enormi capannoni industriali che sottraggono acqua, terreno ed elettricità alle comunità locali.

In Giappone e in Corea del Sud l’opposizione dei residenti si sta trasformando in una barriera fisica e legale per i colossi tecnologici:

  • Il caso di Tokyo: i cittadini della capitale giapponese hanno annunciato azioni legali contro il gigante immobiliare e logistico GLP per bloccare la costruzione di un imponente data center, contestando l’impatto ambientale e il sovraccarico sulle infrastrutture urbane.
  • La paralisi in Corea del Sud: come documentato dall’emittente nazionale KBS, numerosi progetti di centri dati intorno a Seul e nelle province coreane sono fermi o in forte ritardo a causa delle proteste dei comitati civici, preoccupati per i campi elettromagnetici, il rumore continuo dei sistemi di raffreddamento e la carenza di energia per uso civile.

Chi ha puntato tutto sulla crescita infinita dei server senza fare i conti con la rete elettrica e con i residenti ora paga il conto più salato in Borsa.

Strage di giganti tecnologici e fuga verso i beni rifugio

A guidare il crollo sono state proprio le aziende simbolo dei semiconduttori e delle infrastrutture di calcolo. Quando un colosso come Nvidia si muove dell’1%, sposta l’intero indice S&P 500 più di quasi chiunque altro, ma questa volta il movimento è stato al ribasso.

Azienda / TitoloMercatoVariazione registrata
AMDUSA-17,3%
AdvantestGiappone-15,0%
LasertecGiappone-14,0%
Kioxia HoldingsGiappone-13,0%
QualcommUSA-10,0%
CoreWeaveUSA-9,8%
NvidiaUSA-9,3% (-2,6% da inizio anno)
Samsung ElectronicsCorea del Sud-7,9% (poi ridotto a -4,1%)
GE VernovaUSA-7,5%
SK HynixCorea del Sud-7,0%
TSMCTaiwanOltre -4,0%

Nel listino giapponese hanno sofferto anche SoftBank Group, Toyota (penalizzata da utili deludenti comunicati il giorno prima) e Nintendo, mentre Sony ha limitato le perdite grazie agli ottimi incassi dell’ultimo film di Spider-Man e perché meno impegnati sulla AI e data-center. Negli Stati Uniti, Qualcomm ha pagato vendite di chip per smartphone inferiori alle stime e dubbi sulla resa delle sue costose spese nell’IA.

Mentre le azioni bruciavano miliardi, i capitali sono fuggiti verso i titoli di Stato americani, facendo scendere il rendimento del Treasury a 10 anni al 4,84% (era al 4,90% mercoledì, al 4,95% la notte delle elezioni e sopra il 5,30% il mese scorso). Sul fronte energetico, infine, le incertezze sulle mosse di Trump nella guerra con l’Iran hanno spinto in alto il petrolio: il greggio USA è salito dello 0,65% a 91,11 dollari al barile, mentre il Brent ha guadagnato l’1,4% sfiorando la soglia psicologica dei cento dollari, a 99,73 dollari.

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