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L’incubo dei droni a Pokrovsk: perché l’Ucraina ha dovuto nascondere i giganti americani Abrams
La resa forzata dei giganti da 5 milioni: perché i droni da poche centinaia di dollari hanno costretto l’esercito ucraino a togliere gli Abrams americani dal campo di battaglia.

I colossi da sessanta tonnellate non possono più muoversi. I famosi carri armati americani M1A1 Abrams, celebrati per mesi come l’arma capace di ribaltare le sorti del fronte terrestre, sono stati ritirati dalle prime linee ucraine e parcheggiati lontano dai combattimenti.
Come fa notare il sito TWZ il cielo sopra il Donbass è diventato una trappola mortale. A Pokrovsk, snodo logistico vitale per la difesa dell’est, lo sciame continuo di piccoli droni russi ha trasformato questi mostri da milioni di dollari in bersagli facili, lenti e fin troppo visibili.
A raccontare la fine dell’illusione tecnologica occidentale non sono i comandi russi, ma gli stessi carristi ucraini del 425° Reggimento d’assalto “Skala”. Dopo due sole grandi missioni operative, il verdetto del campo è senza appello: mandare avanti l’Abrams oggi significa quasi certamente perderlo.
Due missioni disperate nel fango
L’esordio del reparto con gli Abrams risale allo scorso dicembre, durante un contrattacco disperato proprio dentro Pokrovsk. In quell’occasione, il carro fu impiegato quasi come esca per consentire alla fanteria di sbarcare dai blindati leggeri.
M1A1 AIM Abrams tanks of the 425th Assault Regiment 🇺🇦.
The reinforced upper glacis and turret roofs are clearly visible. pic.twitter.com/Sn9h8OWZ9P— 𝔗𝔥𝔢 𝕯𝔢𝔞𝔡 𝕯𝔦𝔰𝔱𝔯𝔦𝔠𝔱 🦩🇬🇪🇺🇦🇺🇲🇬🇷 (@TheDeadDistrict) June 21, 2026
Il carrista ucraino noto con il nome di battaglia “Kent” ha descritto così la prima uscita:
«Dato che un carro armato è un bersaglio prioritario, il mio compito principale era attirare la loro attenzione, mentre la nostra fanteria scendeva ed entrava nelle posizioni con successo. Siamo entrati a tutta velocità, abbiamo scaricato il fuoco e siamo tornati indietro».
In quella prima sortita il mezzo ha retto l’urto, incassando un volume di fuoco impressionante.
«Più di 20 droni mi hanno colpito in una sola missione», ha spiegato Kent. L’equipaggio si è salvato solo grazie alle corazze reattive aggiuntive e a reti metalliche saldate artigianalmente attorno alla torretta.
La seconda operazione, tentata lo scorso 31 marzo in una zona industriale verso Hryshyne, è finita invece in disastro. Il comando ucraino aveva atteso per settimane condizioni di pioggia e nebbia fitta, l’unico scudo naturale capace di accecare le telecamere nemiche.

M1A1 in servizio in Ucraina – fonte Forze Armate Ucraine
«Senza il meteo giusto non saremmo mai stati in grado di compiere operazioni del genere», ha confermato il comandante con il nominativo “Kubik”. Ma il meteo in guerra cambia in fretta. Quando la nebbia si è alzata all’improvviso, i droni FPV russi si sono abbattuti sulla colonna: quattro veicoli corazzati su cinque sono stati distrutti. L’Abrams è stato bersagliato senza tregua finché non è rimasto immobilizzato.
Le debolezze strutturali del gigante
I carristi continuano a lodare la precisione di tiro e la robustezza dell’abitacolo, capace di salvare la vita ai soldati a differenza dei vecchi scafi di progettazione sovietica. Tuttavia, i limiti del mezzo sul campo di battaglia moderno si sono rivelati insostenibili.
Il primo difetto è la sagoma imponente. L’Abrams è alto, largo e pesante. Come ha ammesso lo stesso Kent:
«È molto alto e molto grande, quindi è quasi impossibile da nascondere». In una pianura sorvolata costantemente da ricognitori ottici, un profilo del genere risalta a chilometri di distanza.
C’è poi una manutenzione da incubo. Il treno di rotolamento richiede controlli, ingrassaggi e sostituzioni di pezzi dopo ogni singola missione. Basta poco fango per mettere in crisi i meccanismi più delicati.
Infine, la logistica del carburante. La turbina a gas dell’Abrams consuma quantità industriali di propellente, costringendo a una catena di rifornimento rischiosa e costosissima vicino al fronte.
- Consumo su strada asfaltata: circa 400 litri ogni 100 chilometri
- Consumo su terreno fangoso o dissestato: oltre 700 litri ogni 100 chilometri
- Peso operativo: circa 60 tonnellate, facile da impantanare nei cambi di stagione
- Protezione passiva originale: priva della corazza speciale all’uranio impoverito riservata all’esercito USA
Il divario tecnico e logistico
| Parametro operativo | M1A1 Abrams (Fornitura Ucraina) | Minaccia Drone FPV Russo |
| Costo unitario stimato | Circa 5-6 milioni di dollari | Circa 400 – 600 dollari |
| Visibilità sul terreno | Elevata (sagoma alta oltre 2,4 metri) | Minima (pochi centimetri quadrati) |
| Fabbisogno logistico | Molto alto (manutenzione continua, 400-700L/100km) | Quasi nullo (ricarica a batteria) |
| Adattabilità tattica | Richiede cielo coperto e supporto combinato | Opera a sciami continui giorno e notte |
Il paradosso economico del fronte moderno
Un mezzo che costa oltre cinque milioni di dollari, mantenuto con pezzi di ricambio rari e assetato di centinaia di litri di carburante, viene neutralizzato da sciami di velivoli radiocomandati assemblati con parti commerciali dal valore di poche centinaia di euro. Capite chiaramente il perché non vengano più utilizzati.
Su un totale di 80 carri forniti tra Washington (31 mezzi) e Canberra (49 mezzi), le perdite documentate visivamente hanno già superato le 25 unità tra distrutti, danneggiati o abbandonati. Per un esercito che combatte sul filo della disponibilità materiale, bruciare capitale in questo modo non è più sostenibile.
La decisione del 425° Reggimento è stata dunque pragmatica: fermare tutto.
«Per ora non li useremo più, non c’è modo di farlo», ha dichiarato amaramente Kubik. «Il nemico ha sviluppato moltissimo la componente dei droni e al momento non abbiamo i mezzi tecnici per contrastarla».
Non è la fine definitiva del carro armato nella storia militare, ma una sospensione forzata dettata dalla realtà dei fatti. Gli ucraini sperano che la tecnologia sviluppi presto sistemi di disturbo elettronico portatili davvero efficaci.
Come conclude lo stesso Kubik:
«Non è finita per i carri armati. Stanno solo aspettando il momento giusto. Dare per morto il carro, secondo me, è ancora troppo presto».
Fino a quel giorno, però, le meraviglie della meccanica pesante americana resteranno nascoste sotto i rami e le reti mimetiche, spettatrici impotenti di una guerra decisa da oggetti che volano a filo d’erba. La posizione attuale dei carri armati ricorda quella della Cavalleria nel 1918: inutile fragile e costosa, in attesa che qualcosa d’altro aprisse loro la strada per lo sfondamento finale.







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