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Amazon, le mail segrete e il cartello dei prezzi: come il colosso del web piega anche Walmart

Le email interne svelano come Amazon avrebbe costretto brand come Levi’s ad alzare i prezzi su piattaforme rivali come Walmart. Ecco l’impatto economico del presunto cartello.

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Se pensavate che il commercio elettronico fosse l’ultima frontiera della concorrenza perfetta, dove il consumatore vince sempre grazie alla trasparenza dei prezzi, le ultime notizie in arrivo dalla California potrebbero farvi cambiare idea. Il Procuratore Generale della California, Rob Bonta, ha recentemente depositato in tribunale un fascicolo, in gran parte privo degli omissis che solitamente coprono i segreti industriali, contenente una fitta rete di comunicazioni interne. L’accusa, per dirla in termini non prettamente legali ma molto pratici, è che Amazon si comporti come un “padrone delle ferriere” digitale.

Secondo l’accusa, il colosso di Seattle (che oggi capitalizza oltre 2.600 miliardi di dollari) avrebbe sistematicamente costretto marchi di primo piano a fare pressioni su concorrenti storici della grande distribuzione, come Walmart e Target, affinché alzassero i loro prezzi. Il tutto per mantenere intatto il primato di Amazon.

Il meccanismo del “cartello invisibile”

Come funziona, all’atto pratico, questa presunta distorsione del mercato? Il meccanismo, descritto dal Procuratore Bonta come “palese” e “di per sé illegale”, si basa sul potere di ricatto contrattuale.

Amazon non chiede direttamente ai concorrenti di alzare i prezzi. Agisce alla fonte. Quando l’algoritmo di Jeff Bezos individua un prodotto venduto a un prezzo inferiore su una piattaforma concorrente, scatta l’avvertimento al fornitore. Le mail depositate in tribunale sono esplicite. Un caso emblematico riguarda la nota azienda di abbigliamento Levi Strauss:

  • L’avviso: Amazon segnala a Levi’s alcuni “stili problematici”, ovvero pantaloni venduti a meno su Walmart.
  • La ritorsione implicita: Se il fornitore non interviene, Amazon minaccia di far sparire il prodotto dalla preziosa “Buy Box” (il tasto “Acquista ora”), di sopprimerne la visibilità nelle ricerche o, peggio, di sospendere gli ordini.
  • L’allineamento: Il giorno seguente, Levi’s risponde di aver “collaborato” con Walmart per riportare il prezzo ai 29,99 dollari desiderati. Missione compiuta, concorrenza annullata.

Questo schema si sarebbe ripetuto con Hanes (contro Target e Walmart), con il collirio Allergan, con i prodotti per animali in coordinamento con Chewy e persino nell’arredamento tramite Home Depot.

Dal punto di vista del mercato è una pratica devastante che cancella la vera concorrenza e fa si che il prezzo sia deciso in modo quasi monopolistico da parte di un singolo operatore della distribuzione che, così, consolida la propria posizione dominante.

E l’Antitrust dove guarda?

Arrivati a questo punto, la domanda sorge spontanea: se Amazon ha il potere di piegare persino un colosso fisico da 600 miliardi di fatturato come Walmart, perché le autorità Antitrust non intervengono radicalmente?

In realtà, le autorità si stanno muovendo, ma i tempi della giustizia e le vecchie dottrine economiche rallentano il processo. La Federal Trade Commission (FTC) e ben 17 Stati americani hanno già citato in giudizio Amazon nel 2023 per mantenimento illegale di monopolio, accusando l’azienda anche di usare algoritmi di prezzo predatori (il famigerato “Project Nessie“). Inoltre, recentemente, Amazon ha accettato di pagare fino a 2,5 miliardi di dollari in un patteggiamento riguardante la difficoltà di disdetta degli abbonamenti Prime.

Il problema di fondo è che la legislazione Antitrust statunitense, per decenni, si è basata sulla “scuola di Chicago”, secondo cui un monopolio è dannoso solo se alza i prezzi per il consumatore finale. Amazon, per anni, si è difesa (e continua a farlo, definendo queste e-mail “vecchie” e rivendicando di essere il rivenditore più economico d’America) sostenendo di abbassare i costi. Solo ora, con le nuove documentazioni che dimostrano come l’azienda forzi gli altri ad alzare i listini, i nodi stanno venendo al pettine.

La partita si giocherà presto in tribunale: l’udienza per l’ingiunzione preliminare chiesta dalla California è fissata per il 23 luglio 2026, con il processo completo previsto per gennaio 2027. Per ora, il mito del web come regno del libero mercato subisce un altro, durissimo colpo.

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