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Allarme di Morgan Stanley: agli Stati Uniti mancano 38 gigawatt di corrente, la corsa dell’intelligenza artificiale rischia di fermarsi contro il muro delle reti elettriche
Allarme di Morgan Stanley: agli Stati Uniti mancheranno 38 gigawatt di elettricità entro il 2028. Senza operai e nuove centrali, i 3.100 miliardi di dollari destinati all’intelligenza artificiale rischiano di restare bloccati.

I giganti della tecnologia americana hanno pronti 1.500 miliardi di dollari di investimenti per il 2027 e altri 1.600 miliardi per il 2028, ma rischiano di comprare costosissimi supercomputer da tenere spenti in magazzino. Secondo l’ultimo studio di Morgan Stanley pubblicato il 26 ottobre, agli Stati Uniti mancheranno ben 38 gigawatt di potenza elettrica tra il 2026 e il 2028 per alimentare i nuovi centri dati.
Per capire la portata del problema, 38 gigawatt equivalgono alla produzione di quasi quaranta reattori nucleari di grandi dimensioni. Wall Street continua a ignorare circa un terzo di questo deficit, convinta che il mercato troverà magicamente una scorciatoia, ma la fisica delle reti elettriche non risponde ai desideri della finanza.
Il fabbisogno totale dei centri dati americani è stato appena rivisto al rialzo, passando da 97 a 116 gigawatt. Gli analisti hanno dovuto rifare i conti perché in precedenza avevano trascurato tre elementi molto concreti:
- Il consumo degli impianti di accumulo, delle reti di connessione interna e delle componenti accessorie degli armadi server.
- La domanda crescente dei centri dati tradizionali, quelli che non si occupano di intelligenza artificiale generativa ma mandano avanti il resto dell’economia digitale.
- Un fattore di carico del 75% necessario per far lavorare i microchip al massimo delle loro capacità reali.
Senza interventi straordinari, il buco energetico americano partirebbe dalla cifra enorme di 70 gigawatt. Morgan Stanley ha quindi calcolato cinque possibili soluzioni di emergenza per allacciare più in fretta i centri dati alla corrente, valutando per ciascuna i limiti pratici.
| Soluzione tampone prevista (2026-2028) | Potenza recuperabile (Scenario Base) | Probabilità di successo |
| Nuove turbine e motori a gas dedicati | 22 GW | 90% |
| Riconversione di vecchie centrali telefoniche | 19 GW | 85% |
| Celle a combustibile (es. Bloom Energy) | 6 GW | 90% |
| Spostamento dei server in Asia-Pacifico | 6 GW | 90% |
| Centri dati costruiti dentro le centrali nucleari | 3 GW | 70% |
Anche sommando tutte queste misure nello scenario più realistico, agli Stati Uniti restano scoperti 43 gigawatt sul territorio nazionale, che scendono a 38 gigawatt solo spostando parte dei calcoli all’estero. La coperta resta drammaticamente corta.
Il vero collo di bottiglia, ed è qui che l’economia reale presenta il conto dopo decenni di disinvestimenti nella formazione tecnica, non è la produzione di turbine, ma la mancanza di operai specializzati. L’attuale forza lavoro americana riesce a installare impianti a gas per soli 10 o 20 gigawatt all’anno. Comprare un generatore è facile, trovare chi lo monta e lo allaccia alla rete è tutta un’altra storia.
Anche la fuga verso l’Asia, tra Malesia, Thailandia, India e Giappone, offre un sollievo limitato. In quei Paesi esistono circa 30 gigawatt di elettricità in eccesso prodotta da carbone, gas e nucleare, ma le reti di trasmissione locali sono fragili e non permettono di collegare subito i grandi centri di calcolo.
Gli analisti smontano poi con durezza l’illusione delle cosiddette reti intelligenti e dei distacchi programmati. Le aziende elettriche progettano le linee calcolando le emergenze peggiori, come le tempeste invernali di sei giorni, e nessuna legge americana permette a un centro dati di accendere inquinanti generatori diesel d’emergenza per una settimana intera solo per far girare i chatbot. Questa non è un’emergenza, ma un’eventualità programmata.
Nel frattempo, le nuove macchine consumano sempre di più. Un singolo armadio server Nvidia Vera Rubin NVL72 richiede circa 234 kilowatt (165,6 kilowatt per le 72 schede grafiche e 68,4 kilowatt per il resto dei componenti), mentre la versione Rubin Ultra arriverà a ben 600 kilowatt. Tuttavia, il costo per singola operazione di calcolo crolla da 14,30 dollari della vecchia generazione Hopper a 0,88 dollari della Rubin Ultra, spingendo le aziende a fare carte false pur di trovare una presa di corrente libera.
Questa fame di energia cambierà gli equilibri industriali in Borsa. Chi produce energia fuori rete come Bloom Energy o Solaris, e gli ex estrattori di Bitcoin come TeraWulf, Hut 8, Cipher Mining e Riot Platforms — che possiedono già terreni allacciati all’alta tensione — siedono oggi su una miniera d’oro.
Nel settore dei semiconduttori, la carenza di corrente favorirà Nvidia e Broadcom, perché i loro processori offrono una resa di calcolo per singolo watt molto più alta rispetto ai chip personalizzati (ASIC) della concorrenza. Al contrario, se i cantieri dei data center dovessero bloccarsi per mancanza di prese elettriche, a pagare il prezzo più alto saranno i fornitori di memorie e componenti ottiche, travolti dal classico taglio improvviso degli ordini. Curiosamente, in fondo al report, la stessa Morgan Stanley ammette di possedere oltre l’1% delle azioni di quasi tutte le aziende consigliate, da Nvidia a GE Vernova: un promemoria utile su come a Wall Street anche le crisi energetiche diventino ottime occasioni di fatturato per chi siede al tavolo giusto.







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