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Allarme droni a Cuba: una minaccia militare che apre la strada a un intervento?
L’intelligence USA lancia l’allarme su 300 droni d’attacco a Cuba. Ma mentre gli Emirati ne abbattevano migliaia già dal 2026, la presunta minaccia militare sembra piuttosto il pretesto perfetto per stringere la morsa economica finale su un’isola ormai al collasso energetico e finanziario.

I Caraibi si stanno nuovamene scaldando. Secondo i report circolati nelle ultime ore e pubblicati da Axios, L’Avana avrebbe accumulato oltre 300 droni militari di fabbricazione russa e iraniana. Nei presunti piani di emergenza cubani, questi vettori dovrebbero servire per colpire la base di Guantanamo, le navi della US Navy e persino le coste di Key West, in Florida, situate ad appena 90 miglia, 140 km, da Cuba. In sedicesimo siamo a una Crisi dei Missili 2.0.
Cuba ora è però un’ombra di quella che era negli anni sessanta. Parliamo di un’isola che attualmente fatica a garantire l’energia elettrica di base ai propri cittadini, piegata da una crisi sistemica devastante. Che un Paese sull’orlo del collasso infrastrutturale stia pianificando un’offensiva contro la prima superpotenza globale suona, a dir poco, provocatorio.
L’aspetto più curioso di questa narrazione, filtrata non a caso sui media in questo preciso momento storico, è la reale entità della minaccia militare. Trecento droni, presumibilmente modelli low-cost simili ai Geran russi o agli Shahed iraniani, rappresentano un arsenale fastidioso, ma tatticamente modesto per un conflitto su larga scala. Per inquadrare la questione con il dovuto pragmatismo tecnico, basti ricordare un dato recente: dalla grande escalation del febbraio 2026, le forze armate degli Emirati Arabi Uniti hanno intercettato e neutralizzato oltre 2000 droni simili lanciati contro le loro infrastrutture critiche, subendo relativamente pochi danni. Se le reti difensive di Abu Dhabi hanno saputo reggere a saturazioni di ben altra portata, l’idea che il formidabile apparato difensivo del Comando Sud degli Stati Uniti non sia in grado di abbattere 300 droni lenti e rumorosi nello spazio aereo dello Stretto della Florida è semplicemente inverosimile. Non c’è alcun pericolo imminente di un “Pearl Harbor” robotico, tanto che gli stessi vertici militari statunitensi ammettono candidamente di non temere l’aviazione castrista, composta da aerei ormai incapaci di alzarsi in volo.

Aree e basi USa che potrebbero essere colpite dai droni di fabbricazione russa Geran partendo da Cuba
Perché, allora, suonare l’allarme oggi? L’allarme droni si accompagna a una situazione molto particolare dal punto di vista politico e militare.
Dal punto di vista macroeconomico, l’isola si trova nel momento di massima debolezza dalla rivoluzione del 1959. La cronica cattiva gestione finanziaria del modello centralista, unita all’embargo decennale, ha eroso ogni fondamento produttivo. A questo si aggiunge la drastica chiusura del “bancomat” venezuelano: con la fine del governo di Nicolás Maduro e il conseguente riavvicinamento energetico tra Washington e Caracas, L’Avana ha perso le forniture di petrolio sussidiato che tenevano in vita la sua traballante rete elettrica e industriale.
Senza valuta pregiata, senza energia e senza sponsor commerciali, il governo cubano ha cercato disperatamente nuove entrate, trasformando la propria manodopera militare in una risorsa da esportazione. L’intelligence stima che circa 5.000 soldati cubani siano stati inviati a combattere per la Russia nel teatro europeo, un’operazione che avrebbe garantito all’Avana circa 25.000 dollari per ogni effettivo schierato. Oltre a rappresentare una cinica iniezione di capitali per un governo a corto di liquidità, questi veterani stanno riportando sull’isola il know-how tattico acquisito nella guerra d’attrito, inclusa la gestione di droni commerciali e militari.
Lo spettro dei droni, per quanto militarmente gestibile, offre a Washington un pretesto insuperabile sul piano politico. Avere armi di derivazione iraniana a un passo dalla Florida giustifica un immediato inasprimento della pressione economica senza dover sparare un solo colpo. L’amministrazione statunitense sta già preparando nuove e paralizzanti sanzioni finanziarie, che colpiranno quel poco che resta delle reti di approvvigionamento dell’isola, accompagnate da mosse giudiziarie mirate contro la vecchia leadership.
Il ritorno della Gerald Ford in patria , avvenuto oggi, sembra un altro segnale chiaro in materia: la presenza di questo gruppo navale nei porti americani ne libera un altro per eventuali azioni caraibiche, tanto che una parte delle forze mobilitate nell’operazione Maduro sono ancora disponibili nell’area.
Il viaggio a L‘Avana del direttore della CIA, John Ratcliffe deve essere letto anche in questa ottica, come l’ennesimo forte segnale che la strada è segnata e che solo i cubani possono cambiarla, con una strada simile a quella percorsa dal Venezuela. Tutti il resto







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