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Altro che casalinghe! Nell’antica Roma le donne gestivano aziende agricole milionarie
Nuove prove archeologiche e testi storici smentiscono il mito della matrona casalinga: nell’antica Roma le fattrici gestivano impianti vinicoli e oleari industriali da centinaia di migliaia di litri.

Per secoli gli storici ci hanno raccontato una versione rassicurante e parziale: mentre gli uomini romani producevano ricchezza nei campi, le donne restavano chiuse in casa a filare la lana e preparare i pasti per la servitù. Una ricerca pubblicata sul Journal of Roman Archaeology demolisce questo cliché.
I documenti legali, i manuali agronomici del I secolo e le più recenti scoperte archeologiche rivelano uno scenario completamente opposto. Le donne dell’antica Roma non erano semplici custodi del focolare: gestivano le fasi più redditizie, complesse e rischiose dell’agrobusiness imperiale. Erano figure estremamente attive che, al fianco dei figli, si occupavano di economia urale in modo attivo.
L’equivoco storico nato da una citazione greca
Per oltre trent’anni la storiografia accademica ha descritto la vilica (la sovrintendente della villa rustica, senza nessun senso negativo) come una governante dedita solo alla cucina e alle pulizie. L’errore è nato da una lettura superficiale del De re rustica di Columella.
Nel suo trattato, Columella citava un passo del filosofo ateniese Senofonte, risalente a quattro secoli prima, in cui si sosteneva che la donna dovesse stare al chiuso, ma Columella precisava chiaramente che quelle erano idee greche e superate, descrivendo per le donne romane mansioni manageriali di tutt’altra portata. Nel mondo greco le donne non avevano posizioni così importanti come nel mondo romano e Senofonte era un gran conservatore.
Al vertice della catena del valore: vino e olio
Nell’economia imperiale, il vero margine economico non derivava dalla semplice raccolta della materia prima, ma dalla sua trasformazione industriale. Trasformare uva e olive in vino e olio significava creare i beni commerciali più remunerativi dell’epoca, più facili da trasportare e con un valore aggiunto maggiore. Anche se primordiale, eravamo di fronte a una economia industriale.
Columella affida alla vilica la responsabilità diretta di queste operazioni cruciali:
- La vinificazione su larga scala: estrazione del mosto, aggiunta di conservanti e aromi, impermeabilizzazione con pece fusa dei grandi contenitori in terracotta (dolia) e controllo meticoloso della fermentazione.
- La produzione dell’olio d’oliva: coordinamento della molitura invernale, uso dei torchi meccanici, lavaggio delle vasche e separazione delle morchie corrosive.
- La conservazione degli alimenti: salagione delle carni suine all’aperto, essiccazione di legumi e frutta e gestione delle scorte contro muffe e parassiti.
- La zootecnia e la contabilità: supervisione di stalle, ovili, mungitura, svezzamento del bestiame e conteggio rigoroso dei velli durante la tosatura.
Impianti industriali da centinaia di migliaia di litri
L’archeologia conferma che non si trattava di piccoli pollai domestici. Le ville rustiche scavate in Italia, Francia e Spagna mostrano torchi monumentali e cantine capaci di produrre da 50.000 a oltre 650.000 litri di vino a stagione. Una vera e propria industria che poteva essere guidata da una donna.
Un errore nella fermentazione o nella pulizia dei contenitori poteva mandare in fumo il capitale dell’intera annata. La vilica supervisionava squadre di operai specializzati (cellarii) e compiva persino i sacrifici religiosi propiziatori alle divinità per garantire l’abbondanza dei raccolti e tutelare l’investimento.
Chi erano davvero queste donne?
Le protagoniste di questo modello produttivo erano in gran parte schiave fidate o liberte (ex schiave affrancate). La legge romana le considerava figure cardine: il giurista Trebazio le inseriva a pieno titolo nell’instrumentum fundi, ossia l’insieme dei beni strumentali senza i quali l’azienda agricola non poteva funzionare.
Erano manager capaci di far di conto, controllare registri, gestire scorte e coordinare il personale maschile e femminile nei reparti di trasformazione. Anche se talvolta la loro qualifica era servile, comunque erano al vertice.
Una precisa divisione del lavoro
La distinzione tra il fattore (vilicus) e la manager donna (vilica) non separava il lavoro produttivo da quello domestico, ma rispondeva a una logica operativa:
- Il vilicus gestiva le colture all’aperto nei campi: aratura, semina, potatura e taglio del fieno.
- La vilica governava la filiera di trasformazione coperta (sub tecto): lavorazione industriale, raffinazione, stoccaggio e conservazione del valore economico.
Potremmo parlare di un’ottimizzazione del lavoro che considerava le diverse specificità dei due generi: lu’mo, più fisicamente forte e resistente, guidava il lavoro nei campi, la donna, più meticolosa, guidava le attività nella tenuta. L’archeologia e i testi antichi riscattano così il ruolo di queste donne, dimostrando che l’agricoltura romana poggiava su solide competenze manageriali femminili, al fianco di quelle maschili.








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