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ArcelorMittal spegne i forni della maggiore acciaieria tedesca e fugge dalla Germania. Il disastro dell’acciaio lascia a piedi migliaia di lavoratori
ArcelorMittal chiude le acciaierie di Duisburg, restituisce 1,3 miliardi di sussidi per la transizione ecologica e licenzia due terzi del personale: costi energetici insostenibili e fuga degli investimenti dalla Germania.

Il cuore industriale dell’Europa ha appena subito un colpo da cui difficilmente si riprenderà. A Duisburg, la storica capitale della siderurgia tedesca, la realtà dell’energia e della crisi ha presentato un conto salatissimo: ArcelorMittal ha annunciato la chiusura definitiva della maggior parte dei suoi impianti.
Entro il settembre 2027, il colosso mondiale fermerà per sempre l’acciaieria e il laminatoio per billette. Due terzi dei dipendenti, oltre 550 lavoratori specializzati, perderanno il lavoro. Soprattutto chiuderà uno dei maggiori impianti a caldo della Germania, nella capitale dell’acciaio.
A Duisburg sopravviverà solo il laminatoio per la vergella, il filo d’acciaio destinato alle auto e alla meccanica. C’è però un paradosso amaro: il metallo grezzo non nascerà più sul posto. Verrà spedito da altri stabilimenti europei o acquistato da fornitori esterni. Produrre acciaio primario in Germania non conviene più a nessuno.
Il governo tedesco aveva promesso un bel po’ di soldi per mantenere aperto l’impianto: Berlino e i governi regionali avevano già approvato un piano di aiuti pubblici da ben 1,3 miliardi di euro. L’obiettivo era convertire gli impianti alla produzione ecologica, grazie a moderni forni elettrici alimentati con ferro preridotto a idrogeno.
ArcelorMittal ha fatto i conti con i costi vivi dell’energia e ha fatto la sua scelta: ha rinunciato ai fondi, ha restituito l’assegno allo Stato e ha cancellato ogni progetto “pulito”. Produrre acciaio verde con le bollette energetiche tedesche si è rivelato un suicidio commerciale. I capitali non sono svaniti, ma hanno semplicemente preso un’altra strada: il gruppo ammodernerà i propri stabilimenti in Francia, Belgio e Spagna, dove il contesto energetico e normativo offre condizioni più tollerabili.
La chiusura di ArcelorMittal èl’ennesima tessera di un domino che sta radendo al suolo l’intero polo di Duisburg, un tempo il maggiore d’europa:
- Thyssenkrupp ha già avviato una massiccia riduzione dei volumi nel suo stabilimento principale, con migliaia di esuberi all’orizzonte. Anche il contratto trentennale con cui forniva 750.000 tonnellate di ghisa all’anno ad ArcelorMittal è stato rescisso a causa dei rincari ingestibili.
- HKM (Hüttenwerke Krupp Mannesmann) ha visto la fuga di due soci storici su tre. Il gruppo Salzgitter è rimasto solo al comando, ma per tentare la svolta ecologica ha dovuto tagliare a metà la capacità e licenziare 2.000 operai su 3.000.
L’impatto economico complessivo è devastante. La Camera di Commercio del Basso Reno avverte che la siderurgia genera un moltiplicatore occupazionale enorme: per ogni posto tagliato nell’acciaio, se ne perdono almeno altri cinque nell’indotto, tra officine meccaniche, trasporti, logistica e servizi. Quando migliaia di buste paga evaporano in un colpo solo, crollano i consumi locali e l’intera domanda della regione scivola in una pericolosa paralisi. Tra l’altro l’autonmia strategica dell’industria tedesca rischia di evaporare: l’acciaio ha generato il settore auto e la meccanica, la sua sparizione si può portare dietro altri settori.
I sindacati protestano e puntano il dito contro l’assenza di coraggio degli imprenditori, ma la contabilità aziendale non risponde ai desideri della politica. Nessuna impresa privata può bruciare cassa all’infinito per inseguire scadenze burocratiche imposte dall’alto. Il problema sono le normative che rendono i costi energetici troppo alti o che richeiderebbero conversioni energetiche dal risultato dubbio e dal costo pericolosamente alto.
Questo fine settimana si vota nella Sassonia Anhalt, e queste notizie sono vento in poppa per i sovranisti di AfD.







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