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Accordi UE-USA e Mercosur: il grande squilibrio che penalizza l’Italia

Bruxelles piega la testa sui dazi con Washington e apre al Sudamerica. Un asse commerciale che salva l’industria tedesca ma rischia di spazzare via l’agricoltura e le PMI del nostro Paese. Ecco i veri numeri.

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Il trilogo concluso nelle ultime ore tra Commissione europea, Parlamento e Consiglio rappresenta molto più di un semplice passaggio tecnico. Con l’intesa raggiunta sull’attuazione dell’accordo commerciale UE-USA, Bruxelles ha deciso di eliminare gran parte dei dazi residui sui prodotti industriali americani e di ampliare le concessioni commerciali verso Washington, pur di evitare una nuova escalation tariffaria statunitense.

La Commissione presenta il risultato come una vittoria diplomatica capace di “stabilizzare” il commercio transatlantico. La realtà è più complessa: l’Europa non sta imponendo condizioni agli Stati Uniti, sta cercando di limitare i danni. Washington aveva infatti minacciato nuovi aumenti tariffari su automobili, acciaio e derivati europei se Bruxelles non avesse ratificato rapidamente il pacchetto entro il 4 luglio 2026.

Il Parlamento europeo ha ottenuto alcune garanzie: clausole di sospensione, controlli periodici e una scadenza entro il 2029. Ma il nodo politico resta intatto. L’Unione europea continua a negoziare da posizione difensiva, concedendo aperture commerciali immediate in cambio della promessa americana di non peggiorare ulteriormente il quadro tariffario. Non è un accordo tra pari: è una tregua negoziata sotto pressione.

Per capire chi guadagna davvero da questa strategia commerciale bisogna guardare agli interessi industriali interni all’Unione. I Paesi del Nord Europa — Germania, Paesi Bassi, Belgio e in parte Scandinavia — restano i principali beneficiari di un modello fondato sull’export manifatturiero ad alta intensità tecnologica. Automotive tedesco, chimica avanzata, macchinari industriali, farmaceutica multinazionale e logistica portuale del Nord Europa hanno una capacità competitiva globale che permette loro di assorbire meglio la liberalizzazione commerciale.

L’Italia si trova invece in una posizione più fragile e contraddittoria. Da un lato, il nostro Paese dipende fortemente dall’export verso gli Stati Uniti: meccanica strumentale, farmaceutica, lusso, moda, agroalimentare premium e componentistica industriale hanno certamente interesse a evitare nuovi dazi americani. Dall’altro lato, però, l’Italia possiede un sistema produttivo molto più esposto rispetto ai partner nordici: agricoltura diffusa, PMI manifatturiere, trasformazione alimentare territoriale, distretti a basso margine e filiere che non hanno la stessa forza finanziaria e dimensionale dei grandi gruppi tedeschi o olandesi. Ed è qui che emerge il vero squilibrio europeo.

L’UE firma accordi commerciali che favoriscono soprattutto i grandi esportatori continentali, mentre scarica gli effetti della concorrenza globale sui sistemi produttivi più vulnerabili. In pratica, i vantaggi si concentrano nel cuore industriale del Nord Europa; i costi si distribuiscono soprattutto sulle economie mediterranee.

Il dato Eurostat è eloquente: nel 2025 la Germania ha rappresentato il 26,1% dell’export extra-UE di beni, più del doppio dell’Italia, ferma all’11,8%. È difficile pensare che una politica commerciale europea costruita su questi rapporti di forza possa risultare neutrale nei suoi effetti interni.

Non è quindi casuale che Berlino sia stata tra i governi più attivi nel sostenere sia il pacchetto commerciale con Washington sia la rapida approvazione del Mercosur. La Germania difende un modello economico costruito sull’export industriale globale: automotive, chimica, meccanica pesante e grandi gruppi multinazionali hanno tutto l’interesse a un abbattimento continuo delle barriere commerciali.

Il problema è che questa impostazione coincide sempre più con la linea strategica della Commissione europea. Bruxelles finisce così per riflettere soprattutto gli interessi delle economie più forti e integrate nelle catene globali del valore, mentre gli effetti sociali e produttivi della liberalizzazione vengono scaricati sui Paesi con tessuti economici più fragili e frammentati, come Italia, Spagna e parte del Mediterraneo europeo.

