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Alla BCE i presidenti cambiano ma gli errori rimangono: la questione del rialzo dei tassi
Alzare i tassi d’interesse per combattere uno shock energetico esterno? Una mossa pro-ciclica che distrugge la domanda interna e rischia di affossare definitivamente l’Eurozona.

Nel 2011 la Banca Centrale Europea commise un errore che oggi appare evidente ma che allora venne difeso in nome dell’ortodossia monetaria: aumentò i tassi di interesse per contrastare un’inflazione trainata quasi esclusivamente dall’impennata dei prezzi energetici. In particolare, il petrolio aveva raggiunto livelli prossimi ai 120-125 dollari al barile, sospinto dalle tensioni geopolitiche legate alla Primavera araba. Non si trattava di un’inflazione da domanda interna, ma di uno shock esogeno, importato. Eppure, la risposta fu restrittiva.
Quella decisione, assunta sotto la presidenza di Jean-Claude Trichet, si rivelò profondamente sbagliata. L’Eurozona era già fragile, reduce dalla crisi finanziaria globale e con squilibri crescenti nei conti pubblici di diversi Paesi membri. Il rialzo dei tassi contribuì ad aggravare la crisi del debito sovrano, facendo esplodere gli spread e innescando un vero e proprio terremoto finanziario, soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale.
A distanza di quindici anni, il rischio è che la BCE stia ripetendo lo stesso schema. Anche oggi l’inflazione è stata in larga misura determinata da fattori esogeni — prima l’impennata dei prezzi energetici seguita al conflitto in Ucraina, poi le tensioni sulle materie prime e sulle catene di approvvigionamento globali e per ultimo la crisi iraniana. Ancora una volta, dunque, non siamo di fronte a una classica inflazione da eccesso di domanda interna.
Eppure, la risposta di politica monetaria è stata nuovamente quella dell’inasprimento. Sotto la guida di Christine Lagarde, la BCE ha avviato una rapida sequenza di rialzi dei tassi con l’obiettivo dichiarato di riportare l’inflazione sotto controllo. Ma così facendo rischia di colpire un’economia europea già indebolita, caratterizzata da crescita stagnante, produttività modesta e forti divergenze tra Stati membri.
Il nodo di fondo resta lo stesso di allora: utilizzare lo strumento dei tassi di interesse per contrastare uno shock di offerta. Si tratta di un approccio che, per sua natura, agisce comprimendo la domanda interna, senza incidere sulle cause originarie dell’inflazione. Nel 2011 questo errore contribuì ad amplificare la crisi. Oggi il pericolo è che produca effetti analoghi, aggravando le fragilità strutturali dell’Eurozona.
La lezione di quella stagione avrebbe dovuto indurre maggiore prudenza. Invece, la BCE sembra ancora ancorata a una visione rigidamente anti-inflazionistica, che non distingue adeguatamente tra le diverse nature dei fenomeni inflattivi. Il risultato è una politica monetaria pro ciclica che rischia di essere non solo inefficace, ma anche controproducente.
In definitiva, ciò che nel 2011 fu un errore riconosciuto ex post rischia oggi di riproporsi in forme diverse ma con la stessa logica di fondo. E in un’Europa già esposta a tensioni economiche e geopolitiche, le conseguenze potrebbero essere, ancora una volta, destabilizzanti.








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