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Auto, la bomba a orologeria di Pechino: vendite interne a picco e 35 milioni di vetture pronte a sommergere l’Europa

Crolla del 25% la domanda di auto in Cina, ma le fabbriche possono produrne 55 milioni: una sovracapacità mostruosa pronta a riversarsi in Europa, travolgendo stabilimenti e posti di lavoro.

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I piazzali cinesi traboccano di automobili che le famiglie di Pechino e Shanghai non possono o non vogliono più comprare, mentre le catene di montaggio continuano a sfornare veicoli a pieno regime. La caduta improvvisa del mercato interno cinese non è solo un problema economico locale: è l’innesco di una deflagrazione industriale globale che rischia di spazzare via ciò che resta della manifattura occidentale, con l’Europa direttamente sulla linea di tiro.

I numeri fotografati dagli analisti internazionali, a partire dall’economista Brad Setser, descrivono una situazione fuori controllo: ad agosto le vendite sul mercato interno cinese sono crollate di quasi il 25% su base annua.

Vendite auto Cina (in rosso) vs Produzione auto Cina (in nero) Fonte Setser.

La domanda interna cinese sta scivolando pericolosamente verso i 20 milioni di veicoli all’anno. Il problema vero sorge guardando l’altro lato della bilancia: la capacità produttiva installata nel Paese è stimata attorno a 55 milioni di auto.

Significa che la Cina ha un potenziale surplus di circa 35 milioni di vetture. Una cifra colossale, superiore all’intera produzione annuale dell’Unione Europea e degli Stati Uniti messe insieme. Dove finiranno tutto queste automobili?

Perché Pechino ha costruito la propria trappola

Questa enorme sproporzione deve togliere il sonno prima di tutto al governo cinese. Il modello economico di Pechino ha mostrato la corda: dopo lo scoppio della bolla immobiliare, la ricchezza delle famiglie si è ridotta e la fiducia dei consumatori è crollata.

Invece di sostenere i consumi interni aumentando i salari, irrobustendo il sistema pensionistico o riducendo la pressione fiscale sul ceto medio, il Partito Comunista ha scelto la fuga in avanti: sussidi a pioggia all’offerta, tecnologia e impianti produttivi sempre più moderni.

Si continua a costruire fabbriche per produrre beni che i cittadini cinesi non possono permettersi di acquistare. Il risultato interno è una spirale deflazionistica: prezzi delle auto al collasso, margini azzerati e costruttori costretti a una guerra all’ultimo sangue pur di incassare liquidità. Se la produzione complessiva comincia a frenare persino a fronte di esportazioni record, significa che il motore casalingo sta andando in panne.

Mercato dell’auto cineseVolumi stimati
Capacità produttiva complessiva~ 55 milioni di veicoli
Domanda interna attuale~ 20 milioni di veicoli
Eccesso potenziale di offerta~ 35 milioni di veicoli
Crollo vendite interne (agosto)– 25% anno su anno

Perché il mondo intero deve tremare

Se il mercato domestico cinese si restringe, quelle decine di milioni di veicoli in eccesso hanno una sola destinazione possibile: i mercati esteri.

Esportazione mondiale di auto cinesi

Per il resto del pianeta, questa dinamica non rappresenta la normale competizione commerciale, ma una piena inondazione industriale. La Cina sta esportando all’estero la propria incapacità di stimolare la domanda interna.

Pechino non si limita a vendere automobili: proietta la propria supremazia tecnologica sulla filiera dell’elettrico, sulle batterie e sulle materie prime critiche, mantenendo al contempo una valuta, lo yuan, artificialmente debole per favorire le merci in uscita.

Il bersaglio perfetto: l’industria europea e italiana

L’Europa è l’anello debole di questa catena, per motivi fin troppo evidenti:

  • Gli Stati Uniti si sono già blindati dietro dazi pesanti e barriere doganali invalicabili.
  • L’Unione Europea ha imposto per anni ai propri costruttori tappe forzate verso l’elettrificazione senza disporre delle filiere essenziali.
  • Il mercato unico europeo resta uno dei pochi ricchi e abbastanza aperti da poter assorbire volumi massicci di merci.

Le conseguenze pratiche sono già tangibili. In Germania, colossi come Volkswagen parlano apertamente di chiusura di stabilimenti storici e di tagli occupazionali.

Non si tratta solo della Germania: per l’Italia il contraccolpo rischia di essere letale. La nostra componentistica (dalla meccanica di precisione ai cablaggi tra Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna) vive in gran parte delle forniture ai gruppi tedeschi. Se si ferma Wolfsburg, le fabbriche italiane restano senza ordini.

Bruxelles ha risposto con dazi doganali selettivi, ma è come tentare di arginare un’ondata di piena con un sacco di sabbia. Come rilevato da diversi centri studi internazionali, il vantaggio competitivo di marchi come BYD non deriva solo dagli aiuti di Stato, ma da economie di scala gigantesche e da costi di produzione inferiori nati da anni di spietata selezione interna.

I dazi da soli, senza una vera politica a difesa della domanda interna europea e senza una revisione dei vincoli produttivi, sposteranno solo di poco il calendario della deindustrializzazione. Pechino non accetta correzioni al proprio modello mercantilista e punta dritta all’egemonia industriale; l’Europa, stretta tra regole fiscali rigide e illusioni burocratiche, rischia di accorgersene solo quando i cancelli delle proprie fabbriche saranno chiusi per sempre. In Germania VW ne sta già chiudendo quattro.

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