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Auto, Parigi e Berlino archiviano il dogma del 2035: salta il divieto sui motori termici per salvare le fabbriche, ma l’Italia resta al palo
Patto segreto tra Macron e Merz: salta l’obbligo di auto solo elettriche per il 2035. I motori termici ottengono un salvacondotto per evitare il tracollo industriale contro la Cina, mentre l’Italia tocca il record negativo di vetture prodotte e resta alla finestra.

L’utopia verde di Bruxelles ha finalmente sbattuto a tutta velocità contro il muro della realtà economica. Con un patto riservato siglato nelle ultime ore, Francia e Germania hanno deciso di riscrivere da sole il futuro dell’automobile europea, mandando di fatto in soffitta l’illusione della transizione forzata al 100% elettrico entro il 2035.
I numeri del mercato non perdonano. Le vetture a batteria restano inaccessibili per la stragrande maggioranza delle famiglie, i listini concessionari sono insostenibili per salari reali fermi al palo e le immatricolazioni languono ovunque. Di fronte alla prospettiva concreta di un suicidio industriale a cielo aperto, con Pechino pronta a fare terra bruciata, Parigi e Berlino hanno scelto di anteporre la sopravvivenza economica alle tabelle ideologiche della Commissione.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron hanno architettato un classico baratto di potere economico. Berlino ottiene la deroga vitale per mantenere in vita i motori tradizionali, mentre Parigi incassa lo scudo protezionistico del marchio “Made in Europe” per difendere la filiera domestica.
La contabilità creativa: come si cancella il bando
Nei palazzi comunitari continueranno a raccontare che l’ambizione climatica resta intatta, ma la realtà tecnica racconta un’altra storia: l’obbligo di vendere solo vetture a zero emissioni nel 2035 è formalmente sepolto.
Bruxelles aveva già tentato una timida ritirata a fine 2025, ipotizzando una riduzione del 90% delle emissioni con l’obbligo per i costruttori di compensare l’ultimo 10% con biocarburanti o acciaio verde. L’intesa franco-tedesca spazza via ogni obbligo di compensazione, cancellando multe miliardarie già messe a bilancio dai colossi dell’auto.
Per aggirare i divieti senza ammettere la resa, Parigi e Berlino hanno introdotto il meccanismo contabile dei “supercrediti”:
- Moltiplicatore per le piccole: ogni citycar elettrica assemblata nell’Unione varrà come 1,4 vetture vendute nei registri ambientali europei.
- Bonus per l’intera gamma: per tutti gli altri modelli a batteria il coefficiente di calcolo sarà pari a 1,2, con validità garantita anche oltre il 2035.
- Quota reale al ribasso: grazie a questo artificio normativo, la quota effettiva di veicoli elettrici necessaria per essere in regola scenderà a circa il 72-75% del mercato.
- Flessibilità per furgoni e camioncini: il periodo di tolleranza per i veicoli commerciali leggeri viene allargato all’orizzonte 2025-2030, congelando sanzioni disastrose per chi lavora.
| Parametro normativo | Obiettivo originario UE | Nuovo compromesso franco-tedesco |
| Vendite 100% elettriche al 2035 | Quota fissa e vincolante al 100% | Circa 72% – 75% effettivo (tramite supercrediti) |
| Compensazione quota residua (10%) | Obbligatoria (e-fuel o materiali verdi) | Cancellata del tutto |
| Flessibilità per veicoli commerciali | Scadenza rigida 2025-2027 | Finestra temporale estesa al 2025-2030 |
| Requisiti locali per batterie | Obblighi stringenti immediati | Vincolo del 70% rinviato al 2032 |
Non mancano i paradossi normativi per salvare le motorizzazioni ibride plug-in care ai marchi tedeschi. Il loro regime di favore resta congelato fino al 2030, ma con una bizzarra clausola: se l’automobilista non ricarica la batteria alla presa per oltre 750 chilometri, l’auto subirà un taglio forzato della potenza. Sarà divertente vedere auto a caricarsi solo per evitare il taglio di potenza. Un pasticcio, ma che inizia a incrinare l’obbligo elettrico.

Citroen 2cv come ripresentata a Parigi
La trincea del “Made in Europe” contro la Cina
In cambio delle concessioni sui pistoni concesse a Berlino, la Francia ha blindato l’accesso ai fondi pubblici. Per incassare incentivi statali, i veicoli dovranno contenere almeno il 70% di componentistica prodotta sul suolo europeo.
Questo sbarra la strada al cavallo di Troia delle case cinesi, che puntavano ad assemblare pacchi batteria e telai importati all’interno di capannoni europei per aggirare i dazi. L’accordo spalanca invece le porte al Regno Unito post-Brexit, a patto che Londra si allinei agli standard dell’Unione.
Resta l’amarezza per gruppi come Stellantis e Renault, che speravano di far rientrare nel perimetro europeo gli stabilimenti a basso costo in Marocco e Turchia: il compromesso franco-tedesco ha alzato la soglia minima all’80%, lasciando fuori gran parte di quelle produzioni periferiche.
Si certifica così il fallimento del dirigismo burocratico: pensare di imporre beni di consumo durevoli per via legislativa, calpestando la capacità di spesa dei cittadini, si traduce inevitabilmente in fabbriche ferme e desertificazione industriale. Senza sussidi a pioggia e senza colonnine diffuse, la mobilità elettrica si è rivelata una tassa regressiva che il ceto medio ha rifiutato di pagare.
Il dramma italiano: spettatori a produzione zero
La nota più amara di questa partita tocca direttamente l’Italia. Mentre il vecchio asse franco-tedesco riscrive l’architettura industriale comunitaria sui propri interessi esclusivi, Roma resta a guardare, priva di peso politico e di visione negoziale.
Il nostro settore automobilistico vive il momento più buio del dopoguerra, con la produzione nazionale crollata ai minimi storici assoluti. Gli stabilimenti storici della penisola girano a scartamento ridotto, svuotati di modelli e retti soltanto da una cassa integrazione diventata strutturale.
La filiera italiana della componentistica, celebrata per la sua altissima qualità meccanica, potrà forse tirare un sospiro di sollievo temporaneo grazie al prolungamento dei motori termici. Si tratta però di una boccata d’ossigeno decisa da altri, per i bisogni di altri. Quando a rischiare il tracollo sono i bilanci di Wolfsburg e Parigi, i regolamenti si cambiano in una notte; quando a sprofondare è il lavoro italiano, a Bruxelles rispondono ricordando i vincoli di bilancio.







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