E ora passiamo al dossier Mercosur, che è ancora più delicato. Dal 1° maggio 2026 è entrata in applicazione provvisoria la componente commerciale dell’accordo UE-Mercosur con Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay. Bruxelles sostiene che l’intesa ridurrà o eliminerà dazi su gran parte dell’interscambio, aprendo spazi per auto, macchinari, chimica, farmaceutica e alcuni segmenti dell’agroalimentare europeo.

Anche qui, però, bisogna distinguere tra chi guadagna e chi rischia di pagare il prezzo. A beneficiare maggiormente saranno ancora una volta i grandi gruppi industriali esportatori: automotive tedesco, chimica europea, farmaceutica multinazionale e macchinari industriali. L’Italia potrà certamente ottenere vantaggi in alcuni segmenti del Made in Italy di fascia alta — vino, olio, produzioni DOP, meccanica agricola, macchinari alimentari — ma il problema riguarda l’impatto sistemico sull’intera filiera agroalimentare nazionale.

Le stesse istituzioni europee hanno dovuto prevedere clausole di salvaguardia e monitoraggio rafforzato per carne bovina, pollame, suino, zucchero, etanolo, riso, miele, mais e mais dolce. Questo significa che Bruxelles è perfettamente consapevole del rischio di destabilizzazione del mercato agricolo europeo.

Per l’Italia i comparti più vulnerabili sono concreti: allevamento bovino e suinicolo della Pianura Padana, filiera avicola del Nord-Est, produzione risicola piemontese e lombarda, mais e mangimistica, miele nazionale, trasformazione carni, piccola agricoltura mediterranea già schiacciata da costi energetici e normative europee.

Coldiretti ha segnalato che nei primi nove mesi del 2025 le importazioni agroalimentari italiane dai Paesi Mercosur sono aumentate del 17%, superando i 2,6 miliardi di euro. È un dato che rende il rischio meno teorico: l’apertura commerciale si innesta su flussi già in crescita, non su un mercato fermo.

Il paradosso è ormai evidente: Bruxelles impone agli agricoltori europei standard ambientali, fitosanitari e burocratici sempre più severi, salvo poi aprire il mercato a produzioni provenienti da Paesi dove quei vincoli sono significativamente inferiori. L’Europa chiede ai propri produttori standard da economia avanzata e li mette in concorrenza con economie che quegli standard non li sostengono.

Ed è questa la contraddizione strutturale della politica commerciale europea: da una parte, la Commissione chiede transizione verde, riduzione delle emissioni, limiti ai fitofarmaci, nuove regole sul benessere animale e costi produttivi crescenti; dall’altra, favorisce l’ingresso di merci prodotte con standard economici, energetici e normativi radicalmente differenti.

Il risultato è che il peso dell’adattamento ricade soprattutto sui sistemi produttivi territoriali più fragili. E l’Italia è esattamente uno di questi. La verità è che Bruxelles continua a concepire l’Europa come una piattaforma commerciale unica, ignorando le profonde differenze produttive interne. Il modello favorisce le economie più forti, capitalizzate e industrialmente integrate del Nord Europa. Le economie mediterranee, più frammentate e territoriali, finiscono invece esposte alla pressione simultanea della concorrenza globale, della transizione verde e della compressione dei margini produttivi.

L’Italia rischia quindi di trovarsi nella posizione peggiore: abbastanza industriale da subire le guerre commerciali globali, ma ancora troppo agricola e manifatturiera diffusa per reggere senza conseguenze una liberalizzazione permanente dei mercati.

Più che un mercato unico, il rischio è che l’Europa diventi un sistema che privatizza i benefici nel Nord industriale e socializza i costi nel Sud produttivo.

Se i vantaggi della globalizzazione europea continueranno a concentrarsi nelle economie più forti, mentre i costi industriali, agricoli e sociali verranno progressivamente scaricati sui Paesi più fragili, il problema non sarà più soltanto commerciale. Diventerà inevitabilmente un problema politico e strategico per la stessa sopravvivenza dell’equilibrio europeo.

Antonio Maria Rinaldi

